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Lo spreco di cibo una scelta non sostenibile

24 giugno 2010

24 giugno 2010

Matilde Ferretto - Università degli Studi di Milano Bicocca

L'articolo mostra che, in termini sia quantitativi sia calorici, la quantità di alimenti prodotti a livello globale sarebbe sufficiente ad arricchire la dieta delle popolazioni più povere. Se ciò non avviene è a causa della cattiva distribuzione e degli sprechi alimentari di un Occidente sempre più obeso, con gravi danni per sé, per le popolazioni povere e per la vittima più silenziosa: l'ambiente.

Il cibo rappresenta una delle principali ossessioni dell'umanità che, nel momento attuale, può essere divisa tra coloro che cercano disperatamente di mangiare e coloro che cercano disperatamente di non mangiare. La penuria di cibo viene considerata un problema dei Paesi in via di sviluppo, l'eccessiva opulenza un problema dei Paesi sviluppati, anche se problemi di accesso al cibo si stanno verificando anche nei Paesi sviluppati a causa della crisi economica.

Tale fenomeno sta assumendo dimensioni tali da mobilitare le istituzioni e la società civile fino ad arrivare a nuovi movimenti per il libero accesso al cibo sprecato (freeganismo). Questo perché la gran parte del cibo scartato nei Paesi sviluppati non è né poco igienico, né di cattiva qualità, anzi è veramente tanto.

Lo spreco di cibo è considerato una variabile di marketing ineliminabile, scaricando però i costi sui più deboli: i consumatori, i piccoli produttori agricoli, le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo e l'ambiente.

Attualmente la società si trova in una situazione di sazietà le cui caratteristiche principali sono: la crescente disponibilità di cibo e il prezzo tendenzialmente decrescente degli alimenti.

In generale il cibo continua ad avere una notevole importanza a livello culturale, ma nella quotidianità l'attenzione a questa voce in termini di spesa ha perso rilevanza poiché da almeno trent'anni nelle società occidentali è abbondante e a basso prezzo. Ne segue una contraddizione: da un lato il cibo ha perso rilevanza in termini di spesa, mentre la domanda di cibo da parte dei consumatori dei Paesi sviluppati continua ad aumentare. In ogni caso il cibo deve essere tanto e la domanda deve poter spaziare in una gamma molto ampia, in modo da poter soddisfare le esigenze più diverse.

Il cibo, proprio perché abbondante e a basso prezzo, rappresenta oggi il primo livello di "lusso accessibile" ad ampi strati sociali che, indipendentemente dal reddito, pongono scarsa attenzione alla spesa alimentare, che assume spesso valenze compensatorie rispetto alla moderazione imposta da altri tipi di spesa.

Nell'epoca della società alimentare, è stata introdotta la variabile della bulimia alimentare, che presenta due aspetti principali: quello di consumo (mangiare eccessivamente rispetto alla necessità) e quello di acquisto (acquistare quantità di cibo superiori alle capacità di consumo).

Si identificano, quindi, due realtà contrapposte. Da un parte l'Occidente sta diventando sempre più grasso anche perché la cultura del consumatore media è bassa (in pochi sanno leggere le etichette, capire la funzione della data di scadenza…), dall'altra una crescente quota di consumatori è sempre più attenta alle caratteristiche e alla qualità del cibo come dimostrano l'affermarsi di alcune associazioni come Slow Food, l'aumento della domanda di prodotti tipici, certificati e biologici.

I dati e le indagini ci dicono che, nella media dei Paesi sviluppati, i prodotti alimentari rappresentano dal 30 al 40% del peso dei rifiuti e che in media le famiglie buttano per ogni componente da 70 a 96 Kg l'anno. Ciò lascia intuire che il comportamento d'acquisto, ovvero un approvvigionamento quantitativamente superiore alle necessità, interessa la quasi totalità dei consumatori e coinvolge tutte le tipologie di prodotti: non vi è una distinzione nel comportamento d'acquisto per tipologia qualitativa, mentre appare evidente la tendenza a sprecare alimenti freschi ad alta deperibilità o prodotti confenzionati appartenenti a fasce di prezzo basso.

C'è molta indifferenza nei confronti della tipologia di cibi che vengono acquistati e scartati: per il consumatore occidentale, a parità di costo d'acquisto, è del tutto indifferente scartare insalata, banane, carne fresca, sushi, pasta…. Tale aspetto è molto grave, in quanto dimostra che la crescente separazione tra produzione e consumo fa sì che pochi cosumatori siano a conoscenza dei processi produttivi alimentari e siano in grado di leggere le filiere alimentari. La conseguenza è un enorme spreco di risorse da parte dei consumatori dei Paesi sviluppati, che va a detrimento delle risorse disponibili, non solo per i consumatori dei Paesi in via di sviluppo, ma per tutto il pianeta.

Gli sprechi di cibo da parte delle famiglie sono principalmente imputabili a un eccesso degli acquisti rispetto ai consumi: è difficle per il consumatore effettuare un'analisi economica per stabilire velocemente in quale quantità e a quale prezzo i vari alimenti soddisfino i suoi bisogni senza produrre sprechi. Il cibo incide poco nella maggioranza dei bilanci familiari e quindi non merita un tale sforzo di ragionamento.

Il consumatore dei Paesi sviluppati vuole essere certo di trovare subito, in qualunque orario e nella maggior parte dei posti possibili, la quantità e la varietà che desidera di qualunque bene di largo consumo, bisogno che viene soddisfatto in particolare dalle grandi catene di distribuzione. Ciò fa si che nel mondo occidentale tutti gli attori del mercato del cibo (consumatori, distribuzione, ristorazione, industria alimentare) buttano via alimenti in gran parte ancora commestibili, che potrebbero essere consumati senza rischi per la salute. Si tratta di un sistema che produce per quasi la metà lo spreco stesso.

L'insesatezza maggiore riguarda l'inadeguatezza della legislazione relativa alla gestione degli scarti alimentari: altri tipi di prodotti che potrebbero essere ottenuti dagli scarti alimentari (è più conveniente smaltire i rifiuti, piuttosto che trasformarli considerato anche il fatto che non esistono normative in tal senso); il sistema delle date di scadenza, responsabile di una buona parte dei rifiuti alimentari (tale sistema, di difficile comprensione per i consumatori, ha come matrice comune quella di tutelare l'industria alimentare e la grande distribuzione).

L'itinerario dal campo alla tavola evidenzia quali siano i punti della filiera nei quali si verificano sprechi. Si osserva che i primi rilevanti sprechi vengono registrati a seguito delle perdite post-raccolto e riguardano in larga misura i Paesi in via di sviluppo a causa degli scarsi investimenti fatti nelle strutture di trasporto e di stoccaggio, dove una parte rilevante dei prodotti viene danneggiata o distrutta da funghi e parassiti.

Si può quindi affermare che tanto il modello di consumo quanto quello di produzione e distribuzione gravano in modo non sostenibile sul pianeta.


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