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Editoriale

1 ottobre 2008

I giornali di fine agosto 2008 hanno riportato l’inquietante notizia che il vigile del fuoco, che stava estraendo un ragazzino ferito dall’aereo appena precipitato sulla pista di Madrid, si è sentito da lui chiedere: «Ma in che programma televisivo sono?».

I giornali di fine agosto 2008 hanno riportato l’inquietante notizia che il vigile del fuoco, che stava estraendo un ragazzino ferito dall’aereo appena precipitato sulla pista di Madrid, si è sentito da lui chiedere: «Ma in che programma televisivo sono?».

A fine settembre 2008 si è verificato un altro grave incidente. Sulla pista dell’aeroporto Wall Street di N.Y. è precipitato “Happy finance”, il più grande dirigibile mai costruito dall’uomo. L’incidente sembra essere stato causato da errori di costruzione, dal senso di avventura dei piloti - un noto guru della finanza coadiuvato da un famoso politico - e da vistosi errori dei controllori di volo. Fortunatamente pochi sono i morti, ma molti i feriti. Ai giornalisti che li hanno intervistati, si sono dichiarati sorpresi che l’incidente facesse parte del programma di volo.

È ormai convinzione diffusa che in questo settembre del 2008 si sia conclusa un’epoca iniziata verso la fine degli anni ’70, quando si diede il via alla società dell’iper-liberomercato, animata da consumatori spendaccioni e da finanzieri disinvolti, ma dotati di nuovi modelli matematici. Il cuore di questa nuova società stava a Wall Street, con uno di ricambio nella City di Londra, ma in realtà essa viveva di consistenti trasfusioni di credito e di low-cost-goods da parte dei produttori di petrolio e dei nuovi paesi emergenti. Era teorizzata in una nuova “dottrina” - il Washington consensus - predicata in tutte le parti del mondo e messa in pratica con diversi gradi di diligenza. Comunque, chi più chi meno,

quasi tutti hanno creduto, o fatto finta di credere, che si fosse scoperto il modo per raggiungere l’eterna felicità economica.

Così non è stato. È cresciuto oltre misura il debito di chi - gli Stati Uniti in primo luogo - consumava fuori bilancio o spendeva in guerre insensate con il credito ricevuto da chi produceva per loro petrolio e manufatti. In secondo luogo, si è accettato che gli alchimisti della finanza creassero con gran profitto

botti di veleno - ossia rischi coperti dalla sola speranza che non si concretizzassero - scaricandoli nelle buone acque dell’economia. In assenza di regole, ci si attendeva che i potenziali avvelenati, una volta che ciò fosse avvenuto, “punissero” gli avvelenatori non comprando più i loro prodotti. L’articolo di Roberto Tamburini su questo numero spiega come ciò sia avvenuto. In terzo luogo, perché si è entrati nell’epoca delle risorse scarse: il petrolio, l’acqua, la terra fertile, ma forse anche la ragionevolezza.

Uscire da questo disastro sarà un processo difficile e lento. Innanzitutto è dubbio che i cittadini-consumatori abbiano già capito che bisogna cambiare, ossia che non sono in TV, ma in un mondo effettivamente in difficoltà. In secondo luogo, perché questa implosione ci lascia carichi di debiti, e noi italiani sappiamo quanto soffochi il debito pubblico! In terzo luogo, perché il potere economico si è spostato decisamente a est, e non sappiamo come verrà gestito. Come sempre, ogni grande passaggio di consegne del potere porta scossoni e oggi già agiscono epicentri internazionali di tensione politica, prima ancora che economica. Infine, perché sono necessarie nuove prospettive, da parte dei cittadini che votano, dei consumatori che comprano, delle imprese che consumano risorse e producono beni, e dei politici che mediano e dovrebbero fissare nuove regole guardando al futuro.

In questo numero della rivista tocchiamo alcuni di questi aspetti comportamentali. Parliamo di responsabilità sociale dell’impresa: in un mondo in cui l’impresa condiziona non solo la produzione di beni, il che è ovvio, ma anche la cultura, i suoi obiettivi e comportamenti orientano il cammino dell’economia e della società. L’impresa che produce per tutti e con le risorse di tutti non può essere lo strumento di soddisfazione dei soli azionisti. Dobbiamo pensare a un’impresa che si assuma le proprie responsabilità anche rispetto alla società.

Parliamo anche di finanza etica. È importante la presenza di banche e istituzioni finanziarie centrate su comportamenti “attivamente” etici, non foss’altro perché segnalano una crescente domanda di comportamenti e di scelte più etiche. Ma non sarebbe sufficiente. Sono necessari comportamenti compatibili con l’etica anche da parte delle grandi istituzioni finanziarie che reggono il mondo. Non è vero, come si è spesso affermato in questi tempi, che ciò che conta è l’economia reale. Senza la finanza questa non cammina, ma certamente rischia forte con la finanza miope degli ultimi decenni.

Non è facile pensare a un mondo diverso poiché, come scriveva Fogazzaro, «tutto travolge il turbine dell’oro» e la finanza è l’epicentro di questo turbine. Per attenuarne la potenza non bastano buone intenzioni e begli esempi. Sono necessarie norme che riducano drasticamente l’incentivo a produrre veleni, attraverso il meccanismo fiscale e l’imposizione di regole che - preventivamente e non a fatto compiuto - carichino i costi sociali dell’inquinamento sugli inquinatori. Qui si vedrà la stoffa dei politici: riusciranno a smentire la previsione di Lenin - sia concessa la citazione - secondo cui «I capitalisti riescono sempre a cavarsela finché riescono a far pagare i lavoratori (o tax-payer come oggi si preferisce chiamarli)?».

Infine riusciranno i cittadini (tax-payer) a prestare attenzione a quanto avviene al Polo nord, dove l’acqua e il metano ora lì congelati si stanno sciogliendo e sublimando con effetti perversi per i nostri figli? I raffinati modelli finanziari non ci hanno salvato dall’insuccesso dei mercati: pensiamo proprio che la raffinata tecnologia degli ingegneri sia sufficiente per salvare l’ambiente, se prima non cambiamo noi?

In altri termini sta ancora a noi capire che il mercato è ammalato e curarlo con scienza e coscienza, allontanando in questo modo il dubbio che sia esso a costituire la malattia.

 



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