Analisi
Bocciato il piano Paulson: quali sono le conseguenze per i mercati? 9 anni fa - martedì 30 settembre 2008
Il Congresso americano ha bocciato il “piano Paulson” che proponeva il riacquisto delle attività a rischio delle banche. Una bocciatura che potrebbe non essere definitiva. Ma se lo diventasse, quali sono le conseguenze per il mercato?

Il Congresso americano ha bocciato il “piano Paulson” che proponeva il riacquisto delle attività a rischio delle banche. Una bocciatura che potrebbe non essere definitiva. Ma se lo diventasse, quali sono le conseguenze per il mercato?

Dopo l’entusiasmo, la doccia fredda

· La partenza era stata buona: il piano Paulson, annunciato congiuntamente lo scorso 19 settembre dal Tesoro, dalla Fed (la Banca centrale) e dal Presidente Usa era stato accolto entusiasticamente dai mercati, che lo avevano salutato con rialzi che non si vedevano da tempo.

· Ma l’entusiasmo è durato poco. Il confronto con il Congresso (la Camera dei Rappresentati degli Stati Uniti) si è rivelato più duro del previsto, fino ad arrivare alla bocciatura di ieri. Comunque, non è ancora detta l’ultima parola: da giovedì si torna a votare e la Camera potrebbe alla fine dare il via libera al piano, magari modificato rispetto all’attuale.

· Quali sono le conseguenze dell’approvazione del piano, o al contrario della sua bocciatura? Ve ne abbiamo già parlato “a caldo” la scorsa settimana (vedi la nostra analisi), ma torniamo sul punto cercando di fare chiarezza su vantaggi e svantaggi di questo progetto.

I pro...

· Con questo piano, verrebbero ridotte le possibilità di nuovi fallimenti sulla scia di Lehman Brothers: le banche avrebbero infatti la possibilità di cedere, seppur a sconto, le attività rischiose.

· La ridotta possibilità di fallimenti contribuirebbe poi a ridare fiducia ai mercati. E non è solo un discorso teorico: la mancanza di fiducia ha infatti una serie di conseguenze pratiche, ovviamente negative.

· A penalizzare le banche, infatti, oggi non è solo il mancato recupero di alcuni crediti, ma la crisi di liquidità: le banche non si fidano più l’una dell’altra, tanto che il tasso Euribor (quello a cui appunto le banche si prestano denaro) ha raggiunto nuovi massimi dal 1995, attestandosi a oltre il 5,2% per la scadenza trimestrale. E se le banche non raccolgono denaro, non possono nemmeno investirlo in finanziamenti alla clientela, o perlomeno lo fanno a condizioni più difficili: con conseguenze a catena sugli investimenti delle imprese e sui consumi delle famiglie, e quindi sul Pil (la ricchezza complessivamente prodotta).

· Il ritorno della fiducia, quindi, permetterebbe al mercato interbancario di ripartire. Un mercato bancario sano, a sua volta, agevolerebbe il ritorno di quegli investitori che, nella situazione di incertezza attuale, sono “fuggiti” rifugiandosi negli investimenti ritenuti più sicuri (non a caso, il rendimento dei bond Usa è sceso negli ultimi dieci giorni a causa della maggior domanda da parte di chi non si fida più delle azioni, e anche in Europa il rendimento del bund tedesco, ritenuto più affidabile, si è abbassato rispetto ai BTp italiano).

...e i contro

· Non è detto che il piano Paulson ottenga i risultati sperati: i precedenti interventi pubblici, dal salvataggio di Freddie Mac e Fannie Mae in poi, hanno avuto solo un effetto di brevissima durata.

· Il secondo problema è la vaghezza sul prezzo di riacquisto delle attività a rischio. Se è troppo alto penalizza prima di tutto i contribuenti, visto che sta utilizzando fondi pubblici, e potrebbe anche avere l’effetto perverso di “deresponsabilizzare” le società finanziarie, che sanno di poter uscire con pochi danni da situazioni difficili: spingendole così verso operazioni ancora più azzardate. All’opposto, un prezzo di riacquisto troppo basso spingerebbe le banche a tenersi in portafoglio le attività “malate”, rendendo inutile il piano e non scongiurando più il rischio fallimento. E anche se le banche accettassero di cedere le attività a prezzi stracciati, i loro conti ne beneficerebbero ben poco: ancora una volta, il fallimento non sarebbe scongiurato.

· Inoltre, il piano affronta solo il problema delle attività a rischio ma non considera altri aspetti più legati all’economia reale. Per esempio, non prevede aiuti per le famiglie in difficoltà nel pagare il mutuo, come invece richiesto da alcune parti. E anche altri aspetti del piano, come il taglio degli “stipendi d’oro”, hanno più una valenza “etica” che non economica.

· Infine, un aspetto tutt’altro che secondario: il costo. I 700 miliardi di dollari preventivati (anche se diluiti in più tranche) farebbero “esplodere” il debito pubblico. E per ripagarlo, ci sono solo due strade: l’aumento delle tasse o l’emissione di nuova moneta.

· La prima ipotesi stroncherebbe la già debole crescita, specialmente in un’economia come quella Usa fortemente basata sui consumi delle famiglie. Con effetti negativi sui tassi di interesse, specialmente quelli a lungo termine, e di conseguenza anche sul dollaro, sulla scia di investimenti in bond Usa a tassi meno allettanti.

· Anche la seconda ipotesi non è indolore, perché farebbe ulteriormente aumentare l’inflazione, già straripata oltre i livelli di guardia. In questo caso, però, il dollaro potrebbe trarre beneficio da tassi più alti.

Cosa ne pensiamo

· Il piano non è certo la soluzione universale a tutti i mali dell’economia e non è nemmeno esente da costi elevati.

· Ciò nonostante, in questo momento la cosa più urgente è rassicurare i mercati, come abbiamo già accennato in occasione del salvataggio di Aig (vedi la nostra analisi). L’iniezione di fiducia appare più che mai necessaria, anche se il conto del medico sarà salato.

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