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Sharing economy: niente tasse il primo anno. Ecco la ricetta di Altroconsumo

21 novembre 2016
sharing economy tasse

21 novembre 2016

La proposta di far pagare le tasse a chi si affida ad Airbnb tramite una cedolare secca ha riacceso il dibattito sulla fiscalità della sharing economy. Per permettere a questa nuova economia di crescere ma anche di far emergere le attività sommerse, la ricetta è una sola: ai privati niente tasse il primo anno. Ecco nel dettaglio la nostra proposta.

Una cedolare secca del 21% al posto della normale tassazione Irpef per chi fa affitti brevi con Airbnb. E' questa la recente proposta che ha riacceso il dibattito della regolamentazione fiscale di una delle più fortunate piattaforme della sharing economy. Senza entrare nella bontà della proposta, l’iniziativa è la benvenuta, perché comunque rappresenta il primo intervento ufficiale per regolamentare il fenomeno dell’economia condivisa. L'obiettivo dovrebbe essere garantire le adeguate tutele a chi utilizza i beni e i servizi della sharing, contribuendo a far entrare nelle casse del fisco le imposte attualmente evase perché conseguenti ai guadagni “in nero” delle attività oggi non tracciate.

Proprio la sharing economy è stata il filo conduttore del Festival #IoCondivido, durante il quale abbiamo sviscerato aspetti, evidenziato punti critici e formulato proposte per permettere a questa nuova economia di crescere e svilupparsi in un Paese, come il nostro, in cui le regole attuali sono scarse o nulle. E uno dei punti più critici è proprio quello della fiscalità da applicare alle piattaforme dell'economia condivisa. 

La nostra proposta: esenzione per i primi anni

Secondo noi, le nuove regole fiscali devono incentivare l’uso delle piattaforme, in modo tale da far emergere e quindi tassare le attività rimaste in gran parte finora sommerse. In questo senso, è fondamentale che ciascuna piattaforma online comunichi al fisco italiano le attività svolte da ogni singolo partecipante. Altrettanto basilare ai fini della tracciabilità fiscale è che venga vietato il pagamento in contanti del servizio. In breve:

  • per il primo anno di attività, l’esenzione totale dalla tassazione dei redditi legati all’iscrizione a una o più piattaforme, entro un limite massimo di 100 mila euro lordi annui, superati i quali il reddito viene invece interamente tassato;
  • per il secondo anno, l’esenzione del 50% dei redditi “da piattaforme”, entro un limite massimo di 50 mila euro lordi annui, superati i quali il reddito viene interamente tassato;
  • per le sole prestazioni di lavoro occasionale nessun obbligo di iscrizione alla gestione separata dell’Inps, anche al superamento della soglia di reddito lordo annuo di 5 mila euro complessivi;
  • si applichi esclusivamente il regime della cedolare secca ordinaria, senza alcuna riduzione, per la tassazione dei redditi “da piattaforme” di condivisione di beni immobili registrati (case, appartamenti...), anche di quelli non destinati a uso abitativo (box, posti auto…).

Pochi sanno come funziona oggi 

Nella maggior parte dei casi, chi oggi si iscrive a una piattaforma di condivisione online non sa che i conseguenti guadagni devono essere dichiarati al fisco. Solo alcune piattaforme forniscono ai propri iscritti il rendiconto annuale personale di quanto incassato, ma non è affatto detto che poi questi soldi vengano riportati nel modello 730. Dato che attualmente il fisco non fa distinzione tra redditi “da piattaforme” e redditi tradizionali, i ricavi dichiarati da sharing sono tassati in base alla tipologia di reddito.

  • A chi, per esempio, mette a disposizione un appartamento tramite una piattaforma online dedicata, si applicano le aliquote Irpef sul 95% del canone dichiarato, oltre alle addizionali comunale e regionale, l’imposta di registro e quella di bollo sulla registrazione del contratto di affitto. In alternativa, solo per gli immobili con destinazione abitativa, si può applicare il regime della cedolare secca, che prevede un’aliquota forfettaria del 21% sull’intero canone al posto di tutte le imposte appena elencate. Questo tipo di tassazione, come quella ordinaria, può essere scelta anche per locazioni inferiori ai 30 giorni, che non hanno obbligo di registrazione.
  • Una sera al mese ti piace mettere la tua cucina al servizio di sconosciuti? Si tratta di lavoro autonomo occasionale. Attenzione: se durante l’anno guadagni più di 5.000 euro per redditi di questa natura, devi iscriverti alla gestione previdenziale separata dell’Inps, che comporta il pagamento dei relativi contributi.
  • Ogni tanto approfitti di qualche viaggio con la tua auto per dare passaggi, intercettando i passeggeri tramite una piattaforma online? In questo caso se il denaro che ti viene dato dagli altri viaggiatori viene considerato come rimborso spese per il servizio reso (in pratica, è come se si dividesse la spesa per la benzina, oltre a considerare una minima parte per l’usura della vettura) non deve essere dichiarato. Viceversa, se c’è un guadagno effettivo, scattano le imposte.

Chi offre di più?

Nel caso di vendita occasionale di beni tramite piattaforma online, la faccenda si fa un po’ più complessa: il fisco distingue infatti la vendita di beni acquistati per uso personale e successivamente messi in vendita (per esempio, abiti usati, libri, giocattoli, strumenti musicali...) dai quelli comprati e subito rivenduti a scopo di lucro. I guadagni che derivano da un’attività commerciale non svolta abitualmente sono considerati come “redditi diversi” e tassati con aliquota ordinaria. Il reddito nasce dalla differenza tra quanto incassato durante l’anno per la vendita del bene e quanto speso per la sua realizzazione anche in anni precedenti (se compro perline per fare collane che rivendo, devo sottrarre il costo delle stesse dal guadagno che ne ottengo con la vendita). Dato che nella maggior parte dei casi questa differenza è negativa, la vendita di beni usati quasi sempre non viene tassata. In caso di guadagno, invece, quest’ultimo deve essere inserito nella dichiarazione dei redditi.


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