Analisi
Analisi: settore petrolifero 13 anni fa - lunedì 30 agosto 2004

ANALISI

SETTORE PETROLIFERO

Le compagnie petrolifere registrano risultati record, anche grazie alla corsa del prezzo del greggio. Meglio aggiungere ancora altre azioni di questo settore al proprio portafoglio "alleggerire" approfittando dell’attuale attenzione sul settore che potrebbe non durare? Secondo noi nessuna delle due: le azioni del settore sono interessanti, ma non conviene esporsi troppo o speculare in un senso o nell’altro.

Il barile ai massimi

Il prezzo del greggio del Mare del Nord è aumentato del 40% da inizio anno fino a superare i 40 dollari (vedi grafico Petrolio infiammato). Alla base del rialzo ci sono vari motivi, che giustificano solo in parte tale crescita. Innanzitutto, la domanda mondiale da parte di Cina e Usa è più dinamica del previsto e il rialzo del prezzo non sembra raffreddare le richieste di questi due Paesi. Sul lato dell’offerta pesano il lento ripristino della produzione irachena, i problemi del produttore russo Yukos, le tensioni geopolitiche (Venezuela) e la scarsità delle scorte. L’Opec (l’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), tradizionalmente cerca di evitare fluttuazioni eccessive nei prezzi, ma oggi, dato che il livello di produzione è già vicino alle capacità massime, il suo margine di manovra è limitato. L’Opec inoltre sembra più orientata a mantenere il livello dei guadagni (per compensare la debolezza del dollaro) piuttosto che assecondare gli interessi del mercato. Tutto ciò gioca a sfavore di un ribasso dei prezzi del petrolio: ne escono favorite le società che operano nelle divisioni Esplorazione e produzione (attività "a monte").

PETROLIO INFIAMMATO

Negli ultimi due anni, il prezzo al barile del brent sembra non voler arrestare la sua corsa.

E le azioni del settore?

Come mostra il grafico Meglio delle Borse…, l’andamento del prezzo delle società petrolifere in Borsa non è altrettanto felice. Tra il 1999 e il 2004, il prezzo del petrolio è quadruplicato mentre le azioni sono salite "solo" del 60%. Un ruolo determinante lo gioca il dollaro (valuta di riferimento per il petrolio): per i gruppi europei, il suo ribasso ha penalizzato gli utili, una volta convertiti nella valuta domestica. Inoltre, prezzi elevati del petrolio rallentano l’economia mondiale (a rischio nel 2005), con conseguenze negative sulle attività "a valle" (raffinazione, distribuzione e chimica). Infine, altre fonti energetiche diventano competitive, il che penalizza le prospettive a lungo termine del settore. Ma la causa principale della "freddezza" degli investitori sono i timori sulla crescita futura della produzione di idrocarburi e sulla difficoltà di rinnovare le scorte.

La sfida: rinnovare le riserve

A inizio anno, la revisione al ribasso delle riserve di Royal Dutch ha fatto sorgere dubbi sulla capacità del settore di trovare nuovi giacimenti. Da un decennio, più del 50% del "rimpiazzo" delle scorte è dovuto a rivalutazioni o estensioni di giacimenti esistenti e non a nuove scoperte. Ciò obbliga i gruppi a fare scelte difficili in materia di investimenti, come continuare a investire nelle zone mature dove l’estrazione diventa costosa (necessità di tecniche più complesse) oppure investire in zone a minor costo d’estrazione, ma ad alto rischio politico. In generale, gli investimenti nel settore sono comunque in rialzo e c’è addirittura il rischio di investire troppo. Se ciò si concretizzasse, la redditività a medio/lungo termine potrebbe soffrirne poiché gli investimenti nel settore sono pesanti e non reversibili. Oggi più che mai, le società devono trovare il giusto equilibrio tra crescita, redditività e rischio. Non è escluso che ci sia più di una strategia vincente: il fattore critico sarà la qualità dell’esecuzione della strategia scelta. La Russia (secondo esportatore dopo l’Arabia Saudita) al pari dell’Iraq non assoggettata alle quote di produzione Opec, costituisce un mercato chiave: la produzione è in forte crescita, ma il rischio lo è altrettanto. BP, con una società in comune con la russa TNK, è il primo gruppo a investirvi massicciamente.

Ancora ottimisti sul settore

L’evoluzione del prezzo del petrolio non deve ossessionare chi investe in azioni del settore petrolifero. L’ipotesi più realista, una progressiva flessione dei prezzi, è secondo noi già incorporata negli attuali prezzi dei titoli. Se il prezzo del petrolio dovesse invece salire o rimanere stabile, questo sosterrà il settore pur non portandolo a balzi straordinari. A medio/lungo termine, le prospettive restano favorevoli: anche con lo sviluppo di energie alternative, la domanda mondiale rimarrà sostenuta. Inoltre buona parte degli utili sono distribuiti agli azionisti sotto forma di generosi dividendi e di riacquisto di azioni.

I nostri consigli

Meritano un acquisto Total (160,5 euro) e ENI (16,9 euro) che presentano profili di crescita e di produzione superiori ai concorrenti e che continuano a "girare" una parte importante dei loro utili agli azionisti. Rimaniamo più prudenti (mantenere) su BP (497 pence) e Royal Dutch (41,88 euro) a causa del rischio legato a questi titoli, che negli ultimi tempi è aumentato (investimenti in Russia per BP, revisione al ribasso delle scorte per Royal Dutch). Consigliamo di mantenere anche Saipem (8,68 euro) che ha dimostrato buone capacità nell’offshore profondo. Consigliamo invece di non acquistare Repsol (16,98 euro), il cui rendimento da dividendo, la redditività e la crescita ci sembrano deboli, e Exxon Mobil (45,44 dollari) che presenta problemi per quanto riguarda il rinnovo delle scorte.

MEGLIO DELLE BORSE, MA...

Il petrolio (grassetto; base 100) sale, ma i titoli del settore (linea sottile) segnano una crescita minore. Meglio comunque delle Borse nel complesso (linea intermedia).

 

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