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Test sierologici: no al fai da te

I test che rivelano la presenza degli anticorpi anti-Sars-Cov2 sono visti da molti come uno strumento essenziale per far ripartire le attività. Mentre diverse Regioni si preparano a utilizzarli, gli esperti frenano: questi strumenti diagnostici non sono ancora affidabili e non devono essere utilizzati per dare una “patente di immunità” alle singole persone. No anche al fai da te.

  • di
  • Simona Ovadia
16 aprile 2020
  • di
  • Simona Ovadia
test sierologici

Alcune Regioni sono già partite, altre si stanno attrezzando. Le aziende li useranno per far rientrare gradualmente i lavoratori. I test sierologici sono al centro dell'attenzione soprattutto per quanto riguarada costi e disponibilità, tra sanità pubblica e privata: in ogni caso, l’idea diffusa è che queste analisi possano essere utilizzate dai singoli cittadini per capire se sono entrati in contatto con il nuovo coronavirus e garantire loro una specie di “patente di immunità” che permetta di far riprendere le attività con un maggiore grado di tranquillità. Una richiesta comprensibile, ma purtroppo ancora decisamente precoce. Questi test non sono ancora abbastanza affidabili per essere utilizzati a questo scopo: il rischio, come spiegano diversi esperti, è che il loro attuale margine di errore sebbene ristretto (per alcuni l’affidabilità è del 90-95%) sui grandi numeri possa innescare nuovi focolai, in particolare nei casi in cui il test certifichi una falsa immunizzazione. Vediamo cosa sono, come funzionano e perché è ancora presto per dire che sono la soluzione che ci porterà fuori dall’isolamento collettivo.

Cosa sono

Mentre il tampone ci dice chi ha la malattia in questo momento, i test anticorpali o sierologici ci dicono chi l'ha già avuta. Come accade nelle altre infezioni, anche contro Sars-Cov2 l’organismo sviluppa una complessa risposta immunitaria che determina, tra l’altro, la produzione di anticorpi. Attraverso poche gocce di sangue, questi test permettono di  individuare appunto la presenza degli anticorpi.

I test sierologici cercano le IgM (immunoglobuline di tipo M, che compaiono in genere pochi giorni dopo che si è venuti in contatto con il virus per poi scomparire), responsabili della prima risposta anticorpale dell’organismo e indicatori di un’infezione recente e le IgG (immunoglobuline di tipo G, che compaiono in seguito), indicative di una passata infezione, che si stima rimangano presenti nell’organismo a lungo.

Il problema dell'affidabilità dei test

Il primo limite che non candida attualmente questi test a validi strumenti per dare ai singoli una patente di immunità è quello dell’affidabilità. In circolazione ci sono tantissimi test antircopali, ma nessuno è stato validato dalle autorità pubbliche, soprattutto tra quelli rapidi. Non sono stati ancora trovati test che siano in grado di garantire in maniera sufficientemente precisa sensibilità, cioè la capacità di identificare in maniera corretta chi è stato contagiato, e specificità, cioè avere al contrario la capacità di indicare correttamente anche chi non è entrato in contatto con il virus. Sono al vaglio dell’Istituto superiore di sanità quattro test, ma per ora nessuno è stato certificato.

La durata dell'immunità 

L’altro problema è quello che riguarda la durata dell’immunità. Ancora non si sa se gli anticorpi prodotti per contrastare Covid 19 diano una protezione duratura. Si sta ancora cercando di comprendere l’immunità al nuovo coronavirus e non è chiaro quanto duri nel tempo e quanto potrebbe proteggere contro un secondo contagio. La maggior parte dei virologi è propensa a credere che questa immunità abbia una durata di uno o due anni (come quella data dalla Sars), cosa ci darebbe il tempo sufficiente alla preparazione del vaccino, ma servono ancora conferme in questo senso. Come ha dichiarato anche la Società italiana di epidemiologia “Non esiste al momento alcuna certezza nell’usare i test sierologici (tantomeno quelli commerciali già esistenti) a fini diagnostici individuali o per certificati di immunità, dato che non c’è consenso circa il tipo di anticorpi che vengono identificati dai diversi test, né sulla loro capacità di svolgere un ruolo protettivo dall’infezione virale. La risposta immunitaria, che pure si osserva dopo una settimana, non sempre è in grado di bloccare l’infezione in un tempo chiaramente definito”.

Uno strumento di ricerca

Tutti ciò non significa che questi strumenti non debbano essere utilizzati per fare alcune ipotesi sulla ripartenza. I test sierologici sono attualmente uno strumento utile per la ricerca, per valutare la diffusione del virus in campioni di popolazione e per fare stime generali, e dovrebbero essere utilizzati a questo scopo, non per dare risposte certe di immunità ai singoli. Sul singolo possono, al contrario, essere fuorvianti e rischiosi: un risultato falsamente rassicurante o un’interpretazione dei risultati scorretta potrebbe indurre a  crederci immuni dal pericolo, oppure a torto non infettivi, mettendo a rischio la nostra salute e quella degli altri, innescando un’ulteriore catena di contagi.

In conclusione: no al fai da te 

Come segnala anche una circolare ministeriale del 3 aprile, questi test non sono pronti per essere considerati test di autodiagnosi. “Il risultato qualitativo ottenuto su un singolo campione di siero - si legge nella circolare - non è sufficientemente attendibile per una valutazione diagnostica. Per ragioni di possibile reattività crociata con altri virus affini come altri coronavirus umani, il rilevamento degli anticorpi potrebbe non essere specifico della infezione da SARS-CoV2. Infine, l’assenza di rilevamento di anticorpi non esclude la possibilità di un’infezione in atto in fase precoce o asintomatica e relativo rischio di contagiosità dell’individuo”.  Meglio quindi non affidarsi a questi test, cercando magari di acquistarli online, per avere un responso sulle proprie condizioni di salute.

 

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