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Alle origini della sfiducia

1 febbraio 2006
Alle origini della sfiducia

In Italia possiamo ragionevolmente contare su alimenti sani e controllati. ... Ciò doverosamente premesso per non alimentare allarmismi, inutili timori e comportamenti irrazionali, di problemi ce ne sono ...

L'Editoriale

In Italia possiamo ragionevolmente contare su alimenti sani e controllati. Per tradizione, cultura, sistemi di produzione e attività di controllo, possiamo affermare che sicurezza e qualità igienica dei prodotti alimentari hanno uno standard piuttosto elevato. Ciò doverosamente premesso per non alimentare allarmismi, inutili timori e comportamenti irrazionali, di problemi ce ne sono e li denunciamo regolarmente sulle nostre pagine. Si va dalla contaminazione ambientale (diossine, metalli pesanti, pesticidi) o chimica (l’ultimo, l’affare Itx), ai rischi legati all’allevamento (Bse o mucca pazza, ormoni, antibiotici, residui di farmaci vari nella carne), a quelli legati alla distribuzione (catena del freddo, cattiva conservazione dei prodotti, con possibile presenza di germi indesiderati, come salmonella e listeria), alle inquietudini legate all’uso di nuove tecnologie (ogm). E si arriva alle vere e proprie truffe, come quelle, tanto per citare le più recenti, degli ovoprodotti tossici venduti all’industria e delle partite di grano contaminato da micotossine cancerogene arrivate in Puglia, prima sequestrate, ma poi commercializzate prima che fossero ultimati i controlli del caso.

Non si può negare che questi episodi portino ai livelli minimi la fiducia dei cittadini nei confronti di quello che arriva in tavola, come conferma una recente inchiesta condotta in diversi Paesi, finanziata dalla Commissione europea: i consumatori italiani sono i più pessimisti e i più sensibili a lasciarsi trasportare da sentimenti di panico e paura. Hanno scarsa fiducia nelle istituzioni, conoscono poco gli organismi di controllo e ritengono non corretta e quindi poco affidabile l’informazione fornita da stampa e televisione. Le principali critiche riguardano la spettacolarizzazione dei problemi da parte dei mass media, la confusione derivante dalla circolazione di informazioni poco chiare, insufficienti o sovrabbondanti, la reticenza o la mancata tempestività nel diffondere informazioni utili a evitare o limitare i rischi, la non comunicazione del cessato allarme. Comportamenti, dispiace dirlo, tutti riscontrabili nella cronaca recente. Principale responsabile di questi atteggiamenti, dunque, sembra essere il modo in cui i rischi sono comunicati - o taciuti - ai cittadini. Una buona comunicazione, invece, oltre a rendere più efficaci le azioni di prevenzione e di riduzione del rischio nei casi di veri allarmi, è indispensabile per orientare la fiducia dei cittadini verso le autorità e le istituzioni che si occupano di vigilare sulla sicurezza alimentare. Che di lavoro ne svolgono parecchio: l’Italia impiega molte risorse in questo settore, al punto da essere tra i paesi più diligenti della Ue per il numero di controlli sugli alimenti, non solo da parte delle autorità pubbliche, ma anche degli stessi produttori. Che siano molto numerosi, però, non significa che siano sempre efficienti, a causa soprattutto del fatto che gli organismi preposti a garantire la sicurezza alimentare fanno capo a tre diversi ministeri, quello della Salute, delle Politiche agricole e delle Finanze, con conseguente accavallamento di funzioni, dispendio di tempo e di energie. Questo anche perché manca in Italia, a differenza che in tutti gli altri Paesi europei, un’Autorità per la sicurezza alimentare unica e indipendente, con il compito di coordinare i controlli, gestire i rischi, dialogare con le istituzioni e comunicare con i cittadini.



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