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Diamoci una mossa

1 ottobre 2006

Dopo tanto parlare, è il momento di agire. Per questo abbiamo chiamato “Diamoci una mossa” la nostra campagna per la mobilità

Dopo tanto parlare, è il momento di agire. Per questo abbiamo chiamato “Diamoci una mossa” la nostra campagna per la mobilità che ci ha accompagnato per tutto il 2006 e che ha affrontato a tutto tondo gli spinosi problemi del trasporto, dai treni agli aerei, dalla sicurezza delle strade, alle difficili questioni del traffico urbano e dell’inquinamento delle città che rendono pessima la qualità della vita di chi le abita. Questo mese riportiamo i deludenti risultati della nostra inchiesta sulla soddisfazione di chi usa i mezzi di trasporto pubblici: lenti, affollati, non abbastanza capillari né integrati con le altre infrastrutture, per chi raggiunge da fuori le grandi città.
L’impressione, volendo rifare il punto sulla mobilità urbana, è che tutto sia stato detto e ridetto sulle carenze di bus e treni per pendolari, sulle inadeguatezze strutturali che rendono le città poco vivibili - e poco percorribili - da pedoni e ciclisti, sulle malattie da inquinamento, che fanno morti quanto gli incidenti stradali, sugli enormi costi economici, sociali e individuali, che potrebbero essere risparmiati in una sistema di mobilità efficiente.
Ora è tempo di agire: le amministrazioni devono mettere i cittadini nella condizione di poter decidere di non usare l’auto per i propri spostamenti; i cittadini devono scegliere di non prendere l’auto, già da oggi, se solo hanno la possibilità di farlo. L’Italia è il paese europeo in cui più si fa ricorso alle auto private: abbiamo 60 auto ogni cento abitanti, contro la media europea che ne registra 43.
Siamo già oltre il limite accettabile. Sedici milioni di italiani, ogni giorno, salgono su un’auto per andare a scuola o al lavoro, percorrendo, in un caso su due, una distanza inferiore ai 5 chilometri o addirittura inferiore ai 3 chilometri, in un caso su tre. Tutte queste auto, con il loro rumore, le emissioni inquinanti e gli ingorghi che creano, fanno seri danni quando sono in movimento, ma ci minacciano anche se stanno ferme, magari parcheggiate in seconda fila: limitano la visibilità, riducono la sicurezza, tolgono spazio a piste ciclabili e marciapiedi, rallentano tram e autobus, esalano benzene. Insomma, invadono lo spazio collettivo.
Può apparire impopolare, ma è davvero necessario scoraggiare l’uso o, osiamo dire, il possesso di un’automobile, tanto più quando diventa un anacronistico status symbol. Non è così irrealistica o scomoda, anzi non è priva di vantaggi, l’idea di una qualche forma di condivisione, di cui il car sharing, che sta prendondo piede in alcune città, non è che un esempio. Spesso, invece, non si condivide l’auto neanche all’interno della propria famiglia. Eppure, anche se si tiene ferma, un’auto ci costa in media ben 300 euro al mese.
Purtroppo non sempre - anche se più di quanto non si faccia - ci si può spostare a piedi, in bicicletta o in autobus e certo sono necessari e urgenti molti lavori strutturali per una riorganizzazione che renda più efficiente e sostenibile il trasporto pubblico. Sarebbe auspicabile che, anche in questo settore, il mercato si aprisse, scardinando gli interessi corporativi che ancora gravano sulle aziende di trasporto pubblico locale e offrendo ai cittadini diverse possibilità di scelta. Questo abbiamo chiesto in una lettera aperta al presidente del Consiglio e ai componenti della “Cabina di regia sul sistema dei trasporti in Italia” appena costituita, che inizia ad operare proprio in questo autunno. Diamoci tutti una mossa, subito.



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