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Dopo Atlante, ci sarà Atlante 2? 2 anni fa - venerdì 1 luglio 2016
Per sostenere le banche travolte dalla Brexit, si sta concretizzando la creazione di un fondo Atlante “bis”. Ma sarà una soluzione efficace?
Nuovi capitali… ma da chi?
Secondo le ultime notizie, il fondo Atlante - nato con il contributo di banche, assicurazioni e fondazioni per sostenere il sistema bancario in difficoltà – si prepara a sdoppiarsi: le risorse rimaste nel “primo” fondo Atlante confluirebbero nel nuovo fondo, a cui si aggiungerebbe un nuovo “sacrificio” di Cassa depositi e prestiti (quindi tuo!) e il contributo di altri soggetti. Sì, ma quali? Chiedere ancora soldi alle banche, per salvare le banche stesse, è un gatto che si morde la coda. Anzi, rischia di essere controproducente. Come è avvenuto con il “primo” fondo Atlante, che ha speso una bella fetta delle sue risorse solo per salvare Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, si rischia solo di trasferire liquidità da banche “sane” alla parte più malata del sistema: siamo davvero sicuri che questo, a lungo termine, sia un bene? Non sarà piuttosto un incentivo a gestire in maniera meno efficiente le banche, tanto c’è Atlante che ci mette una pezza?
Quanto ad altri soggetti che possano essere interessati a contribuire al “nuovo” fondo Atlante… non c’è certo la coda per partecipare. Si parla addirittura di un possibile contributo della previdenza complementare, che però sembra ben poco favorevole a questa idea… e per fortuna, visto che si tratta dei soldi della tua pensione!
Morale: l’obiettivo è di avere un “Atlante-bis” con una dotazione di 3-5 miliardi, compresi i residui provenienti dal “vecchio” Atlante: non gran cosa, visto che il primo Atlante è partito con 4,25 miliardi e non ha risolto gran cosa…e per di più, come ti abbiamo detto, non è neanche detto che Atlante-bis trovi tutte queste risorse: anche le previsioni sulla dotazione del primo Atlante, prima della sua partenza, erano molto più ottimistiche…
Ma supponiamo pure che trovi i soldi: risolverà il problema dei crediti “problematici”? Per farci un’idea, vediamo come ha funzionato il primo fondo Atlante.
 
Crediti deteriorati: tanti dubbi
Il primo Atlante ha destinato circa 1,2 miliardi per il riacquisto delle sofferenze delle banche italiane, cioè la parte più problematica dei loro crediti. L’importo complessivo delle sofferenze è però quasi 84 miliardi! Secondo i promotori del fondo, il beneficio sul sistema sarà più ampio dell’importo acquistato da Atlante (acquistando i crediti “peggiori”, Atlante dovrebbe invogliare altri soggetti ad acquistare il resto). Ma non basta la “buona volontà” di Atlante a invogliare altri a cimentarsi in questo compito. Con tempi medi di recupero di 8 anni per questi crediti, contro una media di 2/3 anni in Europa, i potenziali acquirenti scarseggiano. O meglio: gli acquirenti si possono anche trovare, ma a che prezzo?
E quello dei prezzi è il secondo punto critico: se acquisterà a prezzi troppo alti, penalizzerà le banche che hanno messo soldi in Atlante perché il fondo non realizzerà i guadagni promessi rivendendo i crediti. Se invece li acquista a prezzi troppo bassi, non aiuterà il sistema bancario a riprendersi. Ed è un difetto che sta nella natura stessa del fondo: da un lato proclama la sua natura privata, anche per non incappare nei veti dell’Europa sugli aiuti di Stato (ma tanto tanto privato poi non è, visto il contributo di Cassa depositi e prestiti), il che significa che il suo scopo dovrebbe essere far guadagnare gli azionisti del fondo. Dall’altra, però, gli obiettivi dichiarati dal fondo sono “pubblici”, cioè dare una mano a risanare il sistema. Come si possono conciliare queste due diverse esigenze?

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