Analisi
Il petrolio vola, le azioni inseguono 9 anni fa - lunedì 19 maggio 2008
Da inizio anno il prezzo del petrolio è salito di oltre il 30%. Il settore energetico gongola, ma i risultati in Borsa sono meno brillanti di quanto ci si potrebbe attendere. Perché? Ecco alcune motivazioni.

· Chi estrae e vende petrolio beneficia ovviamente del fatto che il suo prezzo salga, ma c’è il problema delle scorte che stanno scendendo: i grandi giacimenti sono in mano alle compagnie nazionali dei Paesi nei quali si trovano (Arabia Saudita, Iran…) che decidono anche guardando al futuro e quindi, quanto a produzione, tirano i remi in barca. Nel 2007 si sono registrati livelli di produzione inferiori a quelli del 2006 e per quest’anno le previsioni parlano, in media, di livelli di produzione allineati a quelli del 2007.

· Inoltre, molti dei contratti per lo sfruttamento dei giacimenti in Paesi come il Venezuela o il Kazakhstan sono stati siglati quando il prezzo del greggio era molto più basso di quello attuale. Oggi questi Paesi rivendicano per sè una fetta maggiore dei guadagni effettuando nazionalizzazioni (come con Exxon in Venezuela) o espropriando o rivedendo i contratti (caso Eni in Kazakhstan).

 

La crisi americana e la domanda di benzina

· Il petrolio, per essere usato come carburante va raffinato, ma con il rallentamento economico in atto, il rischio di una frenata della domanda di benzina e gasolio pesa sulle prospettive dei raffinatori (Erg, Saras, ma anche le grandi compagnie d’estrazione). I loro margini di guadagno vanno sotto pressione: pago di più la materia prima e incasso meno dal prodotto che vendo. (vedi “La benzina arranca”).

· Sul calo della domanda di benzina pesa anche la concorrenza dei combustibili alternativi, come l’etanolo, la cui produzione è profittevole col prezzo del greggio così alto. Bisogna rendere quindi le raffinerie più flessibili a produrre più prodotti: questo però richiede investimenti.

 

Minaccia per l’Italia?

· Potete trovare altri spunti e approfondimenti sul nostro sito cercando l’analisi dal titolo Il settore petrolifero. Nel complesso il settore energetico, che come punti di forza ha comunque la tenuta dei consumi in Asia e India e la scarsità dell’offerta, è correttamente valutato.

· Non acquistate quindi Etf o fondi che puntino sul settore in generale, ma scegliete titoli specifici: noi vi suggeriamo Bp (635 pence) e Chevron (100,38 dollari). Siamo invece più cauti su Eni (26,65 euro; mantenere) anche perché una nuova minaccia incombe sulle società italiane del settore.

· Il nuovo ministro dell’economia ha, infatti, preannunciato “sacrifici per i petrolieri”. Cosa questo comporterà non si sa, ma torna alla mente lo spauracchio della “tassa sul tubo”: un balzello che lo stesso ministro a fine 2005 voleva imporre sulle società di trasporto di gas (Snam) e elettricità (Terna) e che, secondo le stime fatte a suo tempo, avrebbe annullato i loro utili. Probabilmente non si tratterà di una misura del genere (lo Stato incassa dall’Eni preziosi dividendi), ma è meglio esser prudenti.

TITOLI ENERGETICI CON L’AFFANNO

L’indice dei principali titoli mondiali del settore energetico (grassetto; base 100) non riesce a tenere il passo del prezzo del petrolio (linea sottile).

LA BENZINA ARRANCA

Il prezzo della benzina negli Usa (linea sottile; base 100) dalla seconda metà del 2007 è aumentato molto meno rispetto a quello del petrolio (grassetto).

 

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