Analisi
Economia a rischio di rallentamento 10 anni fa - venerdì 28 dicembre 2007
Anche se la globalizzazione ha favorito la sviluppo di molti Paesi, soprattutto asiatici, l’economia statunitense è ancora considerata la locomotiva mondiale. Il rallentamento partito dagli Usa negli ultimi mesi potrebbe di conseguenza contagiare anche il resto del mondo.

Negli ultimi anni l’economia mondiale ha vissuto un periodo di grande prosperità: dal 2002 la crescita media è stata del 4,6% annuo. Anche se la globalizzazione ha favorito la sviluppo di molti Paesi, soprattutto asiatici, l’economia statunitense è ancora considerata la locomotiva mondiale. Il rallentamento partito dagli Usa negli ultimi mesi potrebbe di conseguenza contagiare anche il resto del mondo.

I tassi hanno ripreso a salire... per poi scendere

· Dopo un periodo, iniziato nel 2001, caratterizzato da bassi tassi d’interesse a seguito dello scoppio della bolla della new economy, le Banche centrali hanno cominciato a rialzare i tassi per contrastare il diffuso aumento dei prezzi. La crescente inflazione ha infatti cominciato a farsi sentire in quasi tutti i Paesi del mondo.

· Negli Usa, i tassi ufficiali sono passati nel corso del 2001 dal 6,5% all’1,75%, scendendo poi all’1%, un livello che è stato mantenuto fino al 2005. Da quel momento sono tornati a salire fino al 4,5% raggiunto nel 2007, anno in cui sono tornati a ridiscendere con l’ultimo taglio operato a dicembre dalla Fed, la Federal Reserve, di nuovo al 4,25%.

· L’aumento dei debiti dello Stato Usa, generato dalla riduzione delle tasse approvate durante il primo mandato di George Walker Bush, insieme all’aumento del deficit commerciale americano, ha reso necessaria per gli Stati Uniti la ricerca all’estero del denaro necessario a finanziare i propri squilibri. Denaro che è stato trovato in Cina e in Medio Oriente, Paesi arricchiti rispettivamente da una bilancia commerciale con attivo in forte crescita e dall’impennata del prezzo del petrolio, che hanno acquistato in massa i titoli del Tesoro americano.

· Anche nei Paesi della zona euro si è assistito a un forte calo dei tassi d’interesse, grazie all’avvento della moneta unica. Una tendenza che è stata rafforzata dalle difficoltà dell’economia tedesca che, per lungo tempo, hanno obbligato la Bce, la Banca centrale europea, a mostrarsi cauta nel rialzare i tassi di interesse ufficiali.

Credito a basso costo per tutti

· A causa dei bassi rendimenti offerti dagli investimenti finanziari, gli americani hanno smesso quasi del tutto di risparmiare e di investire, preferendo aumentare i consumi e privilegiando tra tutti i settori il mercato immobiliare, che in questi anni ha così attraversato una fase di boom proprio grazie alla concessione di mutui “facili”.

· Scottati dalle passate crisi, gli americani hanno preferito comprare casa piuttosto che investire in azioni. Ma non sono i soli: anche negli altri Paesi l’investimento in immobili è stato di gran lunga tra i più gettonati. In Gran Bretagna, in Europa e anche in Italia, l’acquisto della casa (spesso la prima) è stata di gran lunga la spesa preferita.

· Oltre agli investitori, che hanno puntato sia sul mercato immobiliare, sia sui mercati emergenti e sulle materie prime, anche le famiglie hanno beneficiato del basso costo del denaro. Quelle americane e inglesi, ma anche le più facoltose in Cina, si sono buttate sui consumi che hanno toccato livelli record in questi anni, elettrodomestici e automobili in testa. L’Europa si è invece mostrata meno propensa ai consumi, anche a causa delle difficoltà attraversate dall’economia tedesca, prima appesantita dall’eredità della Germania dell’Est e poi messa in crisi dalla concorrenza dei Paesi asiatici.

Dopo la Borsa, il mattone

· L’entusiasmo delle famiglie americane per il mercato immobiliare si è poi propagato, contagiando il mondo intero. Il “frutto” di questo entusiasmo per il mattone è stato l’aumento dei prezzi degli immobili che, un po’ dappertutto nel mondo, sono cresciuti a dismisura grazie alla grande domanda di abitazioni.

· Perfino in Asia, dove il settore immobiliare era stato a lungo penalizzato dopo la crisi degli anni ’97-’98, i prezzi delle case sono cresciuti moltissimo. In Cina, Paese che sta attraversando un boom economico, i prezzi delle case sono schizzati alle stelle e anche in Giappone, dove i prezzi degli immobili erano fermi da un decennio, si è notata una certa ripresa del settore anche se limitata ad alcune regioni.

Immobiliare: il mattone per la crescita

· Negli ultimi anni il boom dell’immobiliare ha contribuito in vari modi allo sviluppo dell’attività economica. In primo luogo, sostenendo la crescita del Pil (Prodotto interno lordo; tutta la ricchezza prodotta nel Paese). Negli Usa, infatti, l’investimento in abitazioni residenziali è cresciuto tra il 7% e il 10% annuo tra il 2003 e il 2005, e ciò ha significato un contributo alla crescita tra lo 0,4% e lo 0,5% annuo.

· Anche in Europa, con l’eccezione della Germania, la situazione è stata analoga. Basti pensare che in Spagna, il Paese che in Europa più ha visto svilupparsi il mercato immobiliare, questo settore rappresenta ormai oltre il 10% del Pil totale contro il 7% di contribuzione alla crescita del Pil alla fine degli anni ’90.

· In secondo luogo, ha contribuito al calo generalizzato della disoccupazione mondiale. Da gennaio 2004 il settore edilizio ha creato il 17% dei nuovi posti di lavoro negli Usa, una percentuale molto alta per un settore che ha un peso tre volte inferiore sull’economia americana rispetto a quanto accade in Europa. Nel Vecchio continente le assunzioni nel settore edilizio sono state massicce e sono state almeno in parte all’origine del calo della disoccupazione.

IL PIL USA ALLA RISCOSSA

Lo spettro della recessione Usa, per ora, sembra sconfessato dai dati del Prodotto interno lordo americano. Dopo alcuni trimestri di crescita risicata, negli ultimi trimestri il progresso del Pil sembra aver ritrovato vigore, crescendo del 4,9% nel terzo trimestre del 2007.

Un’economia cresciuta grazie ai debiti

· L’indebitamento delle famiglie, che è stato al contempo causa e conseguenza del boom immobiliare, è stato al centro dello sviluppo economico degli ultimi anni. Dal 2001, grazie anche al minor rigore delle politiche monetarie, i debiti delle famiglie per l’acquisto di un immobile o per finanziare il credito al consumo sono nettamente aumentati in tutto il mondo, Italia compresa.

· L’indebitamento delle famiglie è così salito dal 70 al 90% del reddito disponibile nella zona euro, dal 100 al 135% negli Usa e addirittura dal 110% a oltre il 160% in Gran Bretagna. Il ricorso al credito ha così avuto un effetto sulla crescita delle economie, grazie a maggiori consumi e maggiori investimenti, superiore a quanto avrebbero permesso gli investimenti in Borsa o nel comparto obbligazionario realizzati con i soli redditi delle famiglie.

· L’indebitamento, più facile grazie ai tassi d’interesse contenuti, ha avuto un forte effetto moltiplicatore sull’attività economica: ha permesso l’acquisto degli immobili, cosa che, a sua volta, ha favorito la crescita del settore edilizio, ma anche l’occupazione in molti altri settori, dal credito al consumo all’attività di mediazione. Ha generato un aumento dei redditi e degli utili delle società e quindi alla fine anche dei guadagni in Borsa. Secondo un recente studio, tra il 2001 e il 2006 i debiti delle famiglie hanno aumentato ogni anno la crescita economica dello 0,8% in Gran Bretagna, dello 0,6% negli Usa e dello 0,3% nella zona euro (0,5% senza la Germania).

I prezzi al palo... anzi no

· Negli ultimi anni il livello dell’inflazione è sceso, grazie ad alcuni prodotti a basso costo, specialmente quelli a contenuto tecnologico e ai prodotti tessili, che hanno fatto registrare addirittura un calo generalizzato dei prezzi.

· La crescita della concorrenza, in seguito alla globalizzazione degli scambi, ha inoltre rappresentato un freno per i prezzi. Un fenomeno non nuovo, ma che ha assunto dimensioni maggiori con la rapida integrazione dei flussi commerciali provenienti da Paesi con bassi salari e con la fine, o con la riduzione, della barriere doganali. La minaccia dello spostamento della produzione in Paesi dove la manodopera costa meno ha poi moderato le rivendicazioni salariali in Occidente.

· Negli ultimi tempi, però, le cose sono cambiate. A causa dell’aumento del costo delle materie prime, decollato soprattutto per la forte domanda dei Paesi asiatici, i costi di produzione sono cresciuti anche nei Paesi emergenti. Il forte aumento dei costi per l’energia e del petrolio, molto sentito in Italia, non è più stato compensato dalla diminuzione dei prezzi di alcuni beni di consumo.

· Questa catena di aumenti si è ripercossa sulla maggior parte dei beni, tra cui gli alimentari, il cui rincaro è stato consistente in molti Paesi europei, tra cui l’Italia.  

· Il risultato di questo generalizzato aumento dei prezzi è stata l’impennata dell’inflazione un po’ ovunque nel mondo: dagli Usa – vedi grafico – alla Cina, dove l’inflazione nel mese di novembre è cresciuta del 6,9%, passando per l’Europa (3,1%) dove c’è da segnalare l’inflazione tedesca (+3,3%). L’Italia va un po’ meglio della media europea, con prezzi in crescita del 2,4%, ma è comunque un dato superiore rispetto al 2006. Si salva solo la Gran Bretagna: l’inflazione a novembre si è fermata poco sopra al 2%, vedi grafico.

L’INFLAZIONE USA MORDE IL FRENO

Negli Usa l’aumento dei tassi da parte della Fed nel 2006, necessario a causa dell’impennata dei prezzi, ha avuto effetti positivi, determinando un calo dell’inflazione, che però negli ultimi mesi del 2007 ha rialzato la testa, fino a tornare al 4,3% dello scorso novembre.

IL RITORNO DELL’INFLAZIONE NEL BEL PAESE

Dopo un consistente calo da metà 2006, i prezzi in Italia sono tornati a salire vistosamente negli ultimi mesi del 2007.

DURO COLPO ALL’INFLAZIONE INGLESE

I numerosi e ripetuti interventi di rialzo dei tassi da parte della Bank of England sono riusciti ad arginare la crescita dell’inflazione in Gran Bretagna nel 2007, tanto da spingere la BoE ad abbassare i tassi lo scorso dicembre portandoli al 5,5%.

Prospettive in chiaroscuro

· Gli abitanti di alcuni Paesi hanno beneficiato degli eccellenti risultati dell’economia mondiale negli ultimi anni. Ne è un esempio il Regno Unito, ma lo stesso vale per gli Usa dove le famiglie hanno visto i loro patrimoni e i loro redditi salire verso nuovi massimi. Nei Paesi del Sud-est asiatico, soprattutto la Cina, il rapido aumento della ricchezza ha permesso a molti di migliorare il proprio tenore di vita, anche se si è ampliato il divario tra coloro che hanno beneficiato della crescita dell’economia e coloro che non ne hanno beneficiato affatto.

· Altri Paesi non hanno attraversato un momento di prosperità. In Francia le elezioni presidenziali del 2007 hanno mostrato diversi sintomi di crisi, soprattutto sociale. In Germania, nonostante i risultati economici siano stati i migliori dal momento della riunificazione del Paese e la Borsa di Francoforte sia salita, le famiglie continuano a guardare al futuro con pessimismo.

· In Italia la crisi delle attività produttive legate alla concorrenza dei Paesi asiatici non è ancora stata riassorbita, e nonostante il livello dell’occupazione sia apparentemente migliorato, la qualità dei nuovi posti di lavoro è peggiorata e il numero di persone in cerca di un’occupazione è diminuito a causa della sfiducia nella possibilità di trovarlo. Inoltre, l’aumento dei prezzi di beni di consumo di prima necessità, il maggior indebitamento delle famiglie italiane (tradizionalmente risparmiatrici) e il clima politico incerto hanno influito sulla fiducia dei consumatori e degli imprenditori italiani, ai livelli minimi da anni.

· Anche in Giappone è prevalso il pessimismo. Lo yen debole ha infatti favorito le esportazioni nipponiche, ma nonostante una crescita dell’ordine del 2% dal 2004 le famiglie non sembrano disposte a spendere.

Gli Usa frenano o no?

· Nonostante i recenti dati positivi sulla crescita del Pil, l’economia Usa ha dato segni di rallentamento, che dovrebbe continuare e, forse, amplificarsi. La crisi innescata dai mutui subprime, iniziata durante la scorsa estate, non è affatto conclusa e non ha ancora terminato di produrre effetti. La diminuzione dei prezzi degli immobili prosegue e l’attività edilizia in senso stretto è in costante diminuzione. Questa tendenza si è propagata dagli Usa in Europa, partendo dalla Gran Bretagna e arrivando, con conseguenze per ora meno drammatiche, anche in Italia. Da motore di crescita per molte economie, il settore immobiliare si è oggi trasformato in un freno.

· Questo rallentamento si è riflesso anche sul mercato del lavoro, in cui la disoccupazione è in crescita. Una situazione destinata a ripercuotersi sui consumi delle famiglie, che, negli Usa, non possono più contare sulla principale fonte di finanziamento degli ultimi anni: la crescita dei prezzi delle loro case. I consumi rappresentano ora oltre il 70% della crescita americana, di conseguenza il rallentamento di questi ultimi ha avuto e avrà un forte impatto sulla principale economia mondiale.

· L’inversione di tendenza del mercato immobiliare americano ha portato a serie conseguenze anche sul piano finanziario. Gli interventi della Fed hanno permesso di tamponare la crisi, di cui, ancora oggi, è ignota la portata. Ci vorrà del tempo per uscire dalla crisi finanziaria e passeranno diversi anni prima che il settore immobiliare possa riprendersi. Anche le famiglie americane faticheranno a migliorare la loro situazione finanziaria, dopo anni di forti consumi. In conclusione, l’economia americana sembra destinata a una lunga convalescenza.

L’Europa a rimorchio

· Come negli Usa, anche in Europa c’è stato un boom immobiliare che, insieme alla crescita dell’indebitamento, ha sostenuto l’andamento delle Borse negli ultimi anni. Il fenomeno sembra aver portato però a minori eccessi. La crescita dei prezzi dell’immobiliare è stata meno forte rispetto agli Usa. L’indebitamento delle famiglie è stato più contenuto rispetto a quello americano, mentre il tasso di risparmio, intorno al 14% del reddito disponibile, non è paragonabile con quello quasi nullo degli Americani. Anche se il Vecchio continente ha già dato segni di rallentamento nell’immobiliare, questo settore non dovrebbe però frenare bruscamente come negli Usa.

· Le economie europee, le cui esportazioni sono già state penalizzate dall’euro forte rispetto al dollaro, risentiranno ulteriormente del rallentamento americano. Per le sue dimensioni e la sua ricchezza il mercato Usa è fondamentale per il resto del mondo: anche se la domanda asiatica cresce a un forte ritmo, non potrà in nessun caso sostituirsi ai consumatori americani. Inoltre la domanda sostenuta proveniente dei Paesi emergenti, pur portando indubbiamente molti vantaggi, ha fatto anche impennare i prezzi del petrolio e delle materie prime. Un rincaro che penalizza la crescita europea, che di conseguenza è destinata a rallentare nei prossimi anni.

Incognita Cina

Nonostante lo sviluppo dei consumi interni e l’intensificarsi delle relazioni commerciali regionali, la crescita cinese è fortemente dipendente dalle esportazioni, soprattutto verso gli Usa, e dagli investimenti esteri, che avranno tendenza a diminuire con un credito meno facile. Senza contare che le autorità cinesi, per evitare un surriscaldamento economico, moltiplicano le misure per rallentare la corsa della loro economia. L’eventualità di un rallentamento della Cina, anche se remoto, non è da escludere.

Dove investire i vostri soldi

Nonostante il clima di generale pessimismo sui mercati, vi consigliamo di guardare avanti e di non abbandonare i mercati azionari, ma di continuare a acquistare titoli e fondi azionari. La Borsa di Londra, in particolare, rimane interessante, grazie alla corretta valutazione della sterlina e alle prospettive economiche del Paese, ancora elevate. Canada, Australia e ancora Usa restano piazze interessanti, grazie alla sottovalutazione delle valute rispetto all’euro. Per lo stesso motivo anche le obbligazioni in dollari Usa sono un investimento interessante.

condividi questo articolo