Analisi
Warren Buffett: un esempio da seguire 11 anni fa - lunedì 3 luglio 2006
Warren Buffett, il secondo uomo più ricco al mondo, ha annunciato di voler donare buona parte del proprio patrimonio alla fondazione gestita da Bill Gates, a sua volta l’uomo più ricco al mondo. Ma chi è Warren Buffett e come ha costruito questa ricchezza ora destinata in beneficenza? Proviamo a conoscerlo: il suo metodo di investimento ci piace ed è per questo che ve ne parliamo.

Un patrimonio da record

· La cifra “promessa” da Warren Buffett alla Fondazione di Bill Gates, che si occupa di beneficenza nel campo della salute e dell’istruzione in oltre 100 Paesi, è enorme non solo in valore assoluto (circa 30 miliardi di dollari), ma anche rapportata alle dimensioni attuali della Fondazione. Quest’ultima ha infatti chiuso il 2005 con donazioni pari a circa 1,5 miliardi di dollari e un patrimonio a fine anno pari a poco meno dell’importo donato da Warren Buffett.

· Anche in rapporto al patrimonio totale di quest’ultimo, stimato in circa 44 miliardi di dollari, il peso della donazione è decisamente notevole. Ma come è stato accumulato questo patrimonio? Principalmente tramite la Berkshire Hathaway, una holding che controlla diverse società soprattutto nel ramo assicurativo danni, ma anche in altri settori (ad esempio quello editoriale). Le decisioni operative per le diverse attività del gruppo sono prese dai management delle varie società, ma le decisioni di investimento fanno tutte capo a Warren Buffett.

I punti chiave della strategia

· Abbiamo già avuto modo, parlando di investimenti immobiliari, di accennare alle opinioni di Warren Buffett (vedi Soldi Sette n° 692). Vediamo ora più in generale come prende le decisioni di investimento.

· Il criterio di base da lui seguito è quello di un investimento “di lungo periodo”, senza farsi tentare da occasioni speculative: ci sono titoli rimasti nel portafoglio della Berkshire Hathaway per oltre vent’anni. Warren Buffett, cioè, punta su società che sappiano dimostrare di avere successo, non importa se bisogna aver pazienza.

· Uno degli elementi principali chiave nella scelta dei titoli è la capacità manageriale, che può essere valutata da diversi elementi: andamento in crescita degli utili, ridotta necessità di indebitamento, uso proficuo degli utili non distribuiti... L’elemento ritenuto di maggior importanza, tuttavia, è un altro: il rendimento del capitale proprio, dato dal rapporto tra gli utili e il patrimonio della società.

Cosa ci piace...

· Innanzitutto, condividiamo l’idea secondo cui l’investimento in Borsa richiede tempi lunghi per dare frutti: è la logica sottostante anche al nostro modello di valutazione. Investire in azioni, infatti, rende più di altri tipi di investimento, ma solo a patto di avere pazienza.

· Inoltre, riteniamo apprezzabile il criterio generale di prudenza che, per esempio, ha tenuto lontana la Berkshire Hathaway da certi eccessi di Borsa come il boom (e il successivo crollo) della new economy. La politica di investimento è insomma improntata a un più generale buon senso: investire solo in società leader e dalle attività facilmente comprensibili.

....e cosa no

· La strategia di Buffett comporta l’esclusione “a priori” di alcuni settori, quelli definiti commodity based. Le società commodity based sono quelle che vendono prodotti in mercati altamente competitivi nei quali il prezzo ha un ruolo chiave nelle decisioni di acquisto dei consumatori (materie prime, tessuti, legno...). Le società scelte da Buffett sono invece consumer monopoly, cioè vendono prodotti per i quali non c’è una vera e propria concorrenza grazie all’esistenza di un marchio o di altri elementi “immateriali” che rendono il prodotto unico.

· Questa scelta di privilegiare le società consumer monopoly comporta però, secondo noi, due tipi di problemi. Innanzitutto una scarsa diversificazione, poiché sono poche le società di questo tipo: due titoli “storici” nel portafoglio della Berkshire Hathaway, cioè American Express e Coca Cola, rappresentano rispettivamente il 16% e il 19% degli investimenti azionari del gruppo alla fine del primo trimestre 2006 (il totale degli investimenti azionari, comunque, rappresenta solo un quinto del totale delle attività della società).

· Warren Buffett afferma che la diversificazione non serve quando si è consapevoli di ciò che si sta facendo: un atteggiamento rischioso, anche nel caso di investitori “consapevoli” che seguano costantemente il proprio portafoglio (con forti investimenti in termini di tempo).

· In secondo luogo, la rinuncia a investire in alcuni settori può far perdere occasioni interessanti: è il caso negli ultimi anni dei titoli petroliferi e del gas, classificati anch’essi come commodity based. Questo elemento, insieme alla cospicua liquidità detenuta (quasi un quinto del totale delle attività al 31 marzo), hanno fatto sì che i risultati della Berkshire Hathaway, dopo anni di progressi spettacolari, siano stati ultimamente un po’ meno brillanti: nel 2003 e nel 2004 la crescita registrata dal patrimonio della società è stata inferiore a quella dell’indice della Borsa americana, mentre nel 2005 la società ha battuto la Borsa ma con un margine limitato (+6,4% contro +4,9% dell’indice). Dei risultati che hanno influenzato anche l’andamento del titolo della società stessa, quotata a New York (infatti il titolo, dopo anni di crescita eccezionale, non riesce a superare i livelli raggiunti a inizio 2004).

Democratico... ma non troppo

Oltre che per i risultati dei suoi investimenti, Warren Buffett è spesso citato anche come esempio di “etica” per le modalità di gestione della sua società: assenza di stock option per sé e per gli altri dirigenti, codice di condotta per i manager, un buon numero di amministratori indipendenti... una società “democratica”, insomma, ma fino a un certo punto. Il capitale della società è infatti diviso in due categorie di azioni: classe A e classe B. Le azioni di classe B hanno 1/30 dei diritti delle azioni di classe A, ma il diritto di voto corrisponde solo a 1/200 di quello delle azioni dell’altra categoria. Inoltre, ogni azione di classe A può essere convertita in 30 azioni di classe B, ma non viceversa: questo significa che il prezzo delle azioni di classe B può scendere sotto 1/30 di quello delle azioni di classe A, ma non può mai superare questo rapporto (gli investitori istituzionali comprerebbero azioni di classe A per convertirle in azioni di classe B e rivenderle, e questo riporterebbe a 1/30 il rapporto tra i prezzi). Le azioni di classe B, insomma, sono penalizzate sia in termini di diritti di voto sia in termini di prezzo. Un problema superabile comprando azioni di classe A? Certo, ma solo per... tasche ben fornite! Una singola azione di classe A, infatti, costa circa 91.500 dollari...

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