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Italiani alle prese con l’Internet of Things: la nostra indagine

Il 51% ha un oggetto connesso in casa, ma si tratta nella maggior parte dei casi di una smart tv. A seguire braccialetti connessi e telecamere di sicurezza. Per il resto – lavatrici, frigoriferi, lampadine… - c’è ancora poco. In molti non vedono valore nell'Internet delle cose e non ne percepiscono l’utilità. I vantaggi ci sono e potrebbero aumentare, ma ci sono anche rischi, soprattutto per la sicurezza informatica.

20 marzo 2019
IoT

Quando si parla di Internet of Things (Internet delle cose) si tende ancora a pensare a qualcosa di molto lontano. In realtà si tratta di oggetti - come tv, lampadine, elettrodomestici arricchiti da sensori e dalla capacità di connettersi ad altri oggetti e a internet - già presenti nella nostra quotidianità e nelle nostre case, seppur in modo disomogeno e con alcune criticità.

A confermarlo la nostra inchiesta statistica in cui abbiamo interpellato oltre 3mila persone e pubblicata su Inchieste di marzo.

Soprattutto tv, fitness band o telecamere

Il 51% degli intervistati possiede almeno un oggetto connesso, anche se in proporzioni molto diverse. La smart tv – ormai diffusissima tra gli scaffali degli store - è il più diffuso, presente nel 39% delle case, l’11% delle persone ha un braccialetto fitness connesso, il 10% ha una telecamera di sicurezza smart, di quelle che ad esempio trasmettono immagini direttamente sullo smartphone.

Discorso diverso per tutto il resto: solo un numero di persone tra l’1 e il 3% degli intervistati ha termostati, lampadine, lavastoviglie, lavatrici, frigoriferi connessi, anche se la percentuale potrebbe essere destinata ad aumentare, anche per l’effetto traino registrato dagli esperti con l’arrivo di Amazon Echo e Google Home. Anche se in vendita in Italia solo dal 2018 (e neanche dall’inizio dell’anno), i due assistenti virtuali (a cui si possono connettere altri oggetti da comandare vocalmente) sono risultati presenti già nel 3% delle abitazioni dei nostri intervistati.

La strada sembra però ancora piuttosto lunga: «La vera smart home è quella che permette di ottenere più sicurezza, efficienza energetica e comfort per il fatto che i dispositivi comunicano tra loro e non solo con lo speaker», dice Giulio Salvadori, esperto dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano intervistato nell’ambito dell’inchiesta. Un esempio: entro in casa e gli oggetti IoT lo percepiscono tramite dei sensori che poi comunicano alle tapparelle di alzarsi. Nel frattempo, prima ancora che entrassi in casa, il termostato ha acceso il riscaldamento, perché essendo connesso allo smartphone ha capito che ero nel tragitto da lavoro verso casa.

Oggetti poco connessi tra loro e poco utili

Per il momento gli oggetti IoT nelle case degli italiani non comunicano tanto tra loro: solo il 10% delle persone ha sistemi connessi in casa, quando per “sistema” intendiamo almeno due oggetti collegati tra loro tramite una app o una cassa intelligente. Anche se - c’è da dire – c’è stato un incremento dal 2015, quando nella nostra precedente indagine sulla smart home, la percentuale era del 6%. Non solo non sono connessi tra loro, questi oggetti non sembrano neanche essere così accattivanti per gli utenti soprattutto nel caso degli elettrodomestici. In media solo il 15% delle persone che li possiede ritiene la sua lavastoviglie, la sua lavatrice o il suo frigorifero più utile perché connesso. Le percentuali cambiano invece per gli altri oggetti IoT dell’inchiesta.

Eppure i vantaggi potenziali ci sono, il settore è in fermento, ma ci sono anche diverse criticità, in particolare per la sicurezza dei dati: basta un dispositivo IoT poco sicuro per mettere in pericolo tutta la rete di casa, perché quel dispositivo può diventare una porta d'accesso per attacchi hacker. Nella nostra indagine emerge che questi attacchi hanno colpito il 6% di chi ha oggetti connessi. E pensare che risale solo a qualche giorno fa l’intesta sul testo di una normativa europea, il Cybersecurity Act, per definire per la prima volta parametri tecnici di sicurezza per la certificazione dei dispositivi prima dell'immissione in commercio.

Se vuoi leggere l’articolo completo pubblicato su Inchieste di marzo, scarica il pdf.