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Esportiamo diritti

1 dicembre 2004
Esportiamo diritti

La nostra inchiesta sulla “fabbrica dei giocattoli” apre uno spaccato di sfruttamento davvero intollerabile.

Editoriale

Il clima è già di festa, di voglia di casa e famiglia, di scambi di doni e di affettuosità.

Scusate l’impertinente invadenza, se vi chiediamo un piccolo sforzo per allargare gli orizzonti e guardare oltre gli scintillanti pacchi che stiamo impilando sotto l’albero di Natale e che faranno felici i nostri bambini.

La nostra inchiesta sulla “fabbrica dei giocattoli” – la quarta che indaga gli aspetti etici della produzione, dopo scarpe da jogging, banane e automobili – apre uno spaccato di sfruttamento davvero intollerabile.

Quasi tutte le principali imprese del settore per ridurre i costi hanno delocalizzato la produzione in Cina, dove i salari sono bassi, le autorità poco attente alla protezione dei lavoratori e dell’ambiente, le legislazioni a dir poco lassiste.
La globalizzazione, al di là delle molte dispute spesso ideologiche, è ormai un fatto con cui fare i conti. Di certo, se ben guidata, potrebbe rappresentare un potenziale positivo per aprire la porta a molti benefici: combattere la povertà e promuovere la modernizzazione dei Paesi più arretrati, far emergere una coscienza globale su temi come l’ineguaglianza e lotta all’inquinamento, incoraggiare la concorrenza e un più libero scambio di beni, ma anche di idee e conoscenza.
In piccola parte ciò avviene, ma siamo lontanissimi dal poter affermare che i vantaggi raggiungano tutti.

Nell’economia globale persistono enormi squilibri eticamente inaccettabili, oltre che politicamente insostenibili. Per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, la globalizzazione non ha risposto alla semplice aspirazione a un lavoro dignitoso e a un futuro migliore.

Occorre dunque denunciare con forza ogni forma di sfruttamento, ma non farne un argomento strumentale, come fanno molti produttori, per liquidare con l’accusa di concorrenza sleale gli avversari di mercato. La possibilità di lavorare rappresenta per molti uomini un’occasione di emancipazione e, per i loro Paesi, di sviluppo. Così come un mercato allargato offre più possibilità ai consumatori. È dunque necessario aprire maggiormante al commercio internazionale, esigendo però il rispetto della regole e facendo circolare, oltre ai prodotti, anche i diritti.

La competitività in un mercato corretto si gioca su più tavoli: della qualità, del prezzo, della tutela dell’ambiente, della responsabilità sociale, ognuno dei quali deve avere il peso adeguato.

Siamo contrari alle politiche protezionistiche, né riteniamo risolutiva la proposta di regolamentazione comunitaria che vorrebbe imporre l’obbligo del “made in”, consentendo di distinguere i prodotti fabbricati nella Ue da quelli di provenienza extracomunitaria. Non serve e non basta. Non serve perché la delocalizzazione riguarda quasi tutti i grossi produttori, anche europei, e un marchio d’origine non è garanzia di nulla - ci sono, per esempio, anche nella nostra inchiesta, prodotti pericolosi fatti in Europa - e può essere facilmente contraffatto. Non basta perché più che sulla provenienza, ai consumatori servono garanzie (e controlli severi) sulla sicurezza, la composizione chimica, il rispetto dei criteri ecologici ed etici della produzione.

Tutte informazioni che noi vi forniamo con in nostri test e inchieste e che, da una parte, permettono a voi di ponderare bene le vostre scelte d’acquisto, dall’altra, danno trasparenza al mercato, mettendo a nudo chi opera senza scrupoli. Solo così il mondo produttivo sarà costretto a cambiare certi sistemi, e a dimostrarlo, non foss’altro che per dare lustro alla propria immagine e reputazione, che nel mercato globale – e mediatico – hanno un valore, anche economico, enorme.  


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