Analisi
Il volo del petrolio 12 anni fa - martedì 23 agosto 2005
La crescita del prezzo del petrolio ha spinto le quotazioni del settore. Vale ancora la pena investirvi?

Spinti dalla fiammata del prezzo del petrolio che gonfia i loro utili, i gruppi petroliferi hanno visto le loro quotazioni crescere notevolmente nel corso degli ultimi due anni. Il 2005 dovrebbe archiviarsi con nuovi profitti record. È venuto il momento di vendere e di prendere beneficio? Secondo noi no.  

Il barile resterà caro per molto tempo?

· Questa domanda è più che mai di attualità, tanto più che il prezzo del petrolio si avvicina, in termini reali (cioè senza inflazione), ai massimi raggiunti sulla fine degli anni Settanta e al principio degli anni Ottanta. Anche se prevedere l'evoluzione futura del prezzo del petrolio resta una sfida e ci pare azzardato fare speculazioni in un senso, o nell'altro, una cosa appare come certa: allo stato attuale delle cose non c'è da attendersi nessun calo. Le compagnie petrolifere hanno, quindi, davanti a sé ancora un bel futuro.

· Da un lato il livello dei prezzi attuale non sembra ancora essere tale da far abbassare sensibilmente la domanda mondiale di petrolio, spinta soprattutto da Cina e India il cui rapido sviluppo economico è affamato di energia. D'altra parte l'offerta rimane sotto pressione: le tensioni geopolitiche, la minaccia del terrorismo e il problema delle sottocapacità nella raffinazione a livello mondiale continuano a persistere. In più non siamo che all'inizio di un braccio di ferro con l'Iran, secondo esportatore al mondo di petrolo, sul tema della sicurezza nucleare. Braccio di ferro il cui esito è ancora incerto. Nel campo della raffinazione siamo vicini alla saturazione e non c'è da attendersi nessun aumento consistente delle capacità produttive, almeno a breve termine. In più negli Usa gli impianti sono così vecchi (l'ultimo è stato costruito nel 1976) che necessitano di interrompere sempre più spesso la produzione per la manutenzione.  

I gruppi petroliferi restano prudenti

Nonostante le prospettive favorevoli per il prezzo del petrolio, le compagnie petrolifere si mostrano ancora molto prudenti in materia di investimenti. Preferiscono restituire ai loro azionisti sotto forma di dividendi buona parte della liquidità accumulata, piuttosto che lanciarsi in progetti impegnativi e costosi che farebbero rischiare loro una situazione di investimenti eccessivi. Continuano infatti a valutare la redditività degli investimenti potenziali sulla base di un'ipotesi di prezzo del barile relativamente basso (tra 20 e 25 dollari), ricordando che il suo crollo a 10 dollari nel 1999 aveva affossato la loro redditività. Il rialzo dei costi di esplorazione e di produzione (giacimenti in acque profonde, o il cui petrolio è più difficile da raffinare...) e la crescita del protezionismo in Russia, Medio Oriente, Venezuela e Bolivia temperano allo stesso tempo la loro voglia di investire. La maggior parte dei giganti del settore va avanti a piccoli passi. La somma colossale versata da Chevron texaco per acquistare Unocal resta un'eccezione nel settore.  

 L'importanza della diversificazione

Per ridurre i rischi politici e migliorare la loro produttività i gruppi petroliferi diversificano geograficamente il loro portafoglio di attività, come fa ad esempio Repsol YPF che sta riducendo progressivamente la sua esposizione in Argentina. Allo stesso tempo si rivolgono anche ad altre fonti energetiche, visto che le riserve di petrolio convenzionale diminuiscono. Si assiste anche a un guadagno d'interesse per gli oli pesanti (come le sabbie bituminose) presenti in gran quantità in Canada e Venezuela. Ai prezzi attuali, queste riserve colossali, che comportano costi di sfruttamento assai superiori, sono redditizie. Con l'entrata in vigore del protocollo di Kyoto che intende limitare le emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera, si vuole parimenti sviluppare energie meno inquinanti. Ad esempio il gas naturale liquefatto da  molti anni è già parte integrante della strategia di sviluppo dei grandi gruppi petroliferi. Le sue riserve sono abbondanti e i suoi consumi sono attesi in forte rialzo negli anni a venire, soprattutto nella produzione di elettricità. Allo stesso tempo si assiste, anche se in maniera assi più marginale, a uno sviluppo delle energie rinnovabili, come quella solare, i biocarburanti... che potrebbero diventare più competitivi se il rialzo del prezzo del petrolio dovesse persistere. Non dubitiamo che le compagnie petrolifere non mancheranno di seguire le evoluzioni del mercato.  

Titoli del settore, che fare?

Globalmente il settore petrolifero è correttamente valutato e le prospettive restano buone. Vi consigliamo di acquistare ancora BP che mantiene un ottimo potenziale. Tenuto conto della produzione in forte rialzo e della politica generosa di distribuzione dei dividendi per gli azionisti l'azione è ancora a buon mercato. Mantenete, invece, i titoli Total, Eni, Royal Dutch Shell, Repsol YPF e Exxonmobil, tutti quanti correttamente valutati.  

 

LE AZIONI PETROLIFERE SPICCANO IL VOLO

Dal 2003 l'indice del settore petrolifero (grassetto, scala sinistra) è stato dopato dall'impennata del prezzo del petrolio (dollari, linea sottile, scala destra).  

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