Analisi
Non piangere per me, Argentina 15 anni fa - lunedì 4 febbraio 2002

NON PIANGERE PER ME, ARGENTINA

Strano Paese l’Argentina. Grande nove volte l’Italia e con solo un po’ più della metà dei suoi abitanti. Uno dei Paesi più ricchi del globo negli anni Trenta e che ora si trova in recessione da ormai 3 anni. Facciamo il punto sulla crisi e sulle ripercussioni su azioni e obbligazioni.

Un Paese da favola che finisce in fallimento

· Per sconfiggere l’inflazione alle stelle, nel 1991 l'Argentina fissò il valore del peso, la valuta argentina, pari a quello del dollaro. La stabilità derivata da questo provvedimento, unita alle privatizzazioni, avviò il Paese verso un decennio di crescita elevata. Ma la classe politica argentina, preoccupata più dei propri interessi che di quelli del Paese, non realizzò mai le riforme necessarie a sviluppare un’industria nazionale e a stimolare un’economia che continuava a essere basata sull’esportazione di materie prime. Nel 1998 il colpo di grazia: il vicino Brasile svaluta la propria moneta, il real, del 40%. Quindi i prezzi dei prodotti brasiliani scendono, riducendo la competitività di quelli argentini: l’Argentina entra in recessione e i ministri che si succedono impongono misure impopolari, aumentando le tasse e tagliando le spese.

· Ma la miccia che ha fatto esplodere il malcontento della popolazione è stato il provvedimento adottato il 3 dicembre scorso per evitare una fuga di depositi dalle banche e il conseguente tracollo dell’intero sistema finanziario. I prelievi dai propri conti correnti erano limitati a 250 dollari a settimana e a 1.000 al mese. Il limite è stato poi elevato a 1.500 e in base alle ultime misure adottate, i salari e gli stipendi sono stati esentati da ogni restrizione. Risultato: proteste, scioperi generali, saccheggi e assalti a negozi e supermercati con decine di morti e centinaia di feriti. Il governo intero, seguito a ruota dal presidente del Paese, si dimette. Dopo di lui altri 3 presidenti si succedono in soli 15 giorni fino al 2 gennaio, quando le redini del potere sono prese da Eduardo Duhalde.

Cosa cambia per le imprese

· Come prima misura per superare la crisi Duhalde ha abbandonato il rapporto uno a uno tra il dollaro e il peso. La moneta argentina è stata svalutata e sono stati fissati due tipi di cambio: uno fisso per le operazioni svolte dalle imprese – 1,40 pesos per un dollaro – l’altro, per tutte la altre operazioni, libero. Da questo mercoledì il cambio fisso scomparirà: il dollaro fluttuerà liberamente nei confronti del peso. Le imprese europee presenti in Argentina devono ora fare i conti con una recessione economica (che dura ormai da 3 anni) che provocherà un calo delle loro vendite; con la conversione in pesos delle tariffe dei servizi pubblici che ridurrà il valore delle vendite delle imprese del settore (come la spagnola Telefónica) che da questo momento incasseranno pesos svalutati. Le imprese europee che più soffriranno saranno sicuramente quelle spagnole. Vediamo invece nel dettaglio quali saranno le conseguenze sulle società italiane.

· Telecom Italia e France Telecom detengono il 50% ciascuna di Nortel Inversora, che a sua volta possiede il 54,7% di Telecom Argentina. Nonostante ciò, solo il 14% dei ricavi di quest’ultima vanno a Telecom Italia. La società ritiene dunque che la crisi argentina non avrà un impatto rilevante sulla sua attività. Parmalat realizza il 27% del suo fatturato in Sud America, ma i ricavi provenienti dall’Argentina rappresentano solo lo 0,5-0,6% di quelli totali. Anche la presenza di Fiat in Argentina non è molto rilevante. Inoltre, essendo la crisi ormai al suo terzo anno, il gruppo aveva già programmato una ristrutturazione interna, concentrando la produzione negli altri Paesi dell’area e tagliando quella in Argentina (nel 2001 i veicoli prodotti sono passati da 30.000 a 12.000). Il settore bancario italiano ha un’esposizione diretta in Argentina di oltre 4 miliardi di euro. Chi potrà più risentire della crisi sono BNL e IntesaBci. Ma nei mesi scorsi entrambe hanno accantonato ingenti somme, a fronte di possibili perdite.

 

… e per chi possiede obbligazioni argentine

· A settembre 2001 il debito estero argentino ammontava a circa 141 miliardi di dollari, dei quali circa 27 verso il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale e 50 costituiti da titoli in mano ai risparmiatori argentini, le cui condizioni erano già state rinegoziate nello scorso novembre. Dei restanti 60 miliardi, i due terzi circa sono detenuti da banche e gestori di fondi. I rimanenti 20 sono dunque nelle mani dei piccoli risparmiatori. Di questi 20 miliardi di dollari (circa 23 miliardi di euro), più della metà sono nelle mani dei piccoli risparmiatori italiani (quasi 200 mila). Molti di loro sono pensionati che hanno investito i risparmi di tutta una vita in obbligazioni argentine nella speranza di ottenere rendimenti superiori ai titoli di Stato italiani e illusi dalla convinzione che, essendo obbligazioni, il rendimento fosse garantito. A volte sono state le stesse banche a proporre l’investimento: certune non hanno neppure informato i risparmiatori del reale rischio a cui stavano andando incontro; altre lo hanno fatto, ma sottovalutandolo o facendolo scivolare in secondo piano. Altri risparmiatori le hanno acquistate tempo fa, quando ancora lo spettro di un fallimento era un’ipotesi remota. Solo nel 1999 il grado di affidabilità (rating) che Moody (uno dei maggiori enti che esprimono giudizi su Paesi e società) associava alla Repubblica argentina era pari a B1. Un rating che connota sì un certo grado di rischio, ma ben lontano dal CA di oggi. Quest’ultimo è il penultimo gradino nella graduatoria di Moody, e significa che le obbligazioni con questo grado di affidabilità potranno infliggere al sottoscrittore una perdita superiore al 50% sul capitale investito.

Rinegoziazioni cruciali

· Per le imprese. I provvedimenti che il governo argentino ha da poco adottato sono tutti tesi a far cadere il maggior peso della crisi sul settore finanziario. Per esempio, è stato annunciato che tutti i depositi in dollari delle banche verranno convertiti in pesos a 1,40 dollari; mentre i prestiti concessi dagli istituti di credito si trasformeranno in pesos secondo il cambio 1 a 1. Ciò significa che le banche si vedranno restituire in pesos svalutati il denaro prestato in dollari; mentre dovranno restituire in pesos del valore di 1,40 dollari i depositi ai loro clienti. Per ripagare tali perdite alle banche si sta pensando di emettere e consegnargli nuovi titoli di Stato.

· Per i risparmiatori. Per il momento il governo argentino ha sospeso qualsiasi pagamento sia sulle cedole sia sul capitale finale. Nulla è stato ancora deciso su come verranno rinegoziate le condizioni con i creditori. Nella migliore delle ipotesi verranno abbassate le cedole e allungate le scadenze dei titoli senza toccare il capitale finale; nella peggiore, oltre a una riduzione delle cedole e a un allungamento delle scadenze, i creditori si vedranno rimborsare una parte ridotta del capitale: si parla di una perdita che può variare tra il 20 e il 50%. Per il momento non è stato fatto alcun accenno sulla valuta nella quale verranno ripagati i debiti. Quale lo scenario più probabile? Qualsiasi previsione è prematura.

Conclusione e consiglio

· Per le imprese che hanno interessi nell’area, a parte la caduta delle entrate provenienti dall’Argentina, crediamo che tutte abbiano già pagato, con la recente caduta delle loro quotazioni, il prezzo della crisi. Certo è che, fino a quando non verranno applicati i provvedimenti appena annunciati e non si allontani la paura di un contagio ad altri Paesi della zona, le loro quotazioni continueranno a soffrire. Ora come ora, raccomandiamo, al massimo, di mantenerle. L’impatto della crisi su quelle italiane, invece, riteniamo sarà limitato: nessuna ha un’esposizione in Argentina tale da generare preoccupazioni.

· Per i possessori di obbligazioni argentine: noi vi avevamo consigliato di abbandonare l’investimento a fine ottobre (n°470 di Soldi Sette) onde limitare le perdite e evitare che si aggravassero, evento poi puntualmente verificatosi. Chi non ha seguito i nostri consigli ora non può far altro che mantenerle. Vendere adesso è operazione alquanto complessa e, nello scenario che vi abbiamo delineato, non conveniente. Le obbligazioni più diffuse in Italia hanno prezzi volatili e poco significativi che si aggirano intorno a 30. Meglio attendere la ristrutturazione che, in uno scenario pessimista, porterà delle perdite sul capitale inferiori a quelle che subireste vendendole oggi. Dunque mantenetele. Da parte nostra vi terremo aggiornati sugli sviluppi della situazione.

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