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Sanità: liste d'attesa di oltre un mese per un paziente su due

L’esperienza dei pazienti con il Servizio sanitario nazionale: in oltre la metà dei casi si va oltre il limite previsto dei 30 giorni. Il 18% ha atteso addirittura oltre quattro mesi. La situazione è peggiorata rispetto all’ultima inchiesta del 2013. E così il privato avanza.

04 giugno 2019
prenotare esami medici ssn

I risultati dell’ultima inchiesta pubblicata sul numero di Altroconsumo InSalute di giugno non lasciano scampo a questo Servizio sanitario nazionale, che da anni combatte contro il peso di infinite liste d’attesa. Aspettare oltre un mese per una visita specialistica prescritta dal medico di base – quindi non di semplice controllo ma, ad esempio, di approfondimento di un sintomo - è stata quasi una normalità per le 6mila persone intervistate (25-74 anni): è successo nel 53% dei casi, mentre nell’indagine del 2013 il dato era al 42%. Rispetto a cinque anni fa, quindi, c’è stato un peggioramento, con tempi più lunghi nell’11% dei casi.

Leggi l’inchiesta completa

Visite oltre tempo massimo

Eppure la legge è chiara: le prime visite specialistiche prescritte dal medico di base andrebbero erogate entro 30 giorni al massimo in almeno una struttura (e almeno nel 90% dei casi: eccola la scappatoia legislativa che tanto, poi, nessuna monitora intervenendo). Senza contare che il dato di chi aspetta oltre un mese peggiora ancora di più andando nel dettaglio: in quel 53%, si trova infatti un 36% che ha aspettato oltre due mesi e un 18% che ha atteso oltre quattro mesi.

Regioni: non si salva nessuno

Dall’indagine emerge anche come la situazione non sia buona in nessuna regione: tutte sforano i 30 giorni medi di attesa, con alcune - come Calabria, Lazio, Puglia e Marche - che vanno peggio (67-69 giorni medi di attesa). Abbiamo valutato anche la soddisfazione per l’Asl, per le liste d’attesa ma anche per l’attesa il giorno della visita, l’igiene e il comfort della struttura, orari, servizi e informazioni disponibili... E anche in questo caso i risultati sono spesso stati negativi. Sulle 35 giudicate dai rispondenti (circa 1/3 di quelle presenti in Italia), spicca l’insoddisfazione per l’Asl di Bari, Roma 1, Roma 2 e Roma 3 e dell’Ats Sardegna il buon risultato dell’Apss di Trento, dell’Asl Cuneo 1 e dell’Usl di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Parma.

E allora si va dal privato

Non stupisce che, in questo contesto, il privato avanzi sempre di più, rischiando di sostituirsi al pubblico, invece di affiancarlo, come dovrebbe: secondo l’indagine il 52% ha fatto ricorso anche a servizi sanitari privati e la principale motivazione per cui lo ha fatto, nell’87% dei casi, sono stati proprio i tempi di attesa inferiori per avere un appuntamento. Nell’inchiesta completa, tutti i dati sui giorni medi di attesa per visita specialistica e la classifica per Regione, i risultati sulla soddisfazione per i servizi offerti dall’Asl e sulla rinuncia alle cure a causa dei costi.

Il nuovo Piano nazionale sulle liste d’attesa

Qualcosa sembra muoversi con l’arrivo – finalmente, dopo nove anni di attesa - del nuovo Piano nazionale liste d’attesa (2019-2021), il documento con cui il governo mette a punto strategie contro questo annoso problema del Ssn. Nel Piano sono state inserite misure più stringenti e precise rispetto al precedente, le cui previsioni erano applicate poco e monitorate in modo discontinuo.

Tra gli aspetti positivi di questo documento (le Regioni potranno anche adottarne uno loro, l’importante è che sia migliorativo rispetto al nazionale), c’è proprio la centralità del monitoraggio, fondamentale per capire dove si annidano le inefficienze: si punta a creare un’unica rete di prenotazione gestita dai Cup (Centri unici di prenotazione) in modo che vengano condivise con trasparenza le prenotazioni sia dell’attività pubblica con Ssn che con la cosiddetta intramoenia, cioè l’attività dei medici in regime privato negli ospedali, considerata tra i possibili fattori di appesantimento delle lunghe liste d’attesa. Sono stati indicati criteri più oggettivi per definire le priorità – quanto a tempi di attesa - di visite, interventi e ricoveri. E si è specificato il ruolo fondamentale che dovranno avere i medici nell’informare e far comprendere queste priorità ai propri pazienti nel momento della prescrizione.

Tra le altre misure, il cittadino al momento dell’inserimento in lista, dovrà essere informato sui tempi massimi di attesa e, se non si presenta all’appuntamento senza disdire, dovrà comunque pagare il ticket (come già succede in diverse Regioni). Il nuovo piano ha il merito di affrontare il tema delle liste d’attesa a 360°, ma restano alcuni nodi critici. Ad esempio, non è indicato cosa si debba fare in caso di sforamento dei tempi di attesa: è infatti diritto dei pazienti, in queste situazioni, avere una visita in intramoenia pagando solo il ticket, ma non è chiaro se spetta al cittadino farne richiesta o se è una valutazione che viene presa dal Cup. Per ridurre le liste d’attesa sarebbe stato utile anche estendere gli orari per le prestazioni a sera e weekend e supportare l’assunzione di nuovo personale: e, invece - se da un lato sono stati stanziati in manovra 350 milioni di euro per migliorare le procedure – dall’altro, nessuna risorsa è stata prevista per aumentare medici e infermieri, in continua carenza.

Abbiamo chiesto al ministero della Salute di essere parte dell’Osservatorio previsto dal Piano e ancora da definire, in modo da poter vigilare e proporre soluzioni in difesa del diritto alla salute.