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Il contabile

un mese fa - lunedì 15 ottobre 2018

Piove: il cielo è grigio, ma in autunno lo è quasi sempre. Il contabile torna a casa tenendo stretta a sé la valigetta di pelle, coprendola con l’ombrello, perché la pioggia insistente non la macchi più di quel che è già ora. Si arrabatta per aprire il portone, chiude l’ombrello, quindi scivola in casa, cercando nella semioscurità l’interruttore della luce. Non c’è nessuno ad attenderlo, ma poco importa, perché si è portato a casa il lavoro. Un mondo tutto suo, fatto di numeri. Già, i numeri, quelli freddi e disperati che gli dicono che per ogni punto percentuale in più di tassi italiani (o di spread, visto che i tassi tedeschi son quasi fermi) i BTp perdono mediamente un 7% del loro valore di mercato. Un effetto contabile che conta perché ad ogni rialzo dei tassi smagrisce le trippe delle banche del Bel Paese, piene di BTp fino al collo (oltre 370 miliardi, circa un settimo del totale). I conti del contabile (li trovi anche in Detto tra noi) dicono che ogni punto di spread guadagnato costa a Intesa San Paolo e Unicredit tra i 2,5 e i 3 miliardi. Ciascuno. Poco importa che quelle banche siano ben gestite, che abbiano utili e dividendi in aumento, che abbian sempre fatto i loro compiti facendo fuori tutta la spazzatura dai loro conti: oggi, per uno spread in più, possono essere costrette ad azzerare i dividendi promessi e vedersi ridurre gli utili. E potrebbe non bastare. Potrebbero dover chiedere altri soldi ai propri azionisti. L’effetto contabile conta ancora di più (in proporzione, ancorché non in valore assoluto) su banche come Bpm, Monte Paschi e Ubi Banca che vedono ridotti i loro indici di solvibilità (quelli che uso per dare loro le stelle di affidabilità). Senza che sia successo nulla di concreto, solo per lo spread che sono costrette a contabilizzare in perdita ogni volta che fanno un bilancio o anche solo quel pezzettino di bilancio che si chiama “trimestrale”. Effetti contabili che contano. Già. Problemi analoghi, anche se non del tutto uguali, li hanno anche le assicurazioni, come le Poste (di fatto un grande assicuratore) e Generali. Il contabile ha finito di cenare, spalanca il giornale alla pagina delle quotazioni di Borsa e la sua grigia vita è invasa dal colore: sono le dolorose tracce di vermiglio del listino di Milano. Anche se sono convinto dell’ottima salute di Intesa San Paolo, Unicredit e Generali, non comprarne più le azioni: limitati a mantenerle. 

Vincenzo Somma

Direttore Responsabile Altroconsumo Finanza

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