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Consumatori liberi di scegliere

01 luglio 2009

01 luglio 2009

Marco Faillo - Università degli Studi di Trento
Francesco Silva - Università degli Studi di Milano - Bicocca

Fino a che punto le nostre scelte sono libere? E fino a che punto è giusto limitare le scelte dei cittadini e dei consumatori? Rispondere a questo genere di domande non è un compito semplice. In questo articolo mostriamo come la riflessione su questi temi non possa prescindere da una serie di considerazioni sulla natura del processo decisionale e sulle conseguenze, in termini di costi, che le nostre scelte possono avere sul benessere nostro e degli altri.

La società in cui viviamo attribuisce grandissimo valore alla libertà individuale, di cui quella di scelta nel consumo è un'espressione importante. Questa stessa libertà però è sottoposta a dei limiti, talvolta intrinseci al processo di scelta, altre volte invece fissati da regole pubbliche, più o meno opportune.La capacità del consumatore di raccogliere ed elaborare le informazioni necessarie per una decisione motivata, o di scegliere in condizioni di incertezza o anche di pesare attentamente i propri interessi immediati rispetto a quelli prospettici ha dei limiti, a cui è possibile e forse opportuno porre dei rimedi, per quanto possibile. Sono auspicabili interventi pubblici che portino il consumatore nella condizione di poter scegliere consapevolmente: pensiamo alla disponibilità di informazioni complete e chiare, o a soggetti che diano suggerimenti nell'interesse del consumatore stesso, o anche a interventi blandi che li aiutino a superare condizionamenti esterni ( il così detto paternalismo liberale ).

Non pensiamo a condizionamenti, ovvii, derivanti dal reddito e dal tempo disponibile, ma alle suggestioni imitative esercitate dalle scelte di consumo delle persone che ci circondano, agli effetti di appartenenza di ceto sociale, alle mode, ma soprattutto ai segnali trasmessi dai media. Il problema del condizionamento è critico quando coinvolge soggetti "deboli", ossia incapaci di selezionare questi messaggi, e che quindi sono indotti a consumare beni che una consapevole valutazione indicherebbe come dannosi. È ad esempio il caso della pubblicità mirata ai bambini di prodotti alimentari i cui effetti - obesità - essi non riescono a valutare. In questi casi, stante la debole protezione offerta dalle famiglie che non sono più quelle dei nostri nonni, sembrano più che giustificabili regole miranti a proteggere i consumatori "deboli".

Infine vi sono le diseconomie esterne. Nella società in cui viviamo, in cui l'economia e quindi i costi contano assai e in cui le scelte individuali sono spesso scelte di massa, le scelte che causano costi alla collettività diventano oggetto di attenzione pubblica e, sempre più, di restrizione. È perfettamente giustificabile che ciò avvenga, ma è anche il caso di guardare con molto equilibrio a questo problema, per evitare campagne faziose e disattente alle ragioni profonde che determinano certe scelte private e per ridurre al minimo anche i costi delle proibizioni e dei controlli.


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