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1 ottobre 2006

Gli allarmi alimentari, sanitari e ambientali e, più in generale, gli eventi che infrangono la sicurezza dei cittadini stimolano l’attenzione dei media. In particolare, gli alimenti si sono rivelati più di altri prodotti adatti a essere veicoli di paure, controversie e contrasti. Il caso che qui discutiamo - l’influenza aviaria - non è che l’ultimo di una lunga catena: si pensi alla sindrome della mucca pazza, alla salmonella nelle uova, all’inchiostro nel latte ecc...

Gli allarmi alimentari, sanitari e ambientali e, più in generale, gli eventi che infrangono la sicurezza dei cittadini stimolano l’attenzione dei media. In particolare, gli alimenti si sono rivelati più di altri prodotti adatti a essere veicoli di paure, controversie e contrasti. Il caso che qui discutiamo - l’influenza aviaria - non è che l’ultimo di una lunga catena: si pensi alla sindrome della mucca pazza, alla salmonella nelle uova, all’inchiostro nel latte ecc. Come nei casi precedenti, la discussione non ha condotto molto lontano in termini di informazione e rassicurazione dei consumatori. L’effetto immediato è stato quello di minare la loro fiducia rispetto ai prodotti alimentari in questione e di creare gravi danni economici ai produttori. Nel lungo periodo le paure vengono rimosse, ma questo non è un gran risultato, perché alla prima occasione riemergono a testa alta.
Molti ritengono che ciò di cui ci si dovrebbe veramente preoccupare sia il nostro eccesso di preoccupazione, una sorta di malattia psicosociale, nella cui diffusione i media hanno una grande responsabilità. Certamente i mezzi d’informazione sono parte in causa, e non secondaria, come emerge anche dagli scritti riportati in questo numero della rivista. Se però si vuole andare più a fondo e capire il problema, prima ancora che trovare il colpevole, si deve ammettere che ci troviamo di fronte a una rappresentazione in cui gli attori sono molti, a cominciare dai media e dai ricercatori, per continuare con i responsabili politici e con i consumatori stessi. Manca un regista, e la rappresentazione evolve imprevedibile, e sovente violenta, sulla base di dati spesso incerti, spinta da comunicazioni incomplete se non improprie, rinvigorita da interessi di vario genere e dalla libera reazione dei consumatori.
L’espandersi delle preoccupazioni non è frutto di ignoranza, ma, anzi, di una maggiore conoscenza. È la crescita delle nostre nozioni scientifiche e delle informazioni in generale che ci rende più consapevoli. L’espandersi delle preoccupazioni è frutto della maggiore sensibilità ai rischi, ma anche di uno stato di diffusa insicurezza in cui tutti noi viviamo, e che negli ultimissimi anni si è molto rafforzato.
È favorito dall’erosione delle voci tradizionali di autorità e di valori. Il consenso e la fiducia verso le istituzioni sono bassi, la fiducia nella scienza e negli scienziati è pure bassa. È un paradosso: viviamo in un mondo modellato dalla scienza e dalla tecnologia, eppure le temiamo. Le dichiarazioni della scienza e degli scienziati il più delle volte non ci rassicurano; talvolta ci preoccupano. Troppo spesso i media non sono altro che l’amplificatore di questi stati d’animo.
Molti casi, come quello dell’influenza aviaria, evidenziano innanzitutto che il concetto stesso di rischio è incerto e comunque non condiviso all’interno della stessa comunità scientifica. È del tutto fisiologico, e anzi opportuno, che nel mondo della scienza i pareri sulla rischiosità in generale e su singoli rischi siano diversi. È però anche vero che la comunicazione scientifica non ha come unici interlocutori gli addetti ai lavori. Di questo gli scienziati dovrebbero essere assai più consapevoli di quanto oggi non appaiano.
A ben vedere, però, il problema è ancora più complesso. Il concetto di rischio può essere quello astratto definito dalle procedure scientifiche? Certamente no, perché queste stesse sono tutt’altro che consolidate, come si è appena detto, e non tengono conto, spesso, di fattori considerati dalla scienza. Lo stesso metodo che permette alla scienza di infrangere il codice della natura e di prevedere come si verificano gli eventi, le impedisce di vedere la realtà nella sua totalità. Vi è dunque, in primo luogo, l’esigenza da parte del mondo della scienza di porsi un preciso obiettivo: avere chiaro innanzitutto che il concetto di rischio coinvolge ambiti sempre più ampi e interagenti: economici, politici, psicologici e anche scientifici ecc. Ma vi è di più. Gli scienziati dovrebbero ricordarsi che i loro interlocutori non sono solo altri scienziati, ma anche l’uomo comune, magari mediato da un divulgatore, possibilmente informato e serio.
Entrano poi in gioco gli interessi: quelli dei media, quelli delle parti economiche avvantaggiate o svantaggiate da certe informazioni, quelli dei decisori pubblici, che cercano di galleggiare. Quali sono gli antidoti a che il gioco imprevedibile di questi interessi non aggravi il già complesso problema dell’offerta di un’informazione “ponderata” e sommerga i cittadini sotto una valanga di attese inquietanti? A noi sembra che tre siano le possibili linee di difesa. La prima è data dai media stessi. Non è affatto scontato che i mezzi d’informazione, o quanto meno non tutti, abbiano come obiettivo quello di “spaventare” i cittadini, per trarne più vendite. Possono anche attrarlo informandolo con buoni servizi, frutto di indagini serie e non ispirate. La seconda sta nelle imprese: l’attenzione che molte di esse hanno oggi per la cosiddetta Responsabilità Sociale dell’Impresa, sta a segnalare che si stanno accorgendo che lucrare sulle paure dei consumatori, oppure nascondere informazioni che potrebbero spaventarli, non è più nel loro interesse. La terza linea spetta alla politica: man mano che i suoi rappresentanti si renderanno conto che i loro referenti non sono solo gli interessi economici, ma anche, e soprattutto, i cittadini-consumatori, vi saranno più solide premesse per una presa in considerazione appropriata del rischio nella nostra società.



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