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Dopo l'anatocismo: come prima, più di prima

1 gennaio 2005
Dopo l'anatocismo: come prima, più di prima

Attesa da mesi come risolutiva, la recente sentenza della Corte di Cassazione (21095, 4 novembre 2004), ha dato una nuova bordata all’illecito conteggio degli interessi sugli interessi, ma ha tutt’altro che chiuso la questione...

Editoriale

Attesa da mesi come risolutiva, la recente sentenza della Corte di Cassazione (21095, 4 novembre 2004), ha dato una nuova bordata all’illecito conteggio degli interessi sugli interessi, ma ha tutt’altro che chiuso la questione.

L’anatocismo bancario riguarda il passato, quando ai clienti che andavano in rosso venivano calcolati gli interessi da pagare ogni tre mesi, mentre la banca riconosceva quelli attivi su base annua: dal 2000 una regolamentazione normativa ha stabilito una uguale periodicità di calcolo anche per gli interessi creditori. Agli istituti di credito si chiede dunque la restituzione degli interessi illegali sul “rosso” pagati prima del 2000.

Richiesta alla quale continuano a resistere. Perché? Il guadagno che le banche realizzano applicando gli interessi composti su un gran numero di conti è già una risposta, ma il vero affare per loro deriva dal fatto che lucrano applicando le spese di chiusura e la commissione di massimo scoperto anche se il conto è in rosso per un solo giorno. Questi costi, nella maggior parte dei casi, superano di gran lunga l’ammontare degli interessi (che per i consumatori di solito ammontano a piccole somme) e possono arrivare anche a 50 euro a trimestre.  

”È intenzione del sistema bancario - ha spiegato il presidente dell’ Abi - esperire ogni tutela dei propri diritti anche attraverso il ricorso alla Corte costituzionale e alla Corte di giustizia europea. Siamo convinti di avere ragione e che le banche nulla debbono”.

La banca difende i propri privilegi, non fa autocritica, non vuole rivedere le regole. Il problema non è l’anatocismo, ma l’arroganza di un sistema bancario e finanziario che, al di là degli aspetti giuridici, non vuole stabilire rapporti equi, trasparenti e corretti con i clienti. Anche in questa occasione, se non interverrà la Banca d’Italia, gli istituti di credito obbligheranno i loro clienti a estenuanti contenziosi individuali.

Già nel 1999, per difendere l’anatocismo dal giudizio di nullità e vessatorietà, espresso dalla Corte di Cassazione, le banche hanno agito da vere e proprie corporazioni, sollecitando Governo e Parlamento a emettere il famoso “decreto salva interessi”. Solo l’intervento della Corte Costituzionale ha impedito che si realizzasse un condono per tutti gli interessi percepiti illecitamente nel passato. Altroconsumo ha già chiesto l’intervento della Banca d’Italia per obbligare le banche a erogare i rimborsi e sollecitato il Senato perché approvi in via definitiva la legge sulle class action, che consentirebbe ai consumatori di agire contro le banche collettivamente.

Nell’attesa che fare? I consumatori vantano crediti generalmente contenuti, il che di regola non giustifica un’azione giudiziaria individuale, neppure davanti al giudice di pace (che oltretutto, a seguito del noto ”decreto salva compagnie” dello scorso anno, dovrà decidere secondo diritto e non secondo equità), soprattutto senza avere la certezza di ottenere il rimborso delle spese di chiusura del conto. Agli interessati suggeriamo di interrompere la prescrizione decennale inviando alle banche le richieste di rimborso. Il testo della raccomandata è sul nostro sito: inviatela, se non altro, come strumento di protesta.          



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