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Sanità e Regioni

1 maggio 2005
Sanità e Regioni

Difficili sfide attendono i governatori delle Regioni italiane. Uno dei terreni più delicati e insidiosi è quello della sanità, per la quale si deve mettere a disposizione la gran parte dei bilanci locali ...

Editoriale

Difficili sfide attendono i governatori delle Regioni italiane. Uno dei terreni più delicati e insidiosi è quello della sanità, per la quale si deve mettere a disposizione la gran parte dei bilanci locali (in media oltre il 70%).

I costi sono in continua crescita per vari motivi: l’invecchiamento della popolazione, le cure più costose perché a più alto contenuto tecnologico, le giuste richieste e aspettative dei cittadini, più consapevoli dei propri diritti.

Inoltre, il servizio pubblico ha il dovere di assicurare l’assistenza ai malati cronici, ai non autosufficienti, ai terminali, di cui il privato non ha interesse a occuparsi perché non remunerativa. A ciò si aggiunga la spinta a una medicalizzazione generalizzata, quanto inutile, anche della popolazione sana, e la promozione di svariati screening, spesso non necessari ma subdolamente incentivati per allargare il mercato della salute, con costi che ricadono sia sul cittadino sia sulla spesa pubblica. Ne abbiamo parlato in più occasioni su Salutest.

Lo scorso anno abbiamo anche denunciato una campagna per la prevenzione rivolta alle persone anziane promossa dal ministero della Salute, che consigliava più esami del necessario o di efficacia non sempre documentata, e che, grazie a noi, è stata immediatamente ritirata.

Dunque, la prima cosa da fare è individuare i bisogni reali della popolazione ed evitare di esaudire richieste non giustificate, per non sprecare risorse.

Occorre vigilare sulla reale necessità e appropriatezza di esami e controlli, con la collaborazione dei medici, che devono essere incentivati anche a non prescrivere farmaci inutili e a scegliere, a parità di principio attivo, il generico o la specialità meno costosa (a proposito, è sempre attiva e consultabile la nostra banca dati sui generici). Ma anche la più virtuosa delle gestioni deve fare i conti con i pochi fondi a disposizione. I finanziamenti sono storicamente sottostimati e non adeguati ai bisogni.

Per la spesa sanitaria nazionale si mette a disposizione poco più del 6% del Pil, troppo poco in rapporto alle esigenze, anche se si azzerasse qualunque spreco. E lo dimostra la sofferenza, quando non si tratta di vera emergenza, di alcune regioni italiane, soprattutto del Sud.

Un’altra priorità è rendere più trasparente la gestione e l’utilizzo delle strutture: l’abbiamo risollecitata in una lettera inviata al ministro della Salute, nella quale denunciamo gli ancora troppo lunghi tempi di attesa per visite ed esami (inchiesta di Salutest n. 55, aprile 2005).

Ora, il federalismo e la riforma costituzionale in discussione rischiano di complicare le cose: alle Regioni verrebbe affidata in autonomia ogni decisione su “assistenza e organizzazione” del servizio sanitario: allora cosa garantirebbe lo Stato, a livello nazionale?

Il pericolo concreto è di accentuare lo squilibrio, sia nel livello delle prestazioni sia per quanto riguarda i costi di cui i cittadini devono farsi carico, tra il Centro-Nord, con aree ben gestite, e il Sud, dove servirebbe un piano di interventi strutturali.

È giusto dunque che lo Stato indirizzi le politiche nazionali e le Regioni siano sempre più responsabilizzate a livello locale.

La sfida, per entrambi, consiste nella salvaguardia della sanità pubblica, solidaristica e universale, cui garantire risorse adeguate - da ottimizzare evitando sprechi - per offrire prestazioni adeguate su tutto il territorio nazionale e a tutti, soprattutto alle fasce più deboli: cittadini a basso reddito, tra cui molti anziani, persone non autosufficienti, extracomunitari.



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