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Quel virus e un camaleonte

22 settembre 2011

22 settembre 2011

I virus influenzali sono in continua mutazione, ecco perché possono essere molto diversi da un anno all’altro. Le modificazioni cui vanno incontro sono di due tipi: una meno sostanziale, l’altra più importante.

La prima variazione (chiamata “drift”) è graduale e di piccola entità: anche se i virus cambiano, in questo caso rimangono comunque “parenti” di quelli precedenti e una protezione parziale resta (più o meno) presente nella popolazione. Gli anticorpi prodotti contro il virus dell’anno precedente diventano comunque meno efficaci. A questo fenomeno si deve il parziale cambiamento del virus di stagione in stagione.

Poi c’è una mutazione più importante (detta “shift”), che produce virus completamente diversi da quelli circolati negli anni precedenti: in tal caso l’intera popolazione umana diventa vulnerabile, in quanto gli anticorpi contro i precedenti virus influenzali sono del tutto inefficaci. Lo “shift” può avvenire sia per il passaggio diretto di un virus aviario o suino nell’uomo sia quando virus aviari, suini e umani si scambiano materiale genetico, riassortendosi e producendo un virus nuovo. Questo fenomeno è alla base delle pandemie: epidemie globali che possono causare milioni di morti, come l’influenza spagnola del 1918.

Se il passaggio di un virus aviario dagli uccelli, il principale serbatoio dei virus influenzali, all’uomo è raro e complicato, quello tra uomo e suino è più facile: l’ultima pandemia (“suina”) lo conferma. I maiali, poiché sono suscettibili di infezioni sia da parte di virus influenzali umani sia da parte di quelli aviari, rappresentano una sorta di crogiolo, in cui virus aviari, umani e suini possono riassortirsi, creando virus nuovi con potenziale pandemico. Non ci sono però prove dirette del ruolo dei maiali nell’origine delle precedenti pandemie, mentre la responsabilità dei volatili è un fatto assodato.


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