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Donne sullorlo della crisi economica

08 aprile 2010

08 aprile 2010

Monica D'Ascenzo - Il sole 24 Ore

Questa nuova rubrica è destinata a ospitare spunti di riflessione anche provocatori. In questo numero si parla di "Donne sull'orlo della crisi economica".

Trecento miliardi di dollari: a tanto ammonta la somma che le donne italiane gestiscono nelle spese ogni anno. Eppure il loro peso nel mondo del lavoro resta ancora fra i più bassi a livello europeo, con un'occupazione femminile ferma al 47,2 per cento. E se scoprissimo che è proprio questa la carta che il Paese può giocare per uscire dalla crisi? L'ipotesi di lavoro è quella del volume "Donne sull'orlo della crisi economica", scritto da Monica D'Ascenzo e Giada Vercelli ed edito da Rizzoli. Non c'è donna senza crisi. Perché la crisi economica ha travolto e stravolto donne e uomini a tutte le latitudini. Non è vero, però, il contrario, ovvero che non c'è crisi senza donna. Perché a crollare è stato un castello di carte costruito principalmente, ma non solo, da uomini. Al punto che in America hanno coniato il termine ad hoc "He-cession". Un gioco di parole che fonde il pronome personale maschile "lui" con la parola "recessione". Il vero fenomeno di questa lenta uscita dalla recessione sembra, invece, tutto targato "donna". Tanto che The Economist ha deciso di dedicare la prima copertina del 2010 all'argomento "We did it! What happens when women are over half the workforce". Negli Stati Uniti per la prima volta nella storia le donne rappresentano la metà della forza lavoro dopo gli oltre 4,2 milioni di posti di lavoro persi nel corso del 2009. In Italia, invece, sono state proprio le donne, oltre ai giovani, a fare le spese dei tagli occupazionali, perché a loro nome sono oltre il 56% dei contratti precari. I primi a saltare in tempo di crisi. Allo stesso tempo, però, le donne manager e imprenditrici sono riuscite ad affrontare con più successo la congiuntura economica degli ultimi anni. Le società con una significativa presenza femminile ai vertici hanno ottenuto risultati di bilancio migliori rispetto alle aziende tutte al maschile. Mentre le imprese al femminile nel corso del 2009 sono aumentate del 2% circa a fronte di un calo di quelle maschili.

Donne, la carta vincente

Economisti internazionali, commentatori illustri, studi di rinomate università e gli stessi manager delle aziende concordano: le donne sono la carta vincente che i Paesi si possono giocare per uscire dalla recessione. Una voce su tutte: la Banca d'Italia stima che a un incremento dell'occupazione femminile dell'1% corrisponderebbe un aumento del Prodotto interno lordo italiano (Pil) dello 0,5 per cento.

Se tutti concordano sul fatto che il contributo femminile alla ricchezza del Paese potrebbe fare la differenza, perché resta così difficile cambiare il passo e le percentuali di occupazione rosa? In Italia, secondo il rapporto Istat pubblicato nel 2009, il 70,3% degli uomini tra i 15 e i 64 anni ha un impiego, mentre per le donne la percentuale è del 47,2 per cento. Il dato "femminile" è ben lontano dalla media dei Paesi Ocse (57,4%) e ancora di più da quella dell'Unione europea (59,1%). Secondo le stime di Banca d'Italia, poi, se la percentuale di donne occupate fosse equivalente a quella maschile, il Pil crescerebbe del 17 per cento. Gli obiettivi di Lisbona fissati dall'Unione europea indicano per l'occupazione femminile una percentuale del 60% da raggiungere entro il 2010. Sarebbe sufficiente questo per avere un incremento del Prodotto interno lordo del 6-9 per cento. Più donne nel mondo del lavoro, quindi, equivalgono a più ricchezza per il Paese. D'altra parte non è da ieri che il World Economic Forum sottolinea come esista oltretutto una diretta correlazione positiva tra un gap di genere minore e una maggiore crescita economica. In poche parole: più donne lavorano, più un Paese cresce economicamente.

Le ragazze, poi, negli ultimi anni hanno superato i loro coetanei in termini sia di "quantità" sia di "qualità" di studi. Fra gli iscritti all'università nell'anno accademico 2008/2009, la quota rosa era del 55,4% (fonte Miur). Una presenza crescente anche nelle facoltà più tradizionalmente "maschili", come ad esempio al Politecnico di Milano, dove le iscritte sono passate dal 29,9% del 2004/2005 al 34% dell'ultimo anno. Nel corso degli anni di studio, poi, il tasso di abbandono maschile risulta superiore (5,9%) a quello femminile (4,8%), il che porta a una percentuale di laureate oltre la parità (54,4%). I risultati accademici non trovano, però, riscontro nel mondo del lavoro. Eppure l'occupazione femminile non fa bene solo al Paese, ma anche alle singole imprese. Ancora meglio se, poi, le donne fanno carriera. Se fanno carriera, appunto. "Le aziende guidate dalle donne hanno accresciuto più velocemente i ricavi, generato più margini lordi, chiuso più frequentemente l'esercizio in utile e non denotano un livello di rischiosità superiore rispetto a quello delle aziende "maschili". Un'analisi econometrica più approfondita indica anche l'esistenza di un vero e proprio "fattore D": quando le donne sono in maggioranza nel Cda, si riduce il rischio di default", si legge in Le donne al comando delle imprese (Cerved, marzo 2009).

Ma anche di fronte a dimostrazioni empiriche, manca la svolta decisiva in questa direzione.
Il ruolo delle donne nell'economia del Paese resta, comunque, più centrale di quanto non dimostri il loro coinvolgimento nel mondo del lavoro: ogni anno, infatti, gestiscono direttamente circa 300 miliardi di dollari per le spese familiari.

Una cifra da capogiro, corrispondente a circa 23 punti di Pil e al 59% dei consumi complessivi del Paese. Oltre a rappresentare la fetta più rilevante dei consumi italiani, le donne influenzano addirittura per l'80% le scelte dei consumi familiari.

Il resto dei Paesi europei sta già valorizzando il "potenziale femminile" per far crescere le economie nazionali attraverso iniziative a supporto della flessibilità del lavoro e della conciliazione occupazione-famiglia. In Italia, soprattutto al Sud, dove l'occupazione femminile è ferma al 31%, mancano anche le strutture primarie che possano supportare l'occupazione femminile. Nonostante tutto, però, qualcosa si sta muovendo e c'è chi scommette che il 2010 sarà un anno al femminile.


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