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11 ottobre 2007

Da molti anni la formazione universitaria non è più un’opportunità aperta soprattutto ai fi gli dei laureati, ma un’esperienza che coinvolge più dei 2/3 dei diplomati, per un totale di oltre 320.000 nuove immissioni all’anno. È, dunque, anche per effetto della riforma Berlinguer che ha introdotto i Trienni, un fenomeno di massa. D’altra parte, al forte aumento della domanda è corrisposto quello dell’offerta: sono aumentate le università, il numero e la varietà dei corsi di laurea.

Da molti anni la formazione universitaria non è più un’opportunità aperta soprattutto ai figli dei laureati, ma un’esperienza che coinvolge più dei 2/3 dei diplomati, per un totale di oltre 320.000 nuove immissioni all’anno. È, dunque, anche per effetto della riforma Berlinguer che ha introdotto i Trienni, un fenomeno di massa. D’altra parte, al forte aumento della domanda è corrisposto quello dell’offerta: sono aumentate le università, il numero e la varietà dei corsi di laurea.

Quello della formazione universitaria assomiglia sempre più a un vero e proprio mercato, nel quale le motivazioni e le informazioni sulla scelta se entrare e quella del corso di laurea - triennale - sono sempre più complesse, se non confuse, e inadeguate, anche per l’origine sociale delle nuove matricole. D’altra parte la natura e la qualità del servizio a cui si decide di accedere sono di per sé molto sfaccettate, non sempre definibili a priori e anche soggettive: dipende, per esempio, dall’impegno dello stesso studente, che è consumatore, ma anche produttore del servizio formativo. Talvolta le stesse università non hanno un’idea molto precisa della qualità del servizio che offrono, e certamente non dei benefici economici che potranno trarne gli studenti. Così come non esiste un vero e proprio “prezzo” del servizio, ma un costo fatto di molti elementi. Dunque la natura principale di questo mercato è la disinformazione e l’opacità, accompagnata però dalla stravagante garanzia pubblica del valore al servizio scelto: ci riferiamo al valore legale del titolo, una sorta di garanzia dei contenuti della formazione.

Sia per la quantità dei cittadini coinvolti, sia per l’impatto esistenziale che questa scelta spesso comporta, sia infine per le peculiari caratteristiche e distorsioni del mercato, abbiamo ritenuto utile pubblicare in questo numero alcuni articoli, che hanno il merito di sollevare e analizzare il problema della disinformazione degli utenti e di trarne implicazioni di politiche pubbliche.

Le svariate motivazioni - attese di status, desiderio di formazione, attese professionali ecc. - che inducono a proseguire negli studi e la scelta di un certo corso di laurea, ma anche la diversa natura di chi sceglie - i genitori e/o l’interessata/o - rendono di per sé complessa la decisione. Ma essa è resa opaca dal fatto che le informazioni di cui si dispone sono inadeguate: nella gran parte dei casi la scelta è disinformata. Le fonti sono le più disparate - amici, vecchi insegnanti, pubblicità, pubblicazioni informative ecc. - incomplete, se non fuorvianti. Gli stessi messaggi delle università, interessate a massimizzare le iscrizioni, sono spesso più evocative che informative. Solo da poco si intravedono in Italia pubblicazioni, cartacee oppure online, che forniscono dati soddisfacenti sulla qualità della formazione, ma che sono ancora incompleti e, soprattutto, poco fruibili. Poiché vi è poco da attendersi dal Ministero dell’Università e della Ricerca, non resta che sperare in iniziative di altro tipo che colmino il deficit informativo. Vi è al riguardo la consolidata esperienza di altri paesi.

Vi è peraltro da dire che a monte vi è un problema strutturale: che cosa signifi ca “qualità” della formazione? Moltissime sono le variabili in gioco, non tutte interessanti per tutti: la localizzazione, i redditi attesi, gli insegnamenti, la quantità e qualità dei docenti, la ricerca svolta, il costo, l’ambiente universitario, le relazioni internazionali ecc.

In proposito è interessante osservare come di una delle variabili che più potrebbe influire nella scelta, ossia le attese di lavoro e di reddito, poco o nulla sappia chi sceglie, e se qualcosa sa, poco ne tiene conto. La vicinanza tra residenza e sede universitaria è una componente molto importante per fattori di costo e per familismo. Non si spiegherebbe diversamente l’esplosione del numero di sedi universitarie locali.

Dunque vi è molto da fare sul fronte dell’informazione e gli articoli di P. Trivellato e di L. Cappellari-G. Brunello ne danno conto in modo convincente. Inoltre, l’articolo di A. Soru-C. Zanni offre un interessante quadro sulle opportunità del laureato in Lombardia.

Gli altri due articoli di P. Ferri e di C. Vaccà mettono sul tappeto un ulteriore problema. A fronte di una qualità non ben definibile e comunque molto diversa tra i vari atenei e corsi di laurea, lo Stato attribuisce un pari valore legale a tutti i titoli, purché seguano un certo iter formale. È una sorta di garanzia di qualità, che lo Stato non è però in grado di controllare. Se è vero che spesso la domanda di lavoro da parte del settore privato ne tiene conto solo marginalmente, è anche vero che comunque esso offre alla laurea un valore formale, ma spesso sostanziale. L’effetto è duplice. Il primo, ben evidenziato dai due articoli, è che il riconoscimento pubblico può proteggere venditori di patacche, ossia veri e propri imbrogli, che danneggiano l’immagine e, quindi, il valore della formazione. Un’irresponsabile politica del Ministero dell’Università e della Ricerca, sotto la gestione del Ministro Moratti, ha garantito una rendita all’opportunismo di alcuni privati, danneggiando le università telematiche di qualità. Il secondo effetto è che il valore del titolo dipende da un decreto ministeriale, non dalla qualità dimostrata da chi offre il servizio. Sarebbe come dire che per decreto tutte le auto usate che hanno un motore funzionante e quattro ruote hanno lo stesso valore per editto pubblico.

Finché non scomparirà questo residuo di demagogia, il mercato delle formazione universitaria non sarà mai stimolato a diventare più trasparente e quindi “amichevole” per chi vuole entrarci. Sarà, inoltre, aperto a comportamenti spregiudicati o, quantomeno, poco responsabili.



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