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Case di riposo: familiari insoddisfatti della gestione della pandemia. La nostra inchiesta

Viaggio nelle residenze per anziani: le famiglie raccontano la vita dei loro parenti nelle Rsa prima e dopo l’arrivo della pandemia.  Molto è cambiato con il virus: l’inchiesta svela le paure, i dubbi e quanto le limitazioni sanitarie hanno imposto alla vecchiaia maggiore precarietà.

  • di
  • Beba Minna
10 dicembre 2020
  • di
  • Beba Minna
inchiesta case di riposo

A mesi dall’inizio della pandemia da Covid-19, la vita nelle case di riposo è molto cambiata. Durante l’emergenza sanitaria sono successi fatti gravissimi, sui cui la magistratura sta ancora indagando. Ma c’è anche la quotidianità difficile da gestire, quella di sempre. I familiari hanno deciso di parlare e di farsi sentire, raccontando ad Altroconsumo le loro esperienze difficili.

I familiari raccontano i problemi con le Rsa

Ci hanno raccontato i problemi di ogni giorno con le strutture: poca attenzione ai bisogni dei degenti, costi troppo elevati, mesi di attesa per accedere, cibo di scarsa qualità, personale non sempre adeguato, promesse non mantenute. Lo denunciano i quasi 4mila familiari che abbiamo intervistato e che raccontano l’esperienza del loro parente che vive in una Rsa, le residenze sanitarie assistenziali. Hanno condiviso la loro esperienza prima e durante l’emergenza sanitaria. La paura è ancora tanta, la pandemia si è riaffacciata nelle scorse settimane nei corridoi delle case di riposo e le recenti denunce dei Nas rivelano che molte strutture non sono ancora attrezzate ad affrontare il virus.

Familiari poco soddisfatti della gestione del Covid

Meno della metà dei familiari è soddisfatta di come la casa di riposo ha gestito il Covid-19. Gli aspetti che hanno scontentato di più sono: l’attuazione tempestiva delle misure sanitarie; l’attenzione alle attività ricreative durante il lockdown; la comunicazione con i familiari e l’attenzione alla salute mentale del parente ricoverato.

Cosa pensavano delle strutture prima della pandemia? Solo il 44% dei familiari si dichiarava soddisfatto della casa di riposo in cui risiede il proprio parente, il 18% ne era del tutto insoddisfatto. Gli aspetti deludenti erano: la disponibilità di personale di notte; l’assistenza psicologica (attenzione per benessere mentale, solitudine...); la terapia occupazionale promessa (cura o riabilitazione attraverso attività quotidiane e terapie fisiche). Il 37% ha riferito almeno un problema rilevante, tra i più indicati l’aver promesso attività per i residenti (come svago o ginnastica) poi non mantenute.

Tanti i contagi all’interno delle case di riposo

I numeri della nostra inchiesta confermano la gravità della situazione. Nel 43% delle case di riposo legate all’esperienza degli intervistati ci sono stati contagi da coronavirus. Il 9% dei residenti è risultato positivo: un dato che potrebbe essere al ribasso, perché è emerso che il 27% non è stato sottoposto a un tampone. Un decesso su quattro è avvenuto per coronavirus attestato, mentre il 35% è mancato per cause non certamente legate al virus, ma che neanche lo escludono. I morti per contagio potrebbero essere molti di più perché il 36% degli anziani deceduti non è stato sottoposto a un test per il riscontro del Covid-19.

I danni del lockdown

Per riuscire a contenere il contagio si è dovuto sottrarre risorse e tempo da dedicare ai degenti, le visite con i parenti sono state interrotte per settimane, i momenti di socializzazione cancellati. In alcune strutture durante l’emergenza i degenti sono stati chiusi nelle loro stanze per settimane senza contatti e senza potersi muovere, come racconta qui a fianco la testimonianza di un’educatrice della provincia di Pavia. E gli effetti sui più fragili si sono fatti sentire velocemente. I familiari intervistati hanno denunciato un peggioramento dello stato di salute dei loro cari in seguito al lockdown, un decadimento psicofisico perdurato nei mesi successivi.

Pochi dispositivi di protezione

Uno dei problemi che ha aggravato la situazione è stata la mancanza di dispositivi di protezione. Nei mesi di maggiore emergenza questo è stato un ostacolo per tutto il settore sanitario. Il 14% dei familiari però a ottobre 2020 sottolineava ancora carenze nell’utilizzo di mascherine da parte del personale. Gli ospiti in genere non riescono a indossarla per ragioni legate alla loro condizione.

L’accesso alle strutture non è per tutti

Accedere a una Rsa non è scontato: il 40% ha avuto difficoltà a essere ammesso. Dalla presentazione della domanda fino all’accettazione si aspettano in media 4 mesi, oltre 5 mesi per le strutture pubbliche. Un altro ostacolo è il prezzo elevato. Nel 68% dei casi la retta è superiore al reddito del degente. Il costo mensile medio è più di 1.800 euro, ma si arriva anche a punte di 3.650 euro. Per il 9% degli intervistati i costi sono aumentati durante la pandemia.

Per tutti i dettagli dell’inchiesta leggi l’articolo pubblicato su INsalute di dicembre.