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Editoriale

1 febbraio 2007

La società in cui viviamo è consumatrice vorace e quasi bulimica di informazione, offerta dai media a prezzo apparentemente nullo o comunque basso. Tutti ne divoriamo delle quantità straordinarie, ma che ne è della loro qualità? Gli scritti della rubrica Focus di questo numero affrontano questo tema, concentrandosi sul problema dell’incompletezza o tendenziosità dell’informazione.

La società in cui viviamo è consumatrice vorace e quasi bulimica di informazione, offerta dai media a prezzo apparentemente nullo o comunque basso. Tutti ne divoriamo delle quantità straordinarie, ma che ne è della loro qualità? Gli scritti della rubrica Focus di questo numero affrontano questo tema, concentrandosi sul problema dell’incompletezza o tendenziosità dell’informazione.

Oggi come oggi, e soprattutto in Italia, il grande erogatore d’informazione è la tv. Ci soddisfa? Evidentemente no, a giudicare dal ricorrente bisogno di riforme del sistema televisivo, che si è manifestato di recente nella contrapposizione tra due progetti, quello realizzato dalla Legge Gasparri e la proposta di revisione elaborata dall’on. Gentiloni, esposta nelle pagine che seguono. I punti della discordia sono il pluralismo informativo, ossia la varietà dei contenuti e degli operatori, e il controllo delle risorse, rappresentate dalle esclusive, di cui si parla quasi solo a proposito di calcio, e dalla pubblicità. La tecnologia digitale in teoria crea le condizioni per il pluralismo, aprendo le porte a un numero illimitato di operatori e programmi. Dalla teoria si passa alla pratica solo evitando che chi è già dentro domini anche i nuovi spazi. Più complesso è il problema della pubblicità.

Chi domina questo mercato ha potere su chi domanda spazi pubblicitari in tv, ma anche sugli altri media, che attingono alle stesse risorse. Se è a rischio il pluralismo dei mezzi, tramite il controllo delle loro risorse, ben venga un limite al dominio di un solo operatore. Tecnologia e pubblicità sono le due parole chiave. Come mostrano Quintarelli e Pretolani, le nuove tecnologie legate a Internet stanno rivoluzionando il quadro delle telecomunicazioni e dei media. Se non è mai avvenuto che una nuova tecnica di distribuzione dell’informazione abbia soppiantato le precedenti, certamente può scuoterne l’assetto esistente.

È, quindi, probabile che il dibattito Gasparri-Gentiloni risulterà tra breve superato, così come molte discussioni su Telecom. L’irruzione di Internet ridurrà il costo dell’informazione e la quantità disponibile ne aumenterà; la pubblicità seguirà altri  canali. Tutto bene per i consumatori, dunque? Non proprio, perché Internet è sì uno straordinario strumento di comunicazione, ma è pure un diffusore universale di informazione-spazzatura. Si  evidenzia il problema della sua qualità, in assenza di filtri che ne facilitino la selezione. Con il tempo si affermeranno, ma saranno anche necessarie scelte private e pubbliche che li stimolino o li  impongano.

D’altra parte anche l’evolvere dell’offerta pubblicitaria pone nuovi problemi, anche a prescindere da quello del pluralismo. È opportuno ricordare che la pubblicità, dal punto di vista dell’utente, rappresenta un costo, giacché sottrae forzosamente tempo all’ascolto di altra informazione. La pubblicità è imposta, non scelta. Appare allora inquietante quanto emerge dall’articolo di Mastroianni.

La Commissione europea, infatti, ha avanzato proposte per una nuova direttiva che riguarda la tv in generale, ma soprattutto la pubblicità, che sovverte il carattere equilibrato della vecchia direttiva. Su imitazione del modello americano, i programmi potrebbero essere invasi dalla pubblicità: comparirà nei prodotti presenti nei programmi di vario genere (product placement ), saranno possibili costanti e frequenti spot all’interno dei programmi, si estenderanno i tetti temporali della pubblicità. In altri  termini, rischiamo di essere ingozzati di pubblicità, come le oche francesi del fegato grasso.

Si deve aggiungere che la pubblicità, oltre a essere troppa, è anche spesso occulta o ingannevole, come afferma l’intervento di Altamore e, ciò che forse è peggio, condiziona anche il modo in cui   l’informazione, intesa come notizia, viene confezionata e selezionata. L’affievolimento della separazione tra pubblicità e notizia e la crescente dipendenza dei media dagli interessi economici colpiscono la qualità dell’informazione e il funzionamento del sistema democratico.

L’articolo di Gambaro discute appunto la capacità degli interessi economici e politici di influenzare, amplificare o nascondere le informazioni. I media sono oggetto di “cattura” da parte di questi interessi, e i modi in cui essa ha luogo sono più sottili e strutturali di quanto normalmente si creda. Non è solo  una questione di consigli di amministrazione e di risorse pubblicitarie, ma anche di come è organizzata la produzione delle informazioni. Se, per esempio, tutti i media attingono alle stesse fonti, scompare o comunque è assai più difficile un’informazione alternativa.

Per molti beni di consumo si è sviluppata una cultura della qualità e una riflessione sugli strumenti che la difendono; così non è, o non è ancora, per l’informazione. È un problema molto serio per una società che ama definirsi dell’informazione. In Italia esso è spesso ridotto al conflitto Mediaset-Rai, ma è assai più ampio: viviamo di informazioni la cui validità il più delle volte non è verificabile o è certamente di parte. Su questo problema è necessario tenere aperto il dibattito, per proteggerci sia da overdosi di pubblicità sia dal rischio assai concreto di disinformazione.

 



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