News
Buoni postali: le vacche magre di Poste italiane nei pascoli (aridi) del selvaggio West un anno fa - venerdì 23 giugno 2017
Pubblicizzati in uno spot in stile “spaghetti western” i buoni postali sono l’unico strumento d’investimento senza spese. Il (basso) costo di investirci ne rispecchia, però, il (basso) valore: comprali solo se vuoi far felice lo Stato e se tra 20 anni, tenendo conto del carovita, vuoi essere più povero.
Buoni postali

Buoni postali

Garantiti dallo Stato e tassati “solo” al 12,5% i Buoni Postali sono una delle più antiche forme d’investimento diffuse in Italia, un po’ l’highlander dei risparmi delle famiglie del Bel Paese. Tuttavia negli ultimi tempi, complice il ribasso dei tassi sui titoli di Stato, hanno perso smalto e, dopo una fase di grande popolarità in cui di emissioni ce n’erano per tutti i gusti (ordinari, legati all’inflazione, con premio…), ora ne trovi in vendita solo tre tipi: i buoni ordinari, i buoni per minori e i buoni “a 3 anni plus”. Tutte le altre tipologie emesse in passato (una trentina) riposano al cimitero dei buoni postali dimenticati: li puoi ancora portare all’incasso, ma non sottoscrivere.

 

Per un pugno di euro

Diciamo subito che questa moria ci pare del tutto giustificata. Oggi un buono postale ordinario (serie TF120A170420 in emissione dallo scorso 20 aprile) rende, se mantenuto 20 anni, lo 0,93% lordo (!). Netto è lo 0,82%. Certo, questo 0,93% è quasi tre volte il misero 0,32% (sempre lordo, ça va sans dire) della precedente serie TF120A160218 in emissione dal febbraio del 2016 fino a questa primavera. Tuttavia se io oggi mi compro sul mercato il BTp 4% 1/2/37, ossia un titolo anch’esso garantito dallo Stato italiano e con scadenza di circa 20 anni mi porto a casa circa il 2,6% lordo, cioè quasi tre volte tanto quello che rende un buono postale ordinario di pari durata. Al netto di tasse e spese d’acquisto il rendimento scende intorno al 2,1% netto che si confronta con lo 0,82% netto dei buoni postali. Certo acquistando titoli di Stato ti tocca pagare 20 euro l’anno di conto titoli, ma questo costo fisso rende i buoni postali un prodotto competitivo rispetto ai titoli di Stato solo per investimenti inferiori, grosso modo, ai 1.400 euro.

In ogni caso anche se veniamo da anni di inflazione bassa e vicina allo zero, è difficile immaginare che da qui a 20 anni resti costantemente sotto il 2% (l’ultimo dato di maggio è pari all’1,4%), per cui rischi seriamente che lo 0,82% netto annuo non basterà neppure a mantenere inalterato il tuo potere d’acquisto da qui al 2037. Investire in buoni postali vuol dire in sostanza alla lunga diventare più poveri di quello che si è oggi.


Lo chiamavano “tre anni plus”

Con le altre due tipologie di buoni non va molto meglio. Vediamo per primi i buoni postali “a tre anni plus” (serie TF103A170529 in emissione dal 29 maggio, dopo quattro anni in cui non erano stati più emessi). Il loro rendimento a scadenza dopo tre anni è lo 0,7% lordo annuo (0,61% netto annuo). Se disinvesti prima il rendimento è pari a zero.

Senz’altro è un rendimento superiore a quello di titoli di Stato di pari durata (il “rendimento” del BTp 0,35% 15/6/20 al netto di tasse e spese è -0,1%), ma ci sono conti deposito vincolati che danno poco più dell’1,5% netto annuo (vedi qui). Sì, certo, lo Stato italiano è grosso modo in astratto (vedi sotto) considerato più affidabile delle banche, ma tu disponi dei nostri giudizi puntuali (da una a cinque stelle) sulla sicurezza di oltre 300 tra le principali banche italiane, quindi non hai bisogno di altre forme di garanzia.

 

Giù i tassi

Per quanto riguarda, infine, i buoni postali per minori (sempre serie TF118A170420, in emissione dal 20 aprile) c’è da dire che i rendimenti qui sono tradizionalmente più alti rispetto ai buoni postali ordinari, c’è un recupero maggiore dell’inflazione, ma oggi siamo sempre in una situazione che non è quella ottimale. Oggi il rendimento (lordo) per la scadenza più lunga (un minore appena nato, che quindi compie 18 anni nel 2035) è pari all’1,5%, ossia siamo di fronte a un rendimento netto dell’1,33% che si confronta con i due BTp che seguono (i più vicini per scadenza), il BTp 5% 1/8/34 che rende al netto di tasse e spese circa il 2% e il BTp 2,25% 1/9/36 che rende circa il 2,2% netto. In passato non era così e i buoni postali per minori erano più competitivi, come vedi dal grafico.

 

Per qualche euro in più

Morale: i buoni postali hanno lo stesso rischio dei BTp, ma rendono meno, per cui tra buoni postali e BTp bisogna preferire i BTp. Non acquistare buoni postali. Tuttavia ti ricordiamo anche che il rendimento dei BTp, depresso dalle politiche “buone” della Bce, secondo noi non rispecchia il rischio Italia (super debito e economia asfittica), per cui non acquistare neanche i BTp. Anzi, il nostro consiglio sui BTp, se li hai, è che è proprio ora di venderli.

 

Il rendimento è un piatto che va servito freddo!

Vendere i BTp vuol dire vendere anche i buoni postali? Attenzione, no! Qui dipende caso per caso. I buoni postali, infatti, si portano dietro i rendimenti (talora alti) del passato, per cui dipende dalla serie che hai. Hai una serie C19 che tenuta fino al 2036 rende lo 0,44% netto? incassalo. Hai la B94 che tenuta fino al 2032 rende il 3,69% netto? Tienila. Tuo figlio ha un buono per minori? Non puoi farci nulla: è vincolato alla sua maggiore età, tienilo.

condividi questo articolo