Analisi
Per un pugno di... gas 12 anni fa - lunedì 16 gennaio 2006
La bocciatura del Parlamento ucraino rimette in discussione il sofferto accordo sul gas che era stato raggiunto dopo la battaglia tra Russia e l’ex repubblica sovietica a inizio anno.

La bocciatura del Parlamento ucraino rimette in discussione il sofferto accordo sul gas che era stato raggiunto dopo la battaglia tra Russia e l'ex repubblica sovietica a inizio anno. L'intera vicenda ha intanto messo in luce un'Europa sempre più fragile nella sua deipendenza dalle risorse energetiche. Quali sono gli strascichi di questa guerra per l'energia? Puntare sul mercato del gas conviene ancora?

Un mercato sempre più importante

· Nell’Europa del protocollo di Kyoto sulla riduzione dell’inquinamento atmosferico e della continua ricerca della differenziazione delle fonti energetiche, sembrava la soluzione ideale: i giacimenti di gas hanno una “vita utile residua” superiore a quelli dell’oro nero, il gas ha un tasso inquinante inferiore e il prezzo al metro cubo (l’unità di misura del gas) è meno volatile di quello del barile.

· E l’Europa sul gas ha puntato molto: al di là dell’Inghilterra che prima di tutti ha scelto il gas come risorsa per la produzione di energia elettrica (il 40% del totale è prodotta col gas), anche da noi quasi tutte le nuove centrali elettriche usano il gas come risorsa di base per la produzione di energia. Il 25% del fabbisogno energetico dell’Europa dipende dai giacimenti russi: l’Europa ha tremato perché l’80% di questo gas transita per l’Ucraina.

La guerra “lampo”

· Il nodo della questione risiede nel fatto che il prezzo della maggior parte del gas naturale negoziato sul globo, a differenza del petrolio, viene definito in accordi stilati tra le controparti interessate. Questo vuol dire che Gazprom può vendere lo stesso gas a 230 dollari per mille metri cubi a Francia e Germania, a 120 ai Paesi Baltici, mentre i prezzi sono notevolmente inferiori per Ucraina (50 dollari) e Bielorussia (46 dollari). Anche i diritti “di passaggio” sono differenti: Gazprom paga all’Ucraina circa il doppio rispetto alla Bielorussia, il che porta il colosso energetico a registrare consistenti guadagni in Bielorussia mentre in Ucraina la soglia di redditività è a malapena raggiunta. La richiesta all’Ucraina di pagare un prezzo maggiore per il gas ha quindi innanzitutto una motivazione commerciale, anche se le implicazioni politiche non sono certo trascurabili.

· La crisi ha raggiunto l’apice il 2 gennaio quando diversi Paesi europei hanno registrato un calo nell’afflusso di gas dovuto, secondo i russi, a prelievi indebiti da parte degli ucraini. Due giorni dopo le parti però ricomponevano un accordo che faceva tirare il fiato agli europei garantendo loro il rispetto degli accordi (situazione poi rimessa in discussione dal Parlamento ucraino, che ha sfiduciato il Governo e rimesso in discussione il contratto sul gas).

Chi vince e chi perde

· Se da un lato i mercati hanno scarsamente reagito alla guerra lampo dell’energia ritenendo che – per evitare il danno di credibilità nei confronti dei clienti europei – la Russia avrebbe comunque cercato una rapida soluzione della questione, dall’altro le conseguenze potrebbero essere più consistenti di quanto non appaia ora dalle prime analisi della situazione.

· Gli accordi bilaterali avrebbero dovuto garantire una maggiore stabilità del prezzo, ma la realtà sembra andare in un’altra direzione. Un rapporto della Commissione europea ha infatti dimostrato come l’andamento del prezzo del gas è legato a quello del petrolio a causa della concentrazione del settore. I fornitori di gas “indicizzano” il prezzo al consumo a quello del petrolio: di conseguenza, invece di fungere da “calmiere”, il prezzo del gas ha contribuito a amplificare il peso dei costi energetici sull’economia europea.

· La crisi ha messo in evidenza la dipendenza europea dal gas russo (1/4 del fabbisogno, ma in Paesi come Austria, Ungheria, Polonia e Finlandia la quota sale notevolmente). Appare quindi sempre più importante diversificare le fonti e rafforzare le riserve strategiche (se la Germania riesce a coprire 75 giorni di fabbisogno, la Polonia non supera una settimana e il Regno Unito due, come l’Italia).

· La questione dovrebbe inoltre stimolare maggiori investimenti in risorse alternative i cui risultati in termini di sfruttamento energetico si potranno però vedere solo nel lungo periodo: ecco perché, almeno per ora, occorre ancora pensare al gas come risorsa sostituiva del petrolio. Questo però significa maggiori investimenti per la produzione e per la distribuzione che, a lungo termine, porteranno benefici nei conti delle società del settore, come Snam Rete Gas.

· Se il mercato del gas dovesse “scoppiare”, l’unico modo per non cadere nel black out energetico sarebbe il ritorno al petrolio: sono bastate le tensioni del 2 gennaio scorso per spingere il prezzo del greggio a livelli record. Se per gli utenti questo significa un aumento delle bollette, per le società petrolifere e per i loro azionisti può portare utili.

Il potere dell’energia

· Ciò che la crisi ucraina ha reso evidente è che il mondo si ritrova sempre più affamato di energia: da un lato le riserve non sono così abbondanti, dall’altro ci sono Paesi come la Cina in cui la richiesta d’energia cresce a un ritmi elevati.

· Nonostante la corsa degli ultimi tre anni, vi è dunque ancora spazio di crescita per i titoli delle società non solo nell’ambito del gas, ma in tutto il comparto energetico.

· Tra gli altri vi consigliamo all’acquisto l’inglese BP (654,5 pence), caratterizzata da dividendi generosi e da un profilo dinamico in termini di produzione; il gruppo è inoltre attivo nel settore delle energie rinnovabili. Sono interessanti anche il gestore della rete britannica National Grid (551 pence) e la connazionale Scottish Power (565 pence) che rientra nelle possibile “prede” per integrazioni nel settore. Potete invece mantenere Snam Rete Gas (3,55 euro), Eni (24,44 euro), le spagnole Gas Natural (23,31 euro) e Repsol (25,44 euro), l’olandese Royal Dutch Shell (28,2 euro) e la statunitense Exxon Mobil (60,97 dollari).

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