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Crediti a rischio, quanto ti costano le richieste della Banca centrale europea?

3 mesi fa - venerdì 18 gennaio 2019
La Bce ha stretto i nodi imponendo (o quasi) alle banche di azzerare i crediti “marci”. Pensi che la cosa non ti riguardi? Non è così: questa decisione può avere effetti negativi non solo per le banche, ma anche per le tue tasche. Ecco come.

Cosa è successo

La Bce, la Banca centrale europea, ha inviato una lettera alle principali banche italiane (quelle più grandi sottoposte alla sua vigilanza) chiedendo una nuova stretta sui crediti a rischio. Già da un po’ di tempo si parla dell’obbligo di svalutare interamente i nuovi crediti “marci” che le banche registreranno in bilancio da ora in poi, ma adesso la Bce alza il tiro e chiede di portare a zero il valore anche dei crediti a rischio accumulati in passato.

Non è una differenza da poco: nonostante la corsa alla “pulizia di bilancio”, le banche italiane hanno ancora in pancia, stando agli ultimi dati resi noti, circa 208 miliardi di crediti problematici. Azzerare il loro valore, come chiede la Bce, libererebbe certo il bilancio delle banche da questa zavorra, ma questa pulizia non è indolore né per le banche né per te. 

Il costo per le banche…

Per far fronte alla possibilità di non recuperare questi crediti, le banche hanno già fatto degli accantonamenti in bilancio per circa il 55% del loro valore, cioè 115 miliardi: questo significa che se le banche riuscissero a recuperare anche solo 93 miliardi, non ci sarebbero impatti negativi sui loro bilanci futuri. Ma recuperare un credito, specie con i tempi della giustizia italiana, richiede anni, e la mossa della Bce ora mette sotto pressione le banche spingendole ad accelerare la “pulizia”. E questa accelerazione può avvenire in due modi: svalutare interamente i crediti nel giro di pochi anni, senza aspettare i tempi lunghi dei tribunali, oppure venderli.

La prima strada è passare il valore di bilancio di questi crediti da 93 miliardi a zero. Significa 93 miliardi di perdita secca, che riduce il patrimonio delle banche. Di quanto? Quasi un quarto del totale! È un costo che le banche italiane non possono permettersi di sostenere, per questo il pressing della Bce porterà le banche a seguire sempre di più la seconda strada, già diventata parecchio di moda negli ultimi anni: quella di cedere i crediti a società specializzate nel loro recupero. In questo modo, le banche incassano fin da subito almeno una parte del credito, anziché azzerarlo interamente, e chiudono la partita. La perdita di bilancio, in questo modo, non è più di 93 miliardi, ma è “solo” la differenza tra i 93 miliardi e quanto incassato dalla vendita. Meglio, quindi, dell’ipotesi di azzerare interamente i crediti… già, ma quanto meglio? Ovviamente, dipende dal prezzo.

Questione di prezzi

Il prezzo a cui le banche possono cedere i crediti problematici dipende da tanti elementi: chi è il debitore, da quanto tempo non paga, se ci sono o meno garanzie a copertura del debito… Secondo i dati più recenti, le sofferenze (la parte più problematica dei crediti problematici) sono state cedute al 17% del loro valore originario, gli altri crediti problematici a circa il doppio. Se applichiamo questi “prezzi di mercato” alle cessioni future, le banche possono recuperare poco più di 60 miliardi; il che significa che, comunque, devono svalutare e registrare una perdita di circa 30 miliardi: sono 7 volte e mezza il costo previsto nel 2019 per quota 100, e 5 volte il costo previsto per il 2019 del reddito di cittadinanza.

Ma può andare peggio: come per qualunque prodotto, anche sul mercato dei crediti il prezzo è questione di domanda e offerta. Con tante banche che si metteranno in coda per cedere crediti, le società che li acquistano potranno permettersi il lusso di “tirare sul prezzo”: anziché offrire il 17% del valore originario, potrebbero offrire meno. Supponiamo che i prezzi scendano al 10% per le sofferenze e al 20% per gli altri crediti dubbi: le banche incasserebbero 30 miliardi circa, e la perdita salirebbe a 60 miliardi.

Il costo per te che sei investitore…

Il fatto che le banche siano obbligate a fare pulizia può sembrarti qualcosa che non ti tocca: anzi, ben venga, così la società in cui ho investito è più solida! Attento: come hai visto, la pulizia si paga con una diminuzione del patrimonio, e se il patrimonio della banca diminuisce, inevitabilmente anche il suo valore di Borsa ne risente. Ecco perché, se hai investito in azioni delle banche, il costo della pulizia “tutto e ora” imposta dalla Bce ricade sulle tue tasche. È vero, hai una banca risanata dalla cancrena: ma è una guarigione che paghi con una dolorosa amputazione, non con una lenta cura a base di medicine per recuperare pian piano i crediti dubbi.

Il costo, poi, può andare anche oltre il “semplice” calo di valore dei tuoi titoli: se la perdita erode una parte importante del patrimonio, puoi essere costretto a metter di nuovo mano al portafoglio per pagare un aumento di capitale, o ancora peggio la società può trovarsi sull’orlo del fallimento e l’eventuale “salvataggio” di fatto azzera i vecchi azionisti, come è successo per esempio a Mps. 

Perfino se sei un “semplice” correntista rischi di pagare, come già è avvenuto in passato quando diverse banche hanno alzato i costi dei conti correnti per far fronte alle spese sostenute per il salvataggio delle “colleghe” in difficoltà.

…e per te che hai un mutuo

E se invece di aver investito, sei uno dei debitori che non è riuscito a ripagare il suo debito, magari perché hai perso il lavoro, per una malattia o per altre cause che non dipendono da te? Anche per te, la corsa alla cessione dei crediti non è una buona notizia.

Se finora hai potuto trattare con la tua banca, e magari arrivare in qualche modo a un compromesso, sarà molto più difficile trattare con un soggetto diverso che ha comprato il tuo credito e che potrebbe fare molto più pressing della tua banca. Le società di recupero crediti non operano certo per beneficenza: se hanno pagato il 20% del valore del tuo debito, puntano a recuperare da te una percentuale ben maggiore. È così che guadagnano.

Questo problema, poi, rischia di essere aggravato da una nuova direttiva europea che facilita il “mercato” dei crediti, e in particolare l’ingresso di operatori esteri sul mercato italiano. La norma ha l’obiettivo, come le richieste della Bce, di facilitare le banche nella pulizia, ma questo significa sempre più ostacoli e meno tutele per il debitore. Per questo, insieme ad altre associazioni di consumatori europee, stiamo sollecitando le istituzioni italiane per evitare che con la nuova normativa allo studio si moltiplichino i casi di chi perde la casa, o la propria ditta, per non essere riuscito a ripagare un debito residuo magari di poche migliaia di euro. Anche tu sei rimasto vittima di questo mercato del credito sempre più aggressivo, ritrovandoti magari con un’ipoteca sulla tua casa e la banca che ti risponde che non può aiutarti perché il credito nei tuoi confronti non è più affar suo? Raccontaci il tuo caso scrivendo una mail all'indirizzo NPL@altroconsumo.it: ci aiuterai così a rafforzare le nostre richieste alle istituzioni. 

Dalle voci di stampa, la richiesta arrivata dalla Bce non sembra essere rivolta solo alle banche italiane, ma a tutte le banche europee sottoposte alla sua vigilanza. Per le banche italiane, però, l’impatto è maggiore perché il volume dei crediti marci (in percentuale sul totale dei crediti concessi) è il doppio rispetto alla media europea.

La richiesta della Bce non è vincolante in senso stretto, si tratta di una “raccomandazione”. Ma è una raccomandazione di quelle a cui è difficile disobbedire: se le banche non si muovono nella direzione richiesta, la Bce potrebbe alzare i requisiti di capitale da rispettare – c’è un livello minimo valido per tutti, ma la Bce può alzarlo caso per caso.

La tempistica entro cui le banche sono tenute ad adempiere a questa “raccomandazione” varia da caso a caso. Nel caso di Mps, per esempio, la Bce ha dato tempo fino al 2026. Per Unicredit, la scadenza fissata è il 2024.

Uno dei più comuni indicatori di convenienza di un’azione è il rapporto tra il prezzo e il patrimonio della società. Se il patrimonio cala in seguito alle perdite, il prezzo tenderà a fare altrettanto, per riallineare il rapporto a quello medio del settore.

A novembre 2018 le “sofferenze” del sistema bancario italiano, tenendo già conto delle svalutazioni per farvi fronte, erano pari a 37,5 miliardi. Tre anni prima la situazione era ancora più drammatica, con sofferenze arrivate al picco di 88,8 miliardi.

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