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Chiedete e vi sarà detto: consenso informato

1 ottobre 2007

Abbandonate il timore reverenziale e ponete al medico tutte le domande per chiarirvi le idee. Solo dopo aver ricevuto ogni informazione necessaria, sarete in grado di decidere se accettare oppure no la cura o il trattamento proposto.

Il consenso del paziente
Spetta al paziente, una volta informato in maniera comprensibile ed esaustiva, la decisione se accettare (o rifiutare) di sottoporsi a una procedura di diagnosi, di cura o di sperimentazione clinica. La decisione deve maturare alla fine di un processo che ha i suoi momenti clou nella trasmissione di informazioni dal medico al paziente, nello scambio di opinioni tra i due e nella riflessione che porta alla scelta.

Il consenso informato è quindi l'esito di un processo di comunicazione grazie al quale il paziente riceve informazioni utili per scegliere. Anche perché un medico che si assicura la firma del paziente senza aver compiuto lo sforzo di fargli comprendere le procedure, i rischi e le conseguenze del trattamento che propone, è perseguibile legalmente.

Tre momenti fondamentali
A voler schematizzare, il processo di comunicazione che conduce al consenso informato dovrebbe idealmente articolarsi in tre momenti, distinti l'uno dall'altro da intervalli di tempo in cui al malato è concesso di riflettere.

  1. Il medico fornisce al paziente informazioni sulla diagnosi, sul decorso della malattia, sulle prospettiva di cura, sulle possibili alternative, su eventuali rischi e sulle conseguenze prevedibili in cui può incorrere se non si sottopone a quanto proposto. È fondamentale che lo faccia con un linguaggio chiaro e comprensibile, cercando di evitare termini medico-scientifici. Se ne è in possesso, gli consegna opuscoli e altro materiale informativo. Il malato espone dubbi e perplessità, e senza imbarazzi chiede ulteriori chiarimenti.
  2. Il dottore si preoccupa di verificare che il paziente abbia realmente compreso il significato dell'informazione e chiede se ha bisogno di un supplemento di spiegazioni.
  3. Il paziente, dopo un'attenta valutazione, sceglie - liberamente, autonomamente e consapevolmente - se accettare o rifiutare il trattamento. Il consenso informato per sua natura non è mai definitivo e irrevocabile, visto che il paziente può rinunciare alle cure anche dopo che sono iniziate.

Senza fretta
In qualche ospedale si arriva all'eccesso di far firmare il modulo del consenso nell'anticamera della sala operatoria. Sarebbe invece opportuno che dopo lo scambio di informazioni tra medico e paziente, il tempo concesso a quest'ultimo per decidere sia tale da consentirgli una riflessione adeguata.

Non è finita qui. Tra il momento del consenso e quello dell'esecuzione dell'atto medico, occorre un ulteriore intervallo di tempo per permettere al paziente eventualmente di cambiare idea. Non esiste, infatti, un consenso definitivo e irrevocabile. Quantificare il tempo sufficiente per riflettere è difficile, visto che dipende dal tipo di trattamento o intervento, dalle condizioni del paziente e dall'urgenza di effettuarlo.

Da una nostra inchiesta sulle modalità con cui si realizza in Italia l'intervento programmato di protesi d'anca, è risultato che il tempo dato per la firma del modulo era spesso di mezza giornata.

Il paziente, se ritiene, può anche chiedere al medico la documentazione scientifica (articoli su studi specialistici, risultati di ricerche, atti di convegni...) a maggiore garanzia dell'oggettività delle informazioni fornite. Sarebbe anche oppurtuno, visto l'alone di incertezza che circonda la medicina, chiedere a un altro medico un nuova opinione ("secondo parere") prima di compiere una scelta importante, come può essere quella di sottoporsi a un intevento chirurgico programmato.

In che forma?
Sono diversi i modi in cui si può esprimere la propria scelta riguardo a un trattamento sanitario. Se ci si reca in un laboratorio per fare gli esami del sangue oppure nello studio del medico di famiglia per farsi misurare la pressione, il consenso è implicito. Quando invece l'intervento del medico è più invasivo e rischioso, occorre esprimerlo in forma esplicita, orale o scritta che sia. Ci sono però alcuni casi in cui la legge prescrive l'obbligo del consenso scritto: trasfusioni del sangue, sperimentazioni cliniche, esami per la diagnosi dell'Aids, impiego di radiazioni ionizzanti, trapianto di organi o tessuti. Anche se il Codice di deontologia medica in qualche modo estende la pratica del consenso scritto, stabilendo che la scelta del paziente sia opportunamente documentata tutte le volte che si sottopone a quegli atti sanitari che possano comportare grave rischio per l'incolumità del paziente.

Certi moduli sono così stringati e usano un linguaggio così poco divulgativo, da sembrar fatti giusto per compiere un adempimento burocratico e per produrre la documentazione indispensabile da portare in tribunale in caso di contestazione giudiziaria. Tutt'altra forma assumono i moduli più o meno esaustivi, soprattutto quando vengono accompagnati da opuscoli o libretti informativi che possono essere molto utili per una serena riflessione. Poiché è necessario ottenere il consenso per ogni singolo atto medico (esami diagnostici, anestesia, intervento chirurgico...), sarebbe meglio che il paziente non sottoscrivesse un solo modulo in cui elencate le varie procedure, ma singoli documenti chiaramente distinguibili tra loro. Così come sarebbe necessario consegnargli copia degli stessi.



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