Analisi
Economie e mercati 12 anni fa - lunedì 7 novembre 2005
Migliorano le stime dell'Fmi sulla crescita economica del Bel Paese. Scende la disoccupazione sia nella zona euro che negli Usa.

DA NOI

· L'Istat – l'Istituto italiano di statistica – ha reso noto che, a settembre, l'indice dei prezzi italiani alla produzione è salito a 111,7, per una crescita dello 0,3% rispetto al mese precedente e del 3,8% rispetto a settembre del 2004. Ancora una volta l'indice è stato fortemente influenzato dall'andamento di prezzo dei prodotti energetici (petrolio, gas, ecc.), senza considerare i quali si sarebbe registrata una variazione mensile nulla, mentre quella annuale sarebbe stata pari a +0,9%.

· Secondo le stime dell'Fmi – il Fondo monetario internazionale – il Pil italiano (Prodotto interno lordo; tutta la ricchezza prodotta nel Paese) dovrebbe crescere dello 0,2% alla fine del 2005 e dell'1,5% nel corso del 2006. L'Fmi vede dunque lievi segnali di ripresa per l'economia italiana, mentre continua a manifestare le sue preoccupazioni per il deficit del bilancio pubblico, ritenendo difficile centrare l'obiettivo di contenerlo al 3,8% del Pil per la fine del 2006.

· Con un recupero di poco più di un punto rispetto al mese precedente, l'indice Pmi dei servizi – che misura lo stato di salute del terziario italiano – è salito in ottobre a quota 52,8 da 51,7 di settembre. Il dato – al massimo livello da novembre dello scorso anno – è lievemente superiore alle attese del mercato, orientato a quota 52. Il settore dei servizi conferma dunque la sua ripresa, già registrata nel mese di settembre.

IN BREVE

· La scorsa settimana la Fed (la Banca centrale americana), preoccupata per la ripresa dell’inflazione, ha rialzato per la dodicesima volta consecutiva il proprio tasso ufficiale, portandolo al 4% (vedi grafico). Sempre negli Usa, da notare che il forte incremento della produttività (+4,1% nel terzo trimestre, contro +2,1% del trimestre precedente), riducendo i costi del lavoro per unità prodotta, dovrebbe rafforzare la competitività delle società americane e, al contempo, contribuire ad allentare le pressioni sui prezzi al consumo. Altra buona notizia: a ottobre l’indice Ism sulla fiducia dei responsabili degli acquisti nel settore dei servizi ha realizzato una forte crescita, raggiungendo i 60 punti: un segno che le prospettive dell’economia americana restano favorevoli, come indica anche il dato sul mercato del lavoro. A ottobre, infatti, il tasso di disoccupazione statunitense è sceso al 5% della popolazione attiva dal 5,1% di settembre.

· Malgrado la deludente congiuntura europea, a settembre il tasso di disoccupazione della zona euro è sceso all’8,4% della popolazione attiva dall’8,5% di agosto, grazie soprattutto alla crescita dell’occupazione in Spagna. L’Irlanda e l’Olanda restano i Paesi più virtuosi di Eurolandia, con una disoccupazione pari, rispettivamente, al 4,3% e al 4,6% della popolazione attiva.

· In Germania, a ottobre, il tasso di disoccupazione è sceso all’11,6% della popolazione attiva dall’11,7% di settembre: un calo dovuto, prevalentemente, alla creazione di posti di lavoro a tempo parziale.

· A ottobre nel Regno Unito sono ripartiti al rialzo i prezzi nel settore immobiliare, aumentati in media dell’1,3% rispetto a settembre. Si tratta del maggiore aumento dall’estate del 2004.

· In Canada, nel mese di ottobre, la disoccupazione è scesa al 6,6% della popolazione attiva: il livello più basso degli ultimi trent’anni. Ciò ha spinto al rialzo i salari, sostenendo la fiducia dei consumatori canadesi.

ANDAMENTO DEL TASSO UFFICIALE NEGLI USA (in %)

La Fed, determinata a mantenere sotto controllo l’inflazione, ha
rialzato ancora una volta  dello  0,25%  il  proprio tasso ufficiale,
che è salito così al 4%.                                                                         

I MERCATI E I VOSTRI INVESTIMENTI

La scorsa settimana l’aumento del tasso ufficiale Usa e le aspettative di ulteriori rialzi hanno rafforzato il biglietto verde nei confronti di tutte le principali monete. Il dollaro resta comunque sottovalutato rispetto all’euro e, con dei tassi più elevati di quelli della zona euro, le obbligazioni americane restano interessanti. Oltre che in euro e dollari americani, continuate a investire in corone svedesi, in dollari australiani e in sterline inglesi per beneficiare dei tassi d’oltremanica più elevati di quelli della zona euro (i consigli alle pagine 10-11).

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