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Discografici e SIAE: la
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Discografici e SIAE: la "guerra" dei bollini

La norma che prevede l'obbligo per i discografici di apporre il contrassegno Siae su tutti i supporti venduti in Italia (il famoso e discusso bollino) deve essere abolita. Questa, in sintesi, la posizione espressa dalla federazione dell'industria musicale italiana (Fimi) in un'audizione al Ministero per i Beni e le Attività Culturali solo pochi giorni fa. Oggi è arrivata la secca risposta della Società Italiana degli Autori e degli Editori, che anzi è passata al contrattacco con una diffida nei confronti dell'industria discografica.

Secondo la Fimi, il bollino Siae rappresenta un aggravio ingiustificato dei costi di produzione di cd e dvd, che - aggiungiamo noi - di fatto finisce per pesare sul prezzo finale (e quindi sulle tasche dei consumatori); secondo gli industriali della musica, si tratterebbe di una imposizione legislativa che ostacola il principio di libera circolazione delle merci in ambito comunitario. Nella stragrande maggioranza dei paesi europei, infatti, questo contrassegno non è obbligatorio; diversificare questa distribuzione rappresenterebbe, secondo l'industria discografica, un aumento dei costi di produzione che incide su prezzo finale.

La Siae sostiene invece che il bollino rappresenti uno strumento efficace contro la pirateria che sta mettendo in ginocchio anche la stessa industria musicale italiana. Per voce del suo presidente Giorgio Assumma, la Siae fa sapere che "le modalità di ottenimento e il costo del bollino possono essere considerate misure proporzionate all'obiettivo legittimo di lotta alla pirateria".

In realtà, per una volta, ci troviamo concordi con la proposta della federazione dell'industria discografica. I costi di gestione della Siae hanno ormai raggiunto dimensioni sproporzionate rispetto alle attività effettivamente necessarie per l'intermediazione dei diritti. Nell'era digitale, peraltro, le tecnologie dovrebbero rendere possibili forme di distribuzione di contenuti protetti da diritto d'autore su un mercato territorialmente privo di confini e senza l'ausilio di costose e farraginose procedure e strutture di intermediazione. In tale contesto il perpetuarsi di un monopolio nazionale dell'intermediazione dei diritti d'autore anche in relazione ai contenuti distribuiti in Rete appare anacronistico ed in controtendenza rispetto alla progressiva liberalizzazione dei mercati.

Non possiamo che cogliere, dunque, favorevolmente la posizione di Fimi anche perché la sfida che abbiamo di fronte va ben al di là della pur evidente necessità di combattere la cosiddetta pirateria telematica e consiste, invece, nel trovare una via condivisa per riportare alla normalità delle cose un settore di mercato che da tempo si è perso per strada. Per fare questo bisognerebbe riconoscere e finalmente rispettare i diritti digitali dei consumatori e promuovere nuovi modelli di business per rendere praticabili e appetibili offerte legali di contenuti sul web spingendo sui volumi e abbassando i prezzi a livelli accettabili.

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