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Internet, il mercato, i consumatori e le regole

08 aprile 2010

08 aprile 2010

Guido Scorza - Avvocato, Università degli Studi di Bologna, Università Luiss

Le attuali regole del diritto d'autore, dell'editoria e, più in generale, dell'informazione mostrano una sostanziale inadeguatezza rispetto al mutato contesto tecnologico, ma anche sociale ed economico determinato dalla rivoluzione digitale. Vi è, tuttavia, una forte resistenza al ripensamento di tali discipline giuridiche, vissute come l'ultimo baluardo per continuare a imporre vecchi modelli di business.

Filosofi ed economisti, politici e capitani d'industria, giuristi e giornalisti sono concordi nel ritenere che Internet sia la protagonista indiscussa di una rivoluzione sociologica, culturale ed economica senza precedenti nella storia dell'umanità.

"Siamo a una svolta epocale che ha pochi precedenti nella storia della nostra specie, una vera e propria mutazione antropologica [...] Una trasformazione dello stesso modo di essere uomini, se essere uomini significa porsi in relazione con gli altri, forse i nostri posteri chiameranno questa rivoluzione il periodo della informatizzazione globale [...] Il processo è quello, appunto, della trasformazione del nostro mondo da società delle merci, figlia della rivoluzione industriale iniziata col telaio a vapore alla fine del Settecento, in una società dell'informazione" scriveva dieci anni fa Franco Prattico, filosofo e attento osservatore delle cose del mondo (Prattico, 1999). Si tratta di una prospettiva alla quale, dall'altra parte del globo e agli antipodi dello scibile del sapere, fanno eco le riflessioni di Jeremy Rifkin, che scrive: "I mercati stanno cedendo il passo alle reti e la proprietà è progressivamente sostituita dall'accesso [...] I cambiamenti in atto nella struttura delle relazioni economiche sono parte di una trasformazione di portata ben più profonda che riguarda l'essenza stessa del sistema capitalistico. Stiamo, infatti, assistendo a uno spostamento di lungo periodo dalla produzione industriale a quella culturale. Nel futuro, una quota sempre crescente di scambi economici nella loro forma più innovativa sarà riferibile alla commercializzazione di una vasta gamma di esperienze culturali, più che di beni e servizi prodotti industrialmente. Viaggi e turismo globale, parchi e città a tema, centri specializzati per il divertimento e il benessere, moda e ristorazione, sport professionistico, gioco d'azzardo, musica, cinema, televisione, oltre che il mondo virtuale del cyberspazio e dell'intrattenimento elettronico di ogni genere, stanno diventando rapidamente il nucleo di un nuovo ipercapitalismo fondato sull'accesso a esperienze culturali" (Rifkin, 2000).

Internet e, forse, ancora prima le tecnologie digitali e telematiche che ne sono alla base, costituiscono il motore di una rivoluzione pacifica e inarrestabile, che sta determinando una profonda trasformazione in ogni settore della vita umana: nelle relazioni personali come in quelle di mercato tra professionisti, utenti e consumatori, nel mondo dell'informazione come in quello della politica e, last but not least, nell'universo della cultura, del sapere e della creatività.

Di fronte a un simile contesto, in tutti gli ordinamenti del mondo si registra un fenomeno di sostanziale inadeguatezza delle regole del diritto rispetto al mutato contesto socio-economico e tecnologico di riferimento.

La disciplina dell'editoria e dell'informazione, quella del commercio, della pubblicità e della tutela dei consumatori, le regole della privacy così come quelle del diritto d'autore si rivelano superate dai tempi, dalle tecnologie, dai comportamenti e dalle consuetudini degli utenti e dei cittadini della società dell'informazione o, piuttosto, dell'era dell'accesso: i "nativi digitali" e non solo. In questa era di mezzo, a cavallo tra il mondo degli atomi e quello dei bit, il diritto appare smarrito e venuto meno a quello che l'insigne giurista Natalino Irti individua essere la sua principale funzione: "Al diritto si chiedono gli strumenti che possano offrire la più rigorosa garanzia dei valori dominanti e dunque che agevolino la piena attuazione delle scelte individuali" (Irti, 1978). È difficile individuare in modo compiuto le ragioni di questo smarrimento e inadeguatezza del diritto a governare il nuovo mondo. Ve ne sono, tuttavia, due più evidenti delle altre.

La prima ragione è rappresentata dai limiti spaziali e temporali degli interventi normativi necessariamente ancorati al territorio di un Paese ed enormemente lunghi in relazione alle dinamiche tecnologiche di dimensione globale e extraterritoriale e, soprattutto, caratterizzate da un ciclo di vita ben più breve dell'iter che porta a un provvedimento di legge.

Sotto tale profilo, da anni si assiste a ordinamenti costretti a giocare il ruolo degli inseguitori sconfitti nel tentativo disperato di imbrigliare le tecnologie digitali e telematiche nelle scatole concettuali alle quali il giurista, specie negli ordinamenti di civil law, fa fatica a rinunciare.

La seconda ragione è straordinariamente ben riassunta in un passo del Principe di Machiavelli, nel quale si ricorda che "non è cosa più difficile a trattare né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo a introdurre nuovi ordini; perché lo introduttore ha per nimici tutti quelli che delli ordini vecchi fanno bene e ha tepidi difensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbero bene. La quale tepidezza nasce parte per paura degli avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulità degli uomini; e quali non credano in verità le cose nuove se non ne veggano nata una ferma esperienza".

È, infatti, innegabile che, specie in alcuni settori e in relazione a certe questioni, si registra una forte e difficilmente superabile resistenza al cambiamento delle regole, individuando in queste ultime - probabilmente, tradendone la reale funzione - un'àncora capace di continuare a legare e, talvolta, imporre i vecchi mercati e mercanti al nuovo mondo. Esemplificativo, al riguardo, è il caso delle resistenze a un profondo e ormai improcrastinabile ripensamento della disciplina sul diritto d'autore, sull'editoria o, piuttosto, sull'informazione.


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