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I default delle banche venete, Banca Etruria e le altre

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    I default delle banche venete, Banca Etruria e le altre 7 giorni fa - venerdì 12 luglio 2019
    default banche venete, Banca Etruria e altre

    default banche venete, Banca Etruria e altre

    I default delle banche venete, Banca Etruria e le altre

    Cosa è successo alle banche venete?

    Per le due banche venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) le prime avvisaglie di problemi già si avvertivano nel 2014, quando noi già vi mettevamo in guardia dai rischi di comprare azioni di banche popolari non quotate. Le polemiche sono poi scoppiate nel 2015, quando il prezzo delle azioni (che aveva raggiunto il costo di acquisto di 62,5 euro per Popolare Vicenza e 40,75 euro per Veneto Banca) è stato, per la prima volta, tagliato nel corso dell’assemblea annuale.

    Nonostante il taglio del prezzo, vendere queste azioni era pressoché impossibile, confermando i nostri timori e mettendo in allarme, purtroppo troppo tardi, molte associazioni dei risparmiatori e la stampa specializzata, per esempio il sole 24 ore. E il taglio del prezzo del 2015 è stato solo il primo di una lunga serie. Dopo nuove ispezioni della Bce, che ha costretto le banche a nuove, pesanti svalutazioni e a chiudere i bilanci in perdita, la situazione è andata via via peggiorando.

    Chi doveva pagare l’aumento di capitale?

    Tra il 2015 e il 2016 le due banche si vedono costrette a proporre un nuovo pesante aumento di capitale, offrendo ai propri azionisti diritti riservati per parteciparvi. Ma alla luce della situazione sempre più critica, gli azionisti non rispondono all’appello e non sottoscrivono l’aumento di capitale. D’altronde, l’attività di direzione e coordinamento delle due banche popolare finisce anche sotto inchiesta da parte della magistratura, che indaga su diverse ipotesi di reato tra cui quello di bancarotta fraudolenta.

    Ulteriore beffa, per entrambe le banche il diritto di recesso (che spetterebbe agli azionisti perché le banche si sono trasformate in spa) non solo viene fissato a un prezzo notevolmente più basso del prezzo di acquisto, ma resta anche puramente teorico, perché una norma di legge (ovviamente sfruttata da entrambe le banche) permette di non concedere questo diritto nella pratica se il recesso stesso comportasse un eccessivo indebolimento del capitale.

    Chi è intervenuto nelle banche venete?

    Tra maggio e giugno 2016, dopo il definitivo fallimento del tentativo di aumento di capitale, Veneto Banca insieme a Banca Popolare di Vicenza viene “salvata” dal fondo Atlante, che acquista un quantitativo enorme di azioni a un prezzo quasi azzerato (0,1 euro per azione) diventando, di fatto, quasi l’unico azionista delle due banche con percentuali ben superiori al 90% del capitale.

    Le attività di Vicenza e Veneto Banca restano però fragili anche dopo questo intervento, non ci sono investitori istituzionali disposti a dare fiducia e l’ipotesi di quotazione in Borsa tramonta definitivamente.

    A gennaio 2017 le due banche varano un’offerta agli azionisti che hanno perso tutto il loro capitale, ma l’offerta prevede il recupero solo del 15% dell’investimento e ha, come contropartita, il fatto di non intentare più nessuna azione contro la banca. Non possono essere definite condizioni di favore, ma molti accettano; per gli altri, rimane la strada del ricorso all’arbitro per le controversie finanziarie.

    A settembre 2017, però, anche questa strada si chiude, perché dopo che formalmente si è conclusa la liquidazione coatta delle due banche, non vengono più accettati dall’arbitro ulteriori ricorsi.

    Nel frattempo, a giugno 2017, Intesa Sanpaolo ha acquistato al prezzo simbolico di un euro (anzi, si fa pagare diversi miliardi) la parte “buona” delle due banche, lasciando allo Stato (e quindi alla collettività) gli oneri della parte “marcia”.

    Cosa è successo a Banca Etruria e le altre?

    Anche per Etruria Banca delle Marche ecc popolare le avvisaglie sono di parecchi anni fa, già dal 2013, con i rilievi di Banca d’Italia e la ricerca di un “cavaliere bianco” con cui fondersi per risanare i conti. Ma pure per la popolare aretina la situazione non si risolve, anzi peggiora: a febbraio 2015 viene sospesa dalle negoziazioni di Borsa e a novembre 2015 viene “risolta” insieme a Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti.

    Pure in questo caso, dietro il dissesto finanziario ci sono non solo la crisi economica, ma anche pesanti ipotesi di reato, che coinvolgono il Consiglio di amministrazione e il presidente Lorenzo Rosi. Non basterebbe certo qualche milione di euro, che tra l’altro il mercato non è disposto a dare, per risolvere la situazione. E così, la risoluzione comporta l’azzeramento del capitale per chi ha investito in azioni ma anche in obbligazioni subordinate.

    Come hanno ottenuto un risarcimento gli investitori delle banche fallite?

    Sia per le banche venete, sia per Etruria e le altre, ci sono state delle procedure di ristoro che accomunano le due storie. Primo, il rimborso forfetario agli obbligazionisti subordinati (fino all’80% del capitale) ma solo per chi non superava determinate soglie di patrimonio mobiliare e di reddito. Per gli altri, oltre al già citato ricorso all’acf c’è stato, per Etruria e le altre, la possibilità del ricorso all’arbitrato dell’ANAC.

    Nel 2019, l’ultima (e forse definitiva) svolta. Nel decreto crescita, il governo stanzia un fondo ristoro (indennizzo risparmiatori) da 1,5 miliardi per risarcire i risparmiatori truffati, cioè azionisti e obbligazioni coinvolti da entrambi i crack.

    A gestire le procedure di rimborso, che prevedono un rimborso forfetario per alcuni casi e una commissione tecnica che valuta caso per caso per gli altri, è la concessionaria del ministero dell Economia Consap. Il ristoro riguarda in particolare persone fisiche e piccoli/piccolissimi imprenditori.

    L’attesa è durata anni, ed è ulteriormente prolungata dalla necessità di varare una serie di decreti attuativi, e comunque non è certo una vittoria eclatante per i risparmiatori: i rimborsi sono solo parziali, e devono ancora arrivare nella pratica.

    Cosa ci insegnano questi casi?

    Prima di tutto, sono stati la riprova concreta che la Commissione europea e le norme comunitarie in generale non permettono più salvataggi pubblici "alla leggera" come talvolta successo in passato. Secondo, ci insegnano che gli obblighi di informazione diligenza ecc ancora restano troppo sulla carta e poco nella realtà.

    Oltre a questo, i due casi ci insegnano che, quando si tratta dei propri soldi, la prudenza non è mai troppa: come abbiamo già detto, in entrambi i casi qualche avvisaglia c’è stata, e le rassicurazioni del management non sono mai un motivo sufficiente per non indagare più fondo e, nel caso, andarsene.

    Infine, le due banche venete sono state la conferma di quanto sia rischioso investire in titoli non quotati: le rassicurazioni del bancario di turno e il pressing, più o meno velato, tramite mutui e conti “agevolati” per chi sottoscrive anche azioni, non sono un buon motivo per fidarsi. Anzi, troppa insistenza in questo senso è un segnale in più del dover stare alla larga.

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