Analisi
Dopo il crack Lehman, qual è il futuro del settore finanziario? 9 anni fa - venerdì 19 settembre 2008
Il salvataggio in extremis dell’assicuratore americano AIG, l’offerta di acquisto di Bank of America su Merrill Lynch e il fallimento di Lehman Brothers non rassicurano certo gli investitori. Ma come si è arrivati a questa crisi di fiducia sui valori finanziari e quali sono le conseguenze per gli investitori?

Il salvataggio in extremis dell’assicuratore americano AIG, l’offerta di acquisto di Bank of America su Merrill Lynch e il fallimento di Lehman Brothers non rassicurano certo gli investitori. Ma come si è arrivati a questa crisi di fiducia sui valori finanziari e quali sono le conseguenze per gli investitori?

· Il settore finanziario sta attraversando un momento molto critico. Non per nulla le Autorità americane, a pochi giorni dal salvataggio delle agenzie di mutui Freddie Mac e Fannie Mae e dopo l’acquisizione in extremis di Merrill Lynch da parte di Bank of America e la dichiarazione di fallimento di Lehman Brothers, hanno deciso di intervenire ancora per salvare AIG (American International Group), il principale assicuratore al mondo.

· L’intervento della Fed (la Banca centrale americana) per sostenere AIG e le iniezioni di liquidità sui mercati effettuate dalle Banche centrali mondiali avrebbero dovuto metter fine al movimento di panico sui mercati. Ma la calma è durata poche ore . Sono arrivate infatti altre notizie allarmanti: nel Regno Unito Halifax Bank of Scotland (HBOS), la maggiore banca britannica di mutui, è stata obbligata a cercar “rifugio” nel gruppo Llyods TSB; Washington Mutual, una grande banca al dettaglio americana, è in grave pericolo, mentre Morgan Stanley e Goldman Sachs, le uniche due grandi banche d’investimento rimaste indipendenti, rischiano di doversi cercare un acquirente per sopravvivere.

Il modello delle banche d’investimento in crisi

· La forte crescita del settore finanziario negli ultimi anni è stata favorita dal fatto che le banche hanno potuto finanziare a credito (e quindi senza intaccare il loro patrimonio) investimenti potenzialmente molto redditizi, ma anche molto rischiosi. Le banche d’investimento hanno così investito, senza troppe riserve, denaro che non apparteneva loro fino a arrivare agli eccessi che si sono cominciati a manifestare con la crisi dei mutui subprime nell’estate del 2007.

· Quest’ondata di sfiducia che si è abbattuta sul settore finanziario, e che si è allargata a macchia d’olio, ha reso più difficile per le banche finanziarsi tra loro. La chiusura dei rubinetti del credito interbancario ha penalizzato soprattutto le banche d’investimento che, non disponendo di una base di depositi da cui attingere come le banche al dettaglio, si sono trovate a corto di fondi.

· Fino al 2007 questo modello basato sul credito interbancario funzionava bene e ha consentito alle banche d’investimento di conoscere due decenni d’oro. Approfittando di una scarsa regolamentazione, queste hanno sì raggiunto livelli di indebitamento superiore a quelli delle banche tradizionali, ma grazie ai tassi d’interesse molto bassi e a nuove pratiche (come la cartolarizzazione) hanno messo a segno forti crescite. Basti pensare che in un ventennio il loro peso è passato dal 3 al 20% del Pil americano (tutta la ricchezza prodotta nel Paese).

· Ora però questo modello è entrato in crisi ed è arrivata la resa dei conti per le banche d’investimento che, se vogliono sopravvivere, dovranno cambiare radicalmente la loro strategia. In particolare, dovranno ridurre i loro portafogli di titoli o aumentare nettamente il loro capitale.

Lehman Brothers e l’effetto domino

La dichiarazione di fallimento di Lehman Brothers ha messo a dura prova il sistema finanziario: questa banca ha infatti una presenza dominante nel mercato molto speculativo dei CDS (credit default swaps, contratti che permettono di proteggersi contro i rischi del credito). Il suo fallimento rischia quindi di tradursi in perdite più o meno importanti per tutte le banche esposte alla copertura dei rischi di Lehman. Una situazione che, alimentando sempre di più l’avversione al rischio degli investitori, fa scendere i prezzi dei titoli più rischiosi (obbligazioni che coprono i rischi legati ai mutui, azioni, CDS…), portando quindi a nuove perdite nei conti delle banche e quindi a possibile nuove ondate di svalutazioni nei conti delle banche da qui a fine anno.

AIG: troppo importante per fallire

La Fed – che pur ha lasciato al suo destino Lehman Brothers malgrado un debito stimato oltre 600 miliardi di dollari e una posizione di forza sul mercato dei prodotti derivati – è invece intervenuta per salvare AIG. Certo, si tratta del maggior assicuratore al mondo con 100.000 dipendenti e che assicura privati e società in oltre 100 Paesi, ma quel che deve aver determinato l’intervento è soprattutto il fatto che assicura oltre 440 miliardi di dollari di obbligazioni ed è un attore di primo piano nelle assicurazioni vita e nei fondi pensione. Un suo eventuale fallimento avrebbe quindi lasciato senza protezione diverse centinaia di miliardi di dollari di partecipazioni finanziarie, rappresentando una catastrofe non solo per i mercati finanziari ma anche per milioni di americani che hanno scelto AIG per garantirsi un futuro.

Gli effetti sull’economia reale

· La crisi del settore finanziario e il prosciugamento del credito avranno ripercussioni negative anche sull’economia reale. L’aumento del costo del denaro sui mercati interbancari renderà infatti il credito sempre più caro e più difficile da ottenere sia per le famiglie sia per le imprese. Una situazione particolarmente critica soprattutto nei Paesi in cui i mutui a tasso variabile si muovono in funzione dei tassi interbancari, che hanno subito dei forti rialzi. Malgrado lo statu quo dei tassi ufficiali, numerose famiglie dovranno quindi pagare di più per rimborsare i loro mutui. Senza contare che i contribuenti dovranno accollarsi anche i costi sostenuti dagli Stati per il salvataggio del settore finanziario. Infine, i movimenti di concentrazione nel settore bancario rischiano di ridurre la concorrenza in questo settore, il che ovviamente andrà a danno dei consumatori.

· Secondo alcuni osservatori, un settore finanziario meno dominante potrebbe rappresentare però un bene per l’economia reale. Negli ultimi anni questo settore, diventato sempre più potente, ha attirato dei capitali che avrebbero potuto invece orientarsi verso l’economia reale. La perdita di credibilità di alcuni strumenti finanziari potrebbe quindi avere, come contropartita, un ritorno dei capitali verso l’economia reale, a tutto vantaggio dell’attività economica e dell’occupazione.

E le banche europee?

· I titoli bancari europei, anche se non sono stati risparmiati dalla crisi, sono stati comunque meno penalizzati di quelli americani . Eccetto delle rare eccezioni come UBS o Credit Suisse, in Europa abbiamo infatti soprattutto banche universali, le cui attività spaziano dalla banca al dettaglio alla gestione di fondi e di patrimoni, passando attraverso le assicurazioni e i consigli alle imprese. Di conseguenza i rischi inerenti all’attività di banca d’investimento vengono, in parte, compensati dalla presenza di attività, innanzitutto la banca al dettaglio, redditizie e poco rischiose. Le prime stime pubblicate dalle banche europee sulla loro esposizione a Lehman Brothers svelano comunque a volte dei montanti importanti. Le più toccate sembrano Societé Générale con 476 milioni di euro o anche BNP Paribas (400 milioni).

· Come mostrano i loro risultati, negli ultimi trimestri, anche le banche europee sono state costrette a rafforzare la propria struttura finanziaria attraverso aumenti di capitale e/o una vigorosa riduzione della loro esposizione agli attivi a rischio. La loro solvibilità potrebbe tuttavia peggiorare di nuovo se dovessero contabilizzare nuove e importanti svalutazioni. In un tale scenario, potrebbero quindi diventare indispensabili nuovi ricorsi al mercato o potrebbero essere rimessi in questione i dividendi per il 2009 e il 2010. Noi teniamo già conto di quest’ipotesi nelle stime sui risultati delle banche che giudichiamo in una posizione più critica: Bank of America (30,58 USD), UBS (15,95 CHF), Royal Bank of Scotland (161,80 pence), Barclays (301 pence); tutti titoli che ci limitiamo a mantenere.

· I nostri consigli di acquisto si limitano a quelle banche i cui titoli sono stati eccessivamente penalizzati dalla crisi del settore e che versano in una situazione meno difficile delle altre poiché possono contare su un’attività di banca al dettaglio ben sviluppata per compensare le perdite nella banca d’investimento, come BNP Paribas (57,87 euro), Dexia (8,57 euro), ING (16,82 euro), Fortis (6,84 euro) o Santander (9,95 euro). Anche queste azioni, che hanno secondo noi un buon potenziale di ripresa, restano comunque soggette, a breve termine, alla volatilità delle Borse.

· Con l’unica eccezione di Deutsche Bank (53,1 euro), entrata da poco in un processo di riorientamento delle attività rafforzandosi nella banca al dettaglio, restiamo alla larga dalle banche molto attive nella banca d’investimento. In particolare, considerando la loro situazione finanziaria, vi sconsigliamo l’acquisto di banche americane.

· Abbiamo, infine, rivisto i nostri coefficienti di rischio per le banche che si lanciano su prede a rischio, come Bank of America (30,58 USD) su Merrill Lynch o Lloyds TSB (237,5 pence) su HBOS.

Gli assicuratori

Anche i titoli settore assicurativo sono penalizzati dalla crisi. Il calo dei mercati azionari pesa sui loro investimenti, mentre la crisi di fiducia non incentiva i risparmiatori a sottoscrivere nuovi contratti di assicurazioni vita. Inoltre, negli ultimi anni alcuni assicuratori hanno sviluppato un’attività di tipo bancario concedendo prestiti ai loro clienti: se la crisi economica prendesse ancora più ampiezza, potrebbero aumentare i mancati rimborsi dei crediti. Potete comunque continuare ad acquistare Axa (20,33 euro) mentre il consiglio su Prudential (486 pence) passa a mantenere.

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