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Mps (e non solo): interviene lo Stato

un anno fa - martedì 6 giugno 2017
Dopo mesi, c’è un accordo con l’Europa, ma gli investitori hanno ancora da temere. Etruria, compagne e le Venete. 

MPS: FINALMENTE UN PASSO AVANTI…

In questi giorni è stato annunciato un primo accordo tra l’Italia e le autorità europee, per consentire l’intervento dello Stato nel capitale del gruppo Mps entro fine mese. A fine dicembre le autorità europee avevano accertato che, nonostante i tanti aumenti di capitale passati, a Mps servono ancora 8,8 miliardi (fino a quel momento, si parlava “solo” di 5). Visto che un altro aumento di capitale privato è, di fatto, impossibile (non ci sono più investitori disposti a dare fiducia alla banca), l’unica possibilità per tenere in piedi la società era che questi soldi li mettesse lo Stato. Guarda caso, proprio lo scorso dicembre il governo è intervenuto con un decreto che stanzia 20 miliardi: ufficialmente destinati a tutte le banche in difficoltà, ma di fatto necessari per tamponare la grave situazione del gruppo. Da allora sono partite le trattative con l’Europa, che con le nuove regole sul bail-in non vede di buon occhio la “coperta” pubblica sulle magagne delle banche. Trattative che ora sono sfociate in un primo accordo: il governo potrà (forse) utilizzare parte di questi 20 miliardi per Mps.

... MA SARANNO DAVVERO NOVITA' POSITIVE?

Non c’è da farsi prendere da facili entusiasmi. Le stesse autorità europee hanno precisato che si tratta solo di un accordo di massima, sul quale bisognerà continuare a trattare. Il meccanismo, quindi, si potrebbe ancora inceppare, anche perché l’accordo impone a Mps di rispettare una serie di condizioni. Tra cui (aspetto di non poco conto) la cessione dei crediti “marci”.

Ma anche supponendo che vada tutto liscio, gli investitori pagheranno di tasca propria. Le regole europee non permettono, infatti, di utilizzare solo i soldi pubblici per ripianare le perdite: saranno azionisti e bondisti a coprire le perdite derivanti dai crediti “marci”. E non sono piccole cifre.

LA ZAVORRA DEI CREDITI NON RECUPERATI

Mps ha in portafoglio ancora 46 miliardi di crediti “marci” (20,2 miliardi tenendo conto delle svalutazioni), a fronte di un capitale della banca di soli 6 miliardi. Il piano prevede che 26 miliardi di questi crediti vengano ceduti ad una società ad hoc, che li trasformerà in obbligazioni. La cessione dovrebbe avvenire a circa il 20% del loro valore, quindi 5,2 miliardi, ma nel bilancio di Mps valgono ancora oltre 9 miliardi. Far quadrare i conti, a occhio e croce, genererà altri 4 miliardi di perdite in capo a Mps. Oltre a questa “zavorra”, ci sono i costi legati agli incentivi all’esodo dei dipendenti. Su questo fronte le trattative sono ancora in corso, ma l’Europa vuole tagli al personale più severi di quelli previsti dal gruppo.

Chi pagherà il conto? A pagare per tutte queste perdite saranno sicuramente azionisti e obbligazionisti subordinati, ma ancora non è noto di quanto sarà il “sacrificio”. Qualche speranza sembra esserci per chi ha obbligazioni “ordinarie”: ma intanto, anche questi bondisti sono ostaggio della sospensione dei titoli in Borsa, e quindi non possono recuperare i propri soldi neanche in caso di bisogno. E ancora non è detto che siano salvi.

BANCHE VENETE, IL BAIL IN E' ANCORA UN'IPOTESI CONCRETA

L’incognita Europa pesa anche sul futuro delle due banche venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca). Anzi, in questo caso le trattative sono ancora più tese e siamo ancora lontani dal trovare un accordo.

Nonostante svariati aumenti di capitale, le due banche hanno bisogno di altri 6,4 miliardi (solo nel 2016 ne hanno bruciati in perdite ben 3 miliardi e mezzo): un copione pericolosamente simile a quello di Monte Paschi. Il problema delle due banche venete, ancora una volta, è l’enorme mole di crediti “marci” (circa 19 miliardi, a fronte di un patrimonio di 4 miliardi). “Smaltirli” in un’operazione di cartolarizzazione (cioè trasformazione in bond) simile a quella di Mps significa creare nuove perdite di bilancio, che devono essere coperte da privati e non dall’intervento dello Stato con i “famosi” 20 miliardi: secondo i conti delle autorità europee, manca all’appello un miliardo. Chi è disposto a metterli? L’unica speranza è che ancora una volta se ne faccia carico la parte “sana” del sistema bancario, cioè qualche grande banca (ma le reazioni dei vertici a questa ipotesi non sono certo entusiaste) oppure l’intero sistema. Poco probabile il fondo Atlante, che è impegnato sul fronte Mps e si sta già tirando indietro. Potrebbe intervenire lo “schema volontario” del fondo di tutela dei depositi, ma anche su questo fronte non c’è certo entusiasmo. Volontario più di nome che di fatto, ma potrebbe essere sufficiente per rispettare i paletti europei. Ma se tutto questo va a monte… la strada del bail-in è tracciata.

A differenza di Mps, le obbligazioni delle due banche non sono state (per ora) sospese dalle negoziazioni: se ancora le hai, vendile. Se invece avevi acquistato le azioni e sei rimasto intrappolato in questo investimento perché la banca non ti ha permesso di vendere, la strada che ti consigliamo è di ricorrere all’Arbitro finanziario istituito da Consob. Trovi i moduli qui: https://www.altroconsumo.it/soldi/conti-correnti/news/banca-popolare-vicenza-veneto-banca

E LE QUATTRO BANCHE “SALVATE”?

Che fine hanno fatto Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara?

A fine 2015 le quattro banche sono state “ripulite” dei crediti marci, separati dal resto e confluiti in una bad bank, mentre la parte “sana” (o almeno così avrebbe dovuto essere) è finita in quattro nuove banche rinominate appunto Nuova Banca Etruria, Nuova Banca Marche, e così via.

Peccato che a farne le spese siano stati gli obbligazionisti subordinati, che da un giorno all’altro si sono visti azzerare il proprio capitale.

A un anno e mezzo di distanza da questo “terremoto”, a che punto siamo? Tre delle quattro “nuove” banche sono state acquistate da Ubi Banca al prezzo simbolico di un euro, la quarta (Nuova CariFerrara) è invece finita, sempre per un euro, a BPER. C’è comunque da dire che il costo per le banche acquirenti non finisce qui: tra ricapitalizzazioni e perdite da coprire – perché in fondo queste quattro banche tanto “risanate” non erano – il costo è molto più alto. Ormai il loro destino non è di sopravvivere come banche a sé, ma di essere fuse nella capogruppo. Nel frattempo, la bad bank ancora non è riuscita a cedere i crediti “marci” – solo negli ultimi giorni sembra che le trattative per vendere il primo miliardo abbiano fatto dei passi avanti, ma si parla di fine anno per completare la procedura.

Ma la cosa peggiore, in tutto questo, è che anche gli obbligazionisti coinvolti sono ancora nel limbo: solo la metà di loro (chi non superava determinati livelli di reddito e capitale) ha potuto presentare richiesta per un rimborso, che ancora non è arrivato a tutti e che comunque è limitato all’80% del capitale. E va ancor peggio agli altri bondisti, che per sperare di recuperare il proprio capitale devono armarsi di tutta la documentazione bancaria (e tanta pazienza) e far ricorso a un arbitrato. 

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