Telecom Italia

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Articoli

  • Analisi
    Telecom Italia: per ora nessun ribaltone 24 giorni fa - lunedì 28 maggio 2018
    Negli ultimi giorni il titolo Telecom Italia ha pagato pegno per via di conti trimestrali non brillanti, che hanno appesantito un clima di Borsa già nervoso per le incertezze politiche.
     
     
     
     

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  • Analisi
    Senza colore: la settimana delle Borse un mese fa - lunedì 7 maggio 2018
    Settimana poco brillante per i listini azionari. La Borsa di New York ha chiuso con un calo dello 0,2%. Le Borse europee, in media, sono salite dello 0,6%. Tra queste, in barba alla crisi di governo, si distingue in positivo Piazza Affari, salita dell’1,7% – dalla chiusura del 1° marzo Milano guadagna l’8,4% contro il +3,1% medio delle Borse europee. Ti parliamo anche della futura quotazione di Xiaomi.
     
     
     
     

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  • Analisi
    Telecom Italia raddoppierà! 2 mesi fa - lunedì 16 aprile 2018
    Lo sostiene uno degli azionisti del gruppo, il fondo Elliott. Ma davvero l’azione può raddoppiare il suo valore? O le dichiarazioni fanno solo parte della complicata partita a poker per accaparrarsi il controllo del gruppo?

    LE CARTE IN MANO

    La “fotografia” attuale valuta il gruppo Telecom Italia circa 42 miliardi: 34 miliardi è il valore di tutte le attività italiane, gli altri 8 sono le attività in Brasile. I 34 miliardi delle attività italiane comprendono tre elementi. Il primo è la rete, oggi valutata intorno a 9 miliardi. Il secondo è Sparkle (l’azienda che detiene cavi sottomarini che collegano Italia, Stati Uniti, Nord Africa e Medio Oriente), oggi valutata circa 1 miliardo. Infine c’è la vera e propria società di “servizi”, che rappresenta gli altri 24 miliardi.

     Tolti i 25 miliardi di debiti, il valore “netto” della società è di poco più di 17 miliardi, gli 0,85 euro per azione a cui è scambiata oggi in Borsa.

    UN TRIS PER RADDOPPIARE LA POSTA IN GIOCO

    Secondo Elliott (il “fondo-avvoltoio” che è entrato da poche settimane nel capitale di Telecom Italia, dando battaglia al principale azionista Vivendi per la gestione del gruppo), Telecom Italia può valere altri 16 miliardi, quindi altri 0,8 euro per azione. Due miliardi (0,1 euro per azione) verrebbero dalla conversione delle azioni di risparmio (quelle che non permettono di votare ma danno un dividendo maggiorato). Altri 6 (0,3 euro per azione) dalla separazione della rete, argomento che sta tenendo banco in queste settimane. Gli ultimi 8 miliardi (0,4 euro per azione) dalla riduzione dell’indebitamento.

    Ma sono stime attendibili? Vediamole punto per punto.

    PRIMA CARTA: VIA LE AZIONI DI RISPARMIO 

    Ipotesi migliore: Telecom Italia lancia un’offerta volontaria di scambio tra azioni di risparmio e ordinarie, facendo pagare in contanti la differenza di prezzo e tutti gli azionisti di risparmio aderiscono. Il capitale di Telecom Italia è attualmente diviso in oltre 21 miliardi di azioni. 15 miliardi sono azioni ordinarie, gli altri 6 miliardi sono azioni di risparmio. La differenza di prezzo tra ordinarie e di risparmio è di 0,11 euro (il prezzo dell’azione di risparmio è oggi 0,74 euro); il gruppo potrebbe raccogliere al massimo 660 milioni di euro (0,03 euro per azione). Se invece il gruppo varasse uno scambio obbligatorio non raccoglierebbe capitali freschi, ma ridurrebbe il numero di azioni: se, per esempio, offrisse 4 azioni ordinarie ogni 5 di risparmio (ipotesi ottimistica), il numero di azioni complessivo diminuirebbe a circa 20 miliardi e ogni azione varrebbe 0,87 euro anziché 0,85 (il valore della società, 17 miliardi, sarebbe diviso per un numero più piccolo di azioni). In un caso o nell’altro il beneficio sarebbe al più 0,03 euro per azione.

    SECONDA CARTA: SEPARAZIONE DELLA RETE

    La rete di Telecom è l’insieme delle infrastrutture che consentono di comunicare attraverso lo scambio di dati, immagini o suoni. Sono migliaia di centrali dislocate in tutta Italia e una “ragnatela” di cavi lunga 129 milioni di chilometri: è questa infrastruttura, insieme ai dipendenti che se ne occupano, che il gruppo vorrebbe separare in una società ad hoc. Oggi la rete è circa 9 dei 34 miliardi di valore “lordo” delle attività italiane, 5 volte il suo utile industriale (pari a 1,8 miliardi nel 2017). Secondo Elliott, se fosse separata varrebbe anche 8 volte il suo utile industriale, cioè 5 miliardi in più. Stessa cosa separando Sparkle, da cui verrebbe un miliardo. Totale, 6 miliardi, cioè 0,3 euro per azione. Da un lato sono stime condivisibili: una valutazione di 8 volte l’utile industriale è in linea con quella di altre reti, non solo nel settore telecom (come la società di torri di telecomunicazioni Inwit, società quotata a giugno 2015) ma anche in altri (Terna, Snam…).

    Si tratta, tuttavia, della migliore delle ipotesi. Separare la rete in un’altra società, ma continuare a controllarla al 100%, non basta a far emergere questo valore. Il mercato può valorizzare di più la rete, rispetto a ora, solo se la separazione rappresenta il primo passo per nuovi sviluppi: per esempio una fusione con Open Fiber, controllata da Cdp e Enel, che sta creando una rete “concorrente” a quella di Telecom. Ma le differenze tecnologiche tra i due (la rete Telecom è in gran prevalenza in rame, quella di Open Fiber punta totalmente sulla fibra) rendono improbabile, per ora, questo scenario. Se la rete di Telecom continua a “vivere” da sola, le opzioni sono due: o investe molto per rimanere al passo con la concorrenza, e questo costa, o la rete “invecchia” e rischia di valere anche meno dei 9 miliardi attuali. Per questo, tenendo conto del costo degli investimenti, il beneficio che può venire dalla separazione non è di 0,3 euro per azione, ma circa la metà. 

     

    UN ALTRO "PREZZO AL METRO QUADRO"

    Il valore di una società al lordo dei debiti (in inglese, enterprise value) rappresenta, in un certo senso, il prezzo che stanno pagando tutti coloro che investono nella società o come azionisti o come creditori (per esempio con le obbligazioni). L’utile industriale, invece, è quello derivante dalle attività tipiche, senza tener conto degli oneri finanziari e delle tasse; in altre parole è il guadagno che la società realizza ogni anno per ripagare sia i creditori (tramite gli interessi) sia gli azionisti (tramite l’utile netto). Per questo, il rapporto tra enterprise value e utile industriale rappresenta un indicatore di convenienza: più è basso, più la società è sottovalutata. Un po’ come il rapporto tra prezzo di Borsa e utili, di cui ti parliamo spesso, che riguarda però solo gli azionisti.

     

    TERZA CARTA: MENO DEBITI

    La mole di debiti è sempre stata il principale tallone d’Achille del gruppo. Questo pesa sull’utile, azzoppato ogni anno da oltre 3 miliardi di interessi, e di conseguenza sulla valutazione delle azioni in Borsa. La vendita di una parte della rete consentirebbe di risanare in parte questa situazione, per questo Eliott stima un beneficio di altri 8 miliardi (0,04 euro per azione). Anche qui si tratta, per noi, di stime ottimistiche: i benefici su questo fronte andrebbero ad azzerare, in buona parte, quelli della separazione della rete di cui ti abbiamo parlato prima. Facciamo un esempio. Supponiamo, ottimisticamente, che il mercato arrivi a valutare la rete 15 miliardi. Vendendone il 75% Telecom può ripagare debiti per circa 11,25 miliardi, risparmiando (supponendo che rimborsi i debiti con interessi più alti) circa 700 milioni di euro ogni anno. L’utile aumenterebbe di un importo analogo: dato che il mercato valuta Telecom circa 17 volte il suo utile, la valutazione aumenterebbe di 11,9 miliardi. Così avrebbe però solo il 25% della rete, perciò da questa cifra vanno tolti gli 11,25 miliardi della rete venduta. Morale, il beneficio reale è di soli 650 milioni, cioè 0,03 euro per azione.

     

    DEBITO A CARO PREZZO

    Pur tenendo conto degli strumenti derivati per abbassare il costo degli interessi – strumenti che comunque hanno un costo - Telecom ha 1,2 miliardi di debiti su cui paga oltre il 10% annuo di interesse. Su altri 1,8 miliardi paga tra il 7,5% e il 10%, e su ben 7,4 miliardi paga tra il 5% e il 7,5%.

     

    ENTRA NELLA PARTITA, MA NON FAR LA PARTE DEL POLLO

    Il tris di scommesse lanciato da Elliott può sì valorizzare meglio Telecom Italia, ma non così tanto come promesso: l’impressione è che il fondo azionista stia un po’ “sparando alto” anche per convincere gli altri grandi investitori a schierarsi dalla sua parte nella prossima assemblea. A nostro avviso, il titolo può arrivare a superare, con un po’ di pazienza, quota 1 euro, ma non molto più di questo. Ecco perché, già settimana scorsa, sul nostro sito ti abbiamo consigliato di scommettere, ma con cautela: fallo solo se il prezzo del titolo rimane, come ha fatto in questi giorni, nei dintorni degli 0,85 euro. Se acquisti a prezzi più alti, il potenziale guadagno non è tale, secondo noi, da compensare i rischi della scommessa. Se invece non punti a una scommessa, ma piuttosto a un investimento di lungo periodo “da buon padre di famiglia”, limitati a mantenere.

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  • Analisi
    Telecom Italia: separati in casa… a chi conviene? 2 mesi fa - venerdì 6 aprile 2018
    Si avvicina l’assemblea di Telecom Italia, da cui dipenderà anche lo sviluppo del progetto di separazione della rete. Ma perché sia i vecchi che i nuovi azionisti vogliono questo “divorzio”? Chi ci guadagna?
    Telecom Italia

    Telecom Italia

    Linea telefonica ad alta tensione

    Da qualche settimana, Vivendi (azionista di Telecom Italia con il 23,9%) sta battagliando con il fondo americano Elliott, che è da poco entrato nel capitale della società (oggi ha poco più del 5%). Ma almeno su un punto entrambe le parti sono d’accordo: la separazione della rete, che verrebbe spostata in una nuova società ad hoc. Il management attuale (espressione di Vivendi) punta però a un cambiamento graduale (la nuova società sarà controllata al 100% da Telecom), mentre Elliott punta a una soluzione più rapida e “drastica” con la quotazione in Borsa.

     

    Nelle maglie della rete

    La rete che Telecom vuole separare in una società ad hoc è l’insieme delle infrastrutture che consentono di comunicare attraverso lo scambio di dati, immagini o suoni. Si tratta di migliaia di centrali terminali dislocate in tutta Italia; da ciascuna centrale partono i cavi della rete di accesso, in rame o in fibra ottica. Quest'ultima viene portata fino ai cosiddetti “armadi” stradali (in questo caso si parla di FTTC, Fiber-to-the-Cabinet) o fino al modem dell'abbonato (in questo caso si parla di FTTH, Fiber-to-the-Home). In tutto, parliamo di una “ragnatela” lunga 129 milioni di chilometri.

     

    Cambiamento formale… ma con conseguenze concrete

    Perché separare la rete in una nuova società, se poi la controlli al 100%? Per il gruppo – e quindi per te che sei azionista – potrebbe significare solo duplicare una serie di costi. Ma per il management questa scelta ha più di un vantaggio. Prima di tutto, serve a Vivendi per venire in qualche modo a patti col Governo italiano, che non ha mai visto di buon occhio il fatto che un’attività strategica come le rete sia, di fatto, in mano a un azionista estero – tanto che in questi giorni ha deciso anche di entrare in campo in prima persona, con la Cassa depositi e prestiti che acquisterà fino al 5% di Telecom Italia. Separando la rete, il Governo avrebbe voce in capitolo nella nuova società tramite il golden power (vedi qui sotto), e questo può servire ai vertici di Telecom per evitare che lo Stato faccia troppe pressioni sulla gestione della capogruppo. Con questa “concessione” Vivendi può, inoltre, sperare di allentare le tensioni su altri fronti: dalle indagini antitrust alle richieste dell’authority che le ha imposto di ridurre la quota in Mediaset.

    Ma non solo. Essendo formalmente separata da Telecom Italia, magari con un certo numero di amministratori indipendenti, la società della rete dovrebbe (almeno sulla carta) garantire parità di trattamento a tutti gli operatori: questo dovrebbe consentirle di liberarsi di alcuni vincoli imposti dalle autorità di controllo in tema di tariffe e servizi offerti agli altri operatori. Difficile però dire se questo possa tradursi in un vantaggio per i conti, e quindi per gli azionisti: in alcuni ambiti la nuova società potrebbe avere la possibilità di applicare tariffe più alte, ma in altri ambiti la crescente pressione degli altri operatori potrebbe portare i prezzi a calare. E in ogni caso, è un processo che avrebbe effetti solo con tempi lunghi.

     

     

    Golden power, cos’è

    Il golden power è la norma che permette allo Stato di intervenire in società che operano in settori strategici o che svolgono attività di rilevanza strategica – come, appunto, quella delle telecomunicazioni. In particolare, lo Stato può dettare specifiche condizioni per l’acquisto di partecipazioni e può porre il veto su determinate delibere del consiglio di amministrazione. Può inoltre nominare un rappresentante di suo gradimento nel Consiglio, e tutto questo indipendentemente dal fatto di detenere una quota nella società: per questo si parla di golden power e non più di golden share come nella vecchia normativa, che valeva per le società in cui lo Stato avesse una partecipazione azionaria.

     

    Rete a rischio svalutazione

    “Mantenere” una rete costa molto. Senza investimenti, il valore della rete (oggi stimato sui 15-16 miliardi di euro, oltre 0,7 euro per ogni azione Telecom) potrebbe calare rapidamente, tanto più ora che Telecom Italia deve affrontare un concorrente di peso: Open Fiber, che sta cablando in fibra ottica il Paese. Ci vorrà qualche anno prima che Open Fiber (vedi sotto) completi il progetto, ma alla fine la rete di Telecom varrebbe molto meno, anche perché più arretrata dal punto di vista tecnologico: il “vecchio” rame pesa ancora per una quota consistente, e la copertura in fibra (stimata al 75% della popolazione, meno degli obiettivi) spesso si ferma alle centraline, non arrivando “all’ultimo miglio” (fino alla casa degli utenti). Separare la rete potrebbe aprire la porta a qualche forma di integrazione con Oper Fiber, condividendo così il costo degli investimenti, anche se proprio le differenze tecnologiche rendono difficile una fusione vera e propria. E in ogni caso, l’allentamento delle tensioni tra Telecom e il Governo potrebbero rendere meno “aggressiva” la strategia di Open Fiber (società, di fatto, pubblica).

    I 15-16 miliardi di valore della rete sono, inoltre, una bella garanzia a fronte degli oltre 25 miliardi di debito di Telecom Italia: se la rete perdesse valore, il gruppo farebbe molta più fatica a finanziarsi, e comunque dovrebbe pagare interessi molto più elevati. Ecco perché la separazione è diventata quasi una scelta obbligata. Certo Telecom potrebbe decidere di continuare a investire da sola sulla rete, senza cercare collaborazioni, ma la zavorra del debito non rende certo facile neanche questa strada.

     

    Open Fiber è per il 50% della Cassa depositi e prestiti (Cdp) e per il 50% di Enel. Il Tesoro, a sua volta, ha l’82,8% della Cdp e il 23,6% di Enel; percentuale, quest’ultima, minoritaria, ma è di fatto l’unico azionista di peso di Enel insieme a BlackRock che ne ha il 5,6%.

     

    Dal 100% al 51%?

    Col tempo, poi, nulla vieta che Telecom mantenga il controllo della società, ma non al 100%: vendendone il 30-40%, per esempio, potrebbe incassare 4 o 5 miliardi che andrebbero ad alleggerire sensibilmente i suoi debiti.

    Ed è su questo fronte che la new entry nell’azionariato, il fondo Elliott, sta cercando di sparigliare le carte: il fondo punta, infatti, ad andare addirittura oltre, quotando in Borsa in tempi brevi la società della rete. D’altronde il fondo Elliott è un “fondo-avvoltoio”, anche se i suoi vertici rifiutano questa definizione: insomma entra in società in difficoltà economiche o in cui gli azionisti non trovano un accordo, trova il modo di aumentarne il valore… e incassa i guadagni (vedi qui a lato).

     

    C’è da speculare?

    Se il piano strategico di Vivendi riuscirà a prevalere in assemblea, il progetto di separazione della rete avrà tempi lunghi e i vantaggi per gli azionisti sarebbero graduali e perlopiù lontani nel tempo. Se Elliott dovesse invece riuscire a imporre la sua linea di gestione, i tempi subirebbero un’accelerazione, ma al momento questa appare come l’ipotesi meno probabile. A tutto questo, poi, si aggiunge il fatto che manca al momento un interlocutore importante, cioè il nuovo Governo. Dopo l’ingresso della Cassa depositi e prestiti il mercato ha ricominciato a scommettere sul titolo, facendolo risalire a quota 0,82 euro. Ma se la linea “conservativa” di Vivendi dovesse prevalere, il rischio è che il titolo possa tornare a sgonfiarsi. Per questo, se vuoi speculare sul proseguimento della battaglia, fallo con cautela, acquistando il titolo con un limite di prezzo non superiore agli 0,85 euro. Se invece punti a un investimento di lungo periodo, limitati a mantenere il titolo se lo hai già.

    Un fondo senza troppi scrupoli

    In Italia, il fondo Elliott è diventato famoso per aver finanziato l’acquisto del Milan da parte dell’attuale proprietario cinese: operazione ad alto rischio, vista la situazione finanziaria dell’azionista cinese, ma che Elliott si è fatto ben remunerare con interessi a doppia cifra e con un pegno sulle azioni (se i debiti non saranno ripagati, la proprietà del Milan passerà al fondo). Ma non è la prima volta che il fondo si affaccia in Italia. Per esempio sta dando battaglia a Hitachi, che ha acquistato il 50,8% di Ansaldo Sts: l’obiettivo del fondo, che è salito a oltre un quarto del capitale di Ansaldo, è “spremere” un prezzo più elevato di quello che Hitachi intendeva pagare per ritirare Ansaldo dalle quotazioni. Il fondo usa una tattica simile anche con i bond di Stati insolventi (Argentina, Perù, Congo…): prima acquista i bond a prezzi da saldo e poi chiede il rimborso in tribunale per recuperare l’intero valore nominale del bond. E spesso ci riesce.

     

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  • Analisi
    Tregua pasquale: la settimana delle Borse 2 mesi fa - venerdì 30 marzo 2018
    Dopo i pesanti cali della settimana precedente, l’ultima settimana di marzo si chiude con un rimbalzo: New York segna un +2%, Londra +1,9% e le Borse dell’eurozona +1,9% nonostante la zavorra di Piazza Affari, ferma a +0,5%. Ma le incertezze sono tante: ecco quali e come difenderti.
     
     
     
     

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Informazioni chiave

Carta d'identità

Massimo degli ultimi 12 mesi 0,89 EUR
Minimo degli ultimi 12 mesi 0,67 EUR
ISIN IT0003497168
Borsa Milano
Beta 0,95
Volatilità 34,99 %
Numero di azioni 15.203.120.000
Capitalizzazione di Borsa (in miliardi) 10,34 EUR
Settore Telecomunicazioni
Volume delle transazioni (media giornaliera, in migliaia) 83.751 EUR
Punteggio corporate governance 4

Indici chiave per azione (EUR)

2018 (e) 2017 (e) 2016 2015
Dividendo 0,00 0,00 0,00 0,00
Utile corrente 0,05 0,05 0,08 -0,02
Utile netto 0,05 0,05 0,09 0,00
Cash Flow corrente 0,26 0,27 0,27 0,15
Cash Flow netto 0,26 0,27 0,27 0,17
EBIT 0,15 0,16 0,18 0,15
EBITDA 0,36 0,37 0,38 0,36
Patrimonio netto 1,06 0,95 1,01 0,90
Patrimonio netto tangibile -0,34 -0,38 -0,40 -0,62

Rendimento in euro

Telecom Italia Stoxx Europe 600 S&P 500
Rendimento ultimi 3 mesi -16,04 % 2,55 % 8,58 %
Rendimento ultimi 6 mesi -7,92 % -2,00 % 5,22 %
Rendimento ultimo anno -18,44 % -2,23 % 8,74 %
Rendimento ultimi 5 anni 5,02 % 5,56 % 14,47 %

Indici finanziari della società

2017 (e) 2016 2015 2014
Pay out - 0,00 % - 12,22 %
Current ratio - 0,95 0,93 1,11
ROE - 8,37 % -2,59 % 5,47 %
ROE netto - 8,53 % -0,41 % 7,51 %
Margine lordo - - - -
Margine netto - 9,84 % 3,18 % 8,69 %
EBIT margin - 18,62 % 14,33 % 20,08 %
EBITDA margin - 40,04 % 33,90 % 38,94 %
Tax rate - 30,92 % 37,90 % 32,13 %
Gearing - 129,75 149,72 149,73
Patrimonio netto / totale attivo - 33,43 % 29,72 % 30,10 %

Dati di Borsa per azione

2018 (e) 2017 (e)
Rendimento da dividendo 0,00 % 0,00 %
Prezzo/utile corrente 13,60 13,60
Prezzo/cash flow corrente 2,62 2,52
Prezzo/patrimonio netto 0,64 0,72
Prezzo/patrimonio netto tangibile - -
Prezzo per valore patrimoniale netto - -
Rendimento a lungo termine 4,47 % -

(e) : stima

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