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Le pensioni dopo la crisi finanziaria

1 luglio 2009

Elsa Fornero - Università di Torino e CeRP

La crisi finanziaria ha colto il disegno previdenziale in una fase di trasformazione. Dobbiamo rivederlo, alla luce dei nuovi eventi? La risposta è negativa. Certamente la trasformazione in atto richiede miglioramenti e adattamenti e, soprattutto, un impegno a portarla a termine. Tuttavia le scelte fatte anni or sono appaiono irreversibili, per la stessa logica dei fatti demografici ed economici.

La recente crisi finanziaria ha messo in discussione due dei cardini su cui si sono basate le riforme previdenziali degli ultimi quindici anni in Europa: la fiducia nelle capacità dei mercati finanziari di autoregolarsi e di generare, almeno nel lungo periodo, rendimenti superiori al tasso di crescita dell'economia reale; la fiducia nelle capacità dei singoli di effettuare scelte di risparmio sensate e lungimiranti, nonché di comprendere e fronteggiare i molteplici rischi connessi con l'accumulazione di risorse per l'età anziana, e di assumersene la responsabilità. La fiducia nei mercati ha sorretto la costruzione del sistema misto, finanziato in parte a ripartizione e in parte a capitalizzazione, e permesso la diversificazione del risparmio pensionistico. La fiducia nei singoli ha sostenuto il trasferimento di rischi e di responsabilità dallo Stato, o dalle imprese, verso i singoli lavoratori (famiglie).

La crisi non rappresenta il fallimento del progetto del sistema misto, ma piuttosto è frutto di errori di "implementazione" dello stesso. Tale sistema permette una migliore diversificazione del rischio, combinando il tasso stabile, ma piuttosto basso, del pilastro pubblico con quello solitamente più alto, ma anche più volatile, del pilastro privato, oltre all'attenuazione del rischio complessivo.

Abbandonare il sistema multipilastro sull'onda delle delusioni provocate dalla crisi finanziaria si rivelerebbe un grave errore. Naturalmente, per integrarsi bene, le due componenti debbono essere entrambe ben disegnate e funzionare in modo coerente. Ciò richiede che la previdenza pubblica applichi regole pensionistiche sostenibili e che quella privata sia caratterizzata da un elevato grado di trasparenza, professionalità, competizione e buona supervisione, dal lato dell'offerta, e da buona informazione e da un minimo di familiarità con i concetti e le grandezze della finanza, dal lato della domanda.

Dal lato del sistema pubblico, per quanto riguarda il nostro paese va preservato e rafforzato il metodo contributivo adottato nel 1995, e anzi sarebbe opportuno accelerarne l'entrata in vigore, visto che il passo troppo lento della riforma fa sì che soltanto a partire dal 2014-2015 cominceranno a essere liquidate pensioni con una componente contributiva.

Dal lato delle famiglie, la politica dovrebbe incoraggiare la preparazione degli individui con misure rivolte soprattutto alle fasce più deboli. In questo ambito si collocano i programmi di educazione finanziaria, la supervisione dell'attività di informazione, la definizione accurata delle opzioni di default insite nelle scelte finanziarie complesse, le categorie meno fortunate.

Se la formazione è importante per i giovani, per gli anziani è essenziale la disponibilità di rendite il più possibile economiche, semplici e sicure, così da incoraggiare l'assicurazione contro il rischio idiosincratico di longevità.

Per quanto riguarda il mercato, è anzitutto importante distinguere le risposte immediate da quelle di medio-lungo termine. Quando le perdite dei mercati finanziari intaccano una parte sostanziale del capitale accumulato di lavoratori prossimi alla pensione la risposta non può che essere un temporaneo aiuto pubblico. Nel medio termine è verosimile pensare che la crisi accelererà la transizione verso i piani a contributo definito.

Al di là dei miglioramenti possibili nelle tecniche di gestione dei portafogli dei fondi pensione - asset management - esiste il problema sociale di fornire le necessarie garanzie di rendimento ai lavoratori. Tali garanzie sono, per un verso, sempre imperfette e, per altro verso, mai gratuite, sia che le offra il mercato sia che vengano dallo Stato, nel qual caso l'onere è addossato ai contribuenti.

La crisi, causa di malessere profondo per famiglie, gestori e responsabili della politica economica, è al tempo stesso fonte di nuove sfide e di opportunità, che sarebbero perse se dovesse prevalere un semplice ripiegamento sui passati modelli di welfare e sull'idea di un facile ritorno sotto l'ombrello protettivo dello Stato.



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