Analisi
Un 2017 con il fiato sospeso 6 mesi fa - martedì 2 gennaio 2018
Mps, Etruria & C, banche venete... ma non solo. Negli ultimi mesi, anche Carige e Creval hanno fatto tremare gli investitori. Facciamo il punto sui casi critici.

MONTE PASCHI, CHI HA PAGATO…

Rispetto a giugno, quando abbiamo pubblicato l’ultimo “speciale” dedicato alla sicurezza delle banche, molte cose sono cambiate per Mps: il gruppo è stato, di fatto, salvato a spese sia degli investitori, sia dello Stato. Solo dopo questo “doppio sacrificio”, a fine ottobre le obbligazioni e le azioni di Mps sono tornate a essere negoziate in Borsa. Ma andiamo con ordine.

A fine luglio lo Stato ha investito 3,8 miliardi in un aumento di capitale di Mps, diventando azionista di maggioranza con il 54% del capitale. Finora non si è certo rivelato un grande affare: un miliardo e mezzo di soldi pubblici (e quindi dei contribuenti) sono già andati in fumo. 

Nell’aumento di capitale di Mps dello scorso luglio, lo Stato ha pagato 6,49 euro per azione sborsando in totale 3,8 miliardi. Oggi le azioni Mps valgono in Borsa 3,91 euro: per lo Stato significa una perdita del 40%, in soldoni circa un miliardo e mezzo. Contando poi l’offerta di scambio rivolta ad alcuni obbligazionisti subordinati, la perdita per lo Stato aumenta di altri 800 milioni.

Questa robusta iniezione di liquidità non ha comunque evitato il sacrificio degli investitori – anzi, era una delle condizioni per ottenere il via libera dell’Europa all’intervento pubblico. Insieme all’aumento di capitale, è stato infatti necessario convertire in azioni 4,3 miliardi di bond subordinati. Per i detentori di questi bond, il conto è ancora più pesante di quello dello Stato: il prezzo di conversione – in pratica, il prezzo a cui hanno acquistato “forzosamente” le azioni – è di 8,65 euro. Ad oggi, costoro perdono il 55%.

Infine, hanno pagato anche i vecchi azionisti, che si sono ritrovati quasi estromessi dalla società: il numero di azioni emesso per l’aumento di capitale e per convertire i bond subordinati è stato enorme, e i vecchi azionisti sono così passati dal 100% al 3% del capitale della società. Per non parlare della perdita “in soldoni”: fino al 99%, praticamente tutto.

… E CHI (FORTUNATAMENTE) NO

Da tutto questo sono usciti indenni i correntisti e i detentori di obbligazioni ordinarie; ciò non toglie che questi bond siano da vendere - vedi pagina 17.

In extremis si sono quasi del tutto salvati anche una parte dei bondisti subordinati: chi aveva il titolo con Isin IT0004352586 ha potuto consegnare allo Stato il 92% delle azioni che ha ricevuto nella conversione, recuperando il relativo capitale investito. Certo resta la perdita sul restante 8% di azioni, ma rispetto ai detentori degli altri bond subordinati (che non hanno potuto aderire all’offerta dello Stato) è andata ancora bene. Peccato che questo abbia ulteriormente aggravato il conto delle perdite pubbliche: lo Stato è salito al 68% del capitale, e al miliardo e mezzo di perdita di cui ti abbiamo parlato qui a fianco si sono aggiunti altri 800 milioni.

E ORA?

Dopo questa cura da cavallo, Mps è finalmente fuori dai guai? Sì… e no. Se per ora il timore di bail-in è scongiurato, il gruppo deve ancora fare i conti con una mole di crediti “marci” più che preoccupante: al 30 settembre 2017 erano 45 miliardi (15,1 al netto delle svalutazioni già effettuate). D’altronde Mps ci ha già abituato, in passato, a consistenti aumenti di capitale andati in fumo: il rischio che la storia si ripeta non può essere trascurato.

A rendere ancora più amara la conclusione (per ora) della vicenda Mps è il fatto che, nonostante i diversi filoni di indagine aperti, né i vertici né i “grandi debitori” che non hanno restituito i prestiti hanno per adesso veramente pagato per le proprie responsabilità. Per non parlare del ruolo delle autorità di controllo (Consob e Banca d’Italia). E non solo per Mps: lo dimostra il desolante scaricabarile che sta tenendo banco, nelle ultime settimane, nei casi delle banche venete e delle quattro banche “salvate”.

BANCA ETRURIA & C E BANCHE VENETE: SI POTEVA EVITARE?

Questa è la domanda che è circolata nelle ultime settimane. Sì perché non c’è solo Mps: a danneggiare pesantemente gli investitori ci sono anche le quattro banche finite in “risoluzione” a fine 2015 e le due banche venete, ormai fallite, di cui Intesa Sanpaolo ha rilevato solo la parte “buona”.

Nella commissione parlamentare d’inchiesta – il gruppo parlamentare incaricato di indagare sui casi di crisi delle banche - le due autorità si sono palleggiate la responsabilità dei mancati controlli che, insieme alla cattiva gestione, han portato ai dissesti. E intanto, i risparmiatori aspettano: perfino una parte di chi aveva diritto al rimborso “forfetario”, la procedura teoricamente più semplice e più veloce per recuperare il capitale, a due anni di distanza non ha ancora riavuto indietro i propri quattrini.

Nella legge di bilancio varata si è finalmente stabilito un fondo pubblico per risarcire i risparmiatori coinvolti in questi casi. Peccato, però, che la dotazione (100 milioni di euro) sia ben poca cosa rispetto alle perdite, e per di più non sarà così facile accedervi. Mancano ancora i dettagli attuativi, ma da quanto emerso finora spetterà all’investitore (con una sentenza passata in giudicato) dimostrare di averne diritto. Ti terremo informato.

CARIGE, PAURA AUMENTO DI CAPITALE...

Finale d’anno teso anche per Carige. Il copione è simile a quello di Mps, con un aumento di capitale e la conversione di bond subordinati imposti dalla Bce per rafforzare il capitale a fronte della mole di crediti “marci”.

A preoccupare il mercato sono state le notizie che avevano messo in dubbio il buon esito dell’aumento di capitale. Alla fine l’operazione è andata in porto, ma per gli azionisti non è comunque un successo. Al di là delle perdite dell’azione prima dell’inizio dell’aumento di capitale, anche dopo il via all’operazione i danni sono continuati. Con un numero enorme di nuove azioni, gli azionisti si sono trovati a un bivio: o sborsare il quadruplo dell’investimento che avevano già, o trovarsi “buttati fuori” (vedi qui sotto).

E ora? Una buona notizia è arrivata a dicembre, con la cessione di 1,2 miliardi di crediti “marci” dopo il miliardo già ceduto nei mesi precedenti. Ma siamo lontani dall’obiettivo del piano, secondo cui dovrebbero calare da 7,3 a 3,1 miliardi. Il gruppo ha ancora 5 miliardi di crediti “marci”; anche contando gli accantonamenti per farvi fronte, il loro valore (3 miliardi) supera il patrimonio della società (2,5 miliardi tenendo conto dell’aumento di capitale). I rischi sono tutt’altro che scongiurati, il giudizio resta sospeso.

...E ORA TOCCA A CREVAL 

Giudizio sospeso anche per Creval, che a inizio 2018 dovrà affrontare lo stesso problema: un aumento di capitale da 700 milioni, destinato a rafforzare il capitale dopo le svalutazioni sui crediti “marci”. E anche nel caso di Creval, non sarà un ostacolo da poco: 700 milioni sono la metà del capitale attuale, e quasi il doppio di quanto valeva la banca al momento dell’annuncio dell’operazione. Insomma anche in questo caso non è affatto scontato che l’aumento di capitale, che fa parte del piano strategico 2018-2020 di rilancio del gruppo, vada in porto senza ostacoli: nel dubbio, preferiamo sospendere il nostro giudizio.

 

CARIGE: O QUINTUPLI... O ESCI

Supponiamo che tu avessi 1.000 azioni Carige: alla partenza dell’aumento di capitale valevano 14,1 centesimi l’una, quindi 141 euro. Per aderire all’aumento (60 azioni nuove per ogni azione vecchia a 1 centesimo l’una), avresti dovuto sborsare 600 euro: più di quattro volte il valore del tuo investimento! E se non hai aderito? Il prezzo delle azioni è crollato a 1 centesimo, quindi le tue 1.000 azioni valgono ora 10 euro. Gli altri 131 euro avresti dovuto recuperarli vendendo il diritto di opzione, il cui valore “teorico” era di 13 centesimi circa. Peccato che già il primo giorno di negoziazione valesse 7,4 centesimi, permettendoti di recuperare solo 74 euro. Vendendoli il secondo giorno avresti recuperato 42,5 euro, e così via sempre peggio: il penultimo giorno di quotazione i tuoi 1.000 diritti valevano 4 euro, e solo 1 euro il giorno dopo. E senza contare le commissioni di vendita…

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