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Brave ostetriche

È sempre lei, la levatrice di una volta, che fa nascere i bambini. È lei nella maggior parte dei casi (così riferisce il 62% delle donne intervistate) ad assistere la donna durante il parto. Nella delicata fase del travaglio, ben l’82% delle neomamme intervistate dichiara di essere stata seguita soprattutto da questa figura professionale. Infatti, a differenza di quanto avviene in altri paesi europei, in Italia le donne si affidano quasi sempre a un ginecologo durante la gravidanza (il 98% delle intervistate), ma al momento del parto solo il 21% viene assistita dallo stesso professionista. L’ostetrica risulta anche la più apprezzata sia sotto il profilo umano (gentilezza, cortesia..) sia sotto quello professionale (in termini di informazione, disponibilità e competenza tecnica). Bisogna dire, che anche ginecologo e anestesista sono stati promossi, soprattutto sotto il profilo della competenza.

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Libere di muoversi

Durante la fase di dilatazione e durante quella di espulsione, le future mamme dovrebbero poter stare nella posizione che preferiscono. Purtroppo, il 16% delle donne della nostra inchiesta si è detta insoddisfatta della libertà di movimento che ha avuto nella fase di dilatazione: quasi il 40% è rimasta sdraiata, il 13% seduta. Ancora meno libertà di movimento nella fase espulsiva: il 36% non ha apprezzato la posizione che ha dovuto assumere; nel complesso ben il 70% delle donne che sono state costrette a stare sdraiate sono rimaste insoddisfatte. Invece, è molto alta la soddisfazione espressa da chi ha fatto il parto in acqua (in vasca) o in piedi e accosciata. La scarsa libertà di movimento che emerge dalla nostra inchiesta è un’indicazione importante per gli operatori del settore: dovrebbe esserci una maggiore attenzione al comfort della partoriente, che deve essere messa a proprio agio anche tra le pareti dell’ospedale per poter affrontare al meglio travaglio e parto. Durante i corsi di preparazione al parto che si tengono negli ospedali, tra le indicazioni più importanti ci sono quelle relative al momento in cui recarsi in ospedale: la tendenza infatti è di far trascorrere alla futura mamma più tempo possibile nel calore della sua casa perché possa sentirsi più libera di affrontare il dolore nel modo che preferisce (massaggi del marito, un bel bagno rilassante...). Peccato che gli ingranaggi del sistema impediscano alle donne di sentirsi altrettanto a loro agio una volta in sala travaglio, dove si trovano a dover affrontare il dolore in condizioni poco agevoli perché troppo spesso viene loro impedito di stare come preferiscono.

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Troppe episiotomie

Il 47% (56% per le primipare) delle donne che hanno fatto il parto naturale sono state sottoposte a un’episiotomia (un’incisione sul contorno inferiore della vulva al momento dell’espulsione che dovrebbe servire a facilitare la fuoriuscita del bambino e a evitare lacerazioni del perineo), mentre nel 23% dei casi questa operazione non è stata fatta e non ci sono state lacerazioni. L’alta percentuale di episiotomie indica come ormai si tratti di una pratica di routine in moltissimi ospedali, anche se la sua efficacia non è suffragata da studi scientifici. Anzi. Ci sono studi che indicano il contrario e cioè che la causa più comune di lacerazioni gravi è proprio l’episiotomia. Su questa pratica c’è ancora poca informazione e pochi sanno che è possibile cercare di prevenire le lacerazioni spontanee con un lavoro muscolare del perineo durante la gravidanza (esercizi e ginnastica perineale). E che durante il travaglio stare in ginocchio o accovacciate aiuta il perineo a distendersi, così come nella fase espulsiva lasciare libera la mamma di stare nella posizione che vuole potrebbe ridurre la necessità di ricorrere all’episiotomia.

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E il dolore?

La metà delle donne intervistate ha fatto ricorso a un metodo di controllo del dolore: il 15% è stata sottoposta ad analgesia epidurale (detta anche anestesia peridurale). Mentre il 4% dichiara di non essere stata sottoposta a nessun metodo per il controllo del dolore anche se lo aveva espressamente richiesto. Bisogna dire che a tutt’oggi l’epidurale non è disponibile in tutti gli ospedali, per cui chi vuole usufruirne deve informarsi su tale possibilità e sulle modalità. Purtroppo, l’epidurale nel nostro Paese non è ancora garantita gratuitamente in tutti gli ospedali pubblici, cosa che dimostra come il sostegno al dolore sia lasciato più al buon cuore del personale sanitario (magari delle ostetriche che sotto questo punto di vista si dimostrano molto preziose) che combattuto con farmaci dimostratisi efficaci. Ma la situazione dovrebbe cambiare: infatti, la Finanziaria ha previsto l’introduzione dell’epidurale nei Lea (i livelli essenziali di assistenza), cioè tra le prestazioni gratuite che devono essere garantite per legge in tutti i reparti di maternità pubblici.

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Allattamento al seno

L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di allattare i bambini al seno in maniera esclusiva fino al sesto mese di età. Il latte materno offre benefici in termini di salute e sviluppo per il bambino, ma anche per la prevenzione di malattie come il tumore della mammella e l’osteoporosi per la madre. È importante, quindi, che subito dopo la nascita, la mamma sia aiutata a iniziare bene l’allattamento. Nella maggior parte delle strutture ospedaliere ormai, l’allattamento al seno viene favorito come testimoniano anche le mamme della nostra inchiesta (nell’88% dei casi). È emerso che durante il soggiorno in ospedale circa i due terzi delle donne hanno alimentato il bambino esclusivamente al seno, mentre il 25% ha combinato l’allattamento al seno con l’artificiale e il 6% è ricorsa solo al biberon. L’informazione è importante: la percentuale di donne che hanno alimentato il bambino esclusivamente al seno è superiore fra coloro che si erano documentate prima o durante la gravidanza (68%) o che avevano già esperienza personale (72%) rispetto alle donne che non si sono informate del tutto (52%) o che si sono informate solo dopo il parto (48%).

Purtroppo ci sono tante false credenze: dalla nostra inchiesta emerge che tra le donne che non hanno alimentato il bambino esclusivamente al seno, la ragione principale è che non avevano latte a sufficienza (58%): una possibilità che si verifica solo per il 2% delle donne, negli altri casi si tratta invece di una gestione errata dell’allattamento.

Così come la mancanza di latte è un evento raro, anche la seconda motivazione, espressa dal 27% delle donne, è un falso problema: stiamo parlando della rinuncia ad allattare perché il bambino non si attaccava al seno. Infatti, con un’assistenza adeguata da parte del personale ospedaliero che deve aiutare la neomamma ad assumere la posizione giusta, la situazione è del tutto risolvibile. Quindi il mancato allattamento al seno è spesso dovuto a una carenza di informazione e a una scarsa assistenza alla mamma nei primi tempi dopo il parto.

Infine, un’altra nota negativa è rappresentata dal fatto che negli ospedali sembra perdurare l’abitudine di consigliare alla mamma una marca specifica di latte artificiale (nel 47% dei casi) al momento della dimissione, addirittura per iscritto. Un’abitudine non giustificata da una differenza tra un prodotto e l’altro, a prescindere dal prezzo (vedi AC 182, maggio 2005): per un neonato sano un latte artificiale vale quanto un altro. C’è anche una circolare del ministero della Salute che proibisce espressamente di dare questa indicazione nella scheda delle dimissioni.

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