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Dove vanno a finire i dati sulla nostra salute?

20 giugno 2016
App dati salute

20 giugno 2016

Ti sei mai chiesto che fine fanno i dati che senza volere diffondi quando usi una app contacalorie, metti un "mi piace" su Facebook, intervieni su un forum sulla salute, oppure più semplicemente fai una ricerca su Google per cercare informazioni su medicinali e cure? Ecco dove vanno a finire i tuoi dati personali.

Hai qualche chilo in più e hai deciso di scaricare un’app per controllare quante calorie assumi o per tracciare i tuoi percorsi quando vai a correre? Hai un disturbo e ti informi online su cosa può essere, oppure scrivi su un forum di persone che soffrono della tua stessa malattia? Sappi che tutti i dati che produciamo ogni giorno, sul web o con lo smartphone sono materiale potenzialmente interessante anche per il mondo della salute, dalle aziende farmaceutiche ai produttori di rimedi di vario tipo, fino al sistema sanitario e alla ricerca scientifica. Una ricerca su Google, un acquisto online, un video su Youtube, un post su Facebook, una foto pubblicata o un’app scaricata: sono accessibili, economici e facili da analizzare.

In sostanza, una miniera d’oro di informazioni da cui si estrae conoscenza, che - usando internet e smartphone - alimentiamo spesso senza accorgercene, con tutti i rischi e i vantaggi che questo si porta dietro: perché come sempre, quando si parla di tecnologia e dati personali, il confine tra progresso e mancanza di tutele, tra accesso a servizi gratuiti e privacy è sottile e facile da oltrepassare. In questo caso più che mai, visto che parliamo di dati in grado di rivelare lo stato di salute, così delicati da essere definiti per legge sensibili.

Sanità, ricerca, benessere: tanti mondi

Con quali rischi per la privacy avvenga tutto ciò è un capitolo a parte, ma i vantaggi possono essere enormi. Secondo i dati del Censis, quattro italiani su dieci vanno a caccia di contenuti su salute e malattie sul web; nel 2015, su Google, una ricerca su venti riguardava informazioni mediche: in cima alla classifica in Italia, quanto ai sintomi, le parole “tumore”, “gravidanza”, “diabete”. A parte l'affidabilità delle informazioni online, che non sono oro colato, e a parte il rischio di diventare dei cyber-ipocondriaci, cosa succede con queste ricerche?

Stessa cosa su Facebook: grazie alle informazioni che gli utenti danno con i “mi piace”, i post e altro si possono realizzare campagne pubblicitarie che compaiono solo sulle bacheche di chi ha dimostrato certe preferenze, così da fornire contenuti più interessanti. Producendo, in sostanza, contenuti a loro collegati su cui vanno a finire persone che fanno una certa ricerca.

E con le app i dati viaggiano

Il tema è critico anche per le app, quelle che contano i passi e le calorie, monitorano i battiti cardiaci, aiutano a ricordare i farmaci, prevedono le fasi dell'ovulazione o molto altro: chi mai si prende la briga di leggere le lunghe e minuscole condizioni d’uso?

Da un lato c’è la pigrizia degli utenti, ma dall’altro la mancanza di trasparenza. Nell'ambito di una recente indagine del Consiglio dei consumatori norvegese (Forbrukerrådet) sono state analizzate cinque app per il fitness: Endomondo, Runkeeper, Strava, Lifesum e MyFitnessPal; è risultato che nessuna di queste specifica con quali terze parti vengono condivisi i dati e nella maggior parte dei casi si permette ad altre aziende di usare i dati personali per propositi differenti rispetto allo stretto funzionamento dell'applicazione.

E le regole?

Le questioni aperte rispetto alla privacy garantita sono ancora tante. Il nuovo regolamento europeo sulla privacy (approvato lo scorso dicembre, ma la cui applicazione avverrà solo entro due anni) potrebbe dare maggiore chiarezza legislativa, ma il rischio è che nel frattempo possa succedere un po’ di tutto tra le tante regole non specifiche, vecchie e difficili da applicare, soprattutto quando si parla di dispute con i grandi colossi non europei, tipo Google, Facebook o Apple, per cui oltretutto ci sono in gioco interessi enormi.

Nel frattempo, serve coscienza. È necessario sapere che quando scarichiamo applicazioni o lasciamo tracce digitali è fondamentalmente accettare uno scambio di valori: anche se i servizi sembrano gratuiti, in cambio stiamo rinunciando a una parte della nostra privacy.


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