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Editoriale

08 luglio 2010

08 luglio 2010

L'uso delle risorse terrestri per produrre i beni che consumiamo può danneggiare le condizioni economiche dei nostri discendenti? In altri termini, stiamo consumando troppo? Le risposte suggerite dall'osservazione del mondo che ci circonda e dalla ricerca economica sono affermative.

Questa conclusione richiede, peraltro, due importanti precisazioni. Sul globo vive oggi chi consuma moltissimo e chi molto poco o quasi nulla.

Pertanto il consumo dei primi appare ancora più eccessivo, così che per questi un forte riequilibrio parrebbe inevitabile. Si aggiunga che nella società contemporanea il consumo, nazionale o globale, è la locomotiva dello sviluppo economico e sociale. Se non si consuma, non si lavora: è il paradosso che ci riconferma la crisi attuale. La riduzione dei consumi non comporterebbe solo un benessere inferiore, ma anche una profonda crisi sociale. Queste riflessioni potrebbero indurre un motivato pessimismo.

Per nostra fortuna il quadro può essere più roseo, a condizione che molto cambi nei nostri comportamenti. È in questa prospettiva più fiduciosa e propositiva che si collocano gli articoli contenuti in questo volume.

Si è soliti pensare all'efficienza come a una logica comportamentale, che riguarda in primis le imprese. In realtà dovrebbe interessare anche le scelte di consumo. Un esempio vistoso di inefficienza ci è offerto dall'alimentazione, di cui tratta l'articolo di M. Ferretto. Si produce per buttare (si pensi alle politiche di sostegno dell'agricoltura comunitaria); nella distribuzione lo spreco continua; e, infine, si divora cibo per poi essere in sovrappeso e sempre più spesso obesi. È una vera orgia dello spreco, la cui riduzione consentirebbe di offrire alimenti a tutti, o comunque di ridurre la distruzione di risorse vitali.

Lo spreco non si annida solo nella catena alimentare. Si comprano e si buttano un po' tutti i beni. A questo ci inducono, accompagnate dalla sirena della pubblicità, le mode, le politiche di obsolescenza programmata delle imprese, le politiche di rottamazione, la tecnologia stessa. Qui, però, non argomentiamo a favore di un mondo più parsimonioso: consumare è "necessario". Riteniamo, invece, che l'attuale modello dei consumi debba cambiare per due motivi. Nei Paesi occidentali, e in Europa in particolare, la domanda è satura e la crisi in atto lo conferma. Il vincolo delle risorse scarse impone nuovi tipi di consumo, che possono indurre un maggiore sviluppo. Il vecchio consumo è obsoleto, rispetto alle nuove esigenze globali.

Ritroviamo queste considerazioni nell'articolo di E. Padoa-Schioppa, che si riferisce al caso specifico dell'agricoltura biologica, ma le sfide della green economy vanno ben oltre. Come osserva l'autore, la crisi è un'occasione per il cambiamento, possibile solo se la creatività e l'imprenditorialità prevalgono sul conformismo e la paura. L'attitudine favorevole al cambiamento, ben più degli incentivi pubblici e del credito facile, è la premessa necessaria per lo sviluppo.

Il tema della sostenibilità può essere inteso anche in una prospettiva sociale. Nel grande processo della produzione su scala nazionale o globale molto spesso i vantaggi dei già ricchi consumatori finali o delle organizzazioni che controllano la produzione e la distribuzione vanno a scapito di chi effettivamente produce.

Anche questo squilibrio non è alla lunga sostenibile, e non solo sul piano etico. Ecco, dunque, l'utilità della diffusione di modelli organizzativi integrati, dalla produzione al consumo, come il commercio equosolidale, i quali incorporano una redistribuzione dei redditi e dello sviluppo che è utile per tutte le parti coinvolte: prezzi più bassi per i consumatori e redditi più alti per i produttori.

L'esempio, contenuto nell'articolo di L. Becchetti, del successo delle banane equosolidali vendute sul mercato inglese è al riguardo molto suggestivo.

Cambiare è più facile a dirsi che a farsi, soprattutto per effetto delle inerzie - e dei vuoti informativi - dei cittadini, oltre che delle rendite che alimentano forti interessi economici e politici. Più volte abbiamo sostenuto in queste pagine che, nel tipo di società consumistica e democratica in cui viviamo, le scelte dei cittadini-consumatori sono una condizione necessaria per promuovere o sostenere il cambiamento. Nulla cambia senza il loro sostegno, che però presuppone una vera e propria trasformazione culturale, ma anche dell'altro. Come osserva M. Grasso, per riqualificare i consumi non basta la "contrattazione" diretta tra domanda (i consumatori appunto) e offerta (le imprese), ossia l'azione del mercato. Le sue grandi imperfezioni e miopie richiedono che intervenga lo Stato, le cui scelte a loro volta sono oggetto di contrattazione tra gli interessi dei cittadini e delle imprese. Talvolta è molto utile il meccanismo regolatorio, come nel caso esaminato da A. Brunori della certificazione forestale dei prodotti del legno. Altre volte questo stesso meccanismo può anche essere pericoloso, quando viene catturato dagli stessi soggetti regolati. Da questo punto di vista, lo strumento della tassazione è preferibile: si pensi alla carbon tax, di cui si discute nell'articolo di M. Ponti. Aggiungiamo che lo stesso intervento pubblico è spesso produttore di grande sprechi: si pensi alla politica agricola europea, o ad alcuni incentivi per l'energia alternativa, come quelli elargiti in eccesso dal governo tedesco al fotovoltaico delle famiglie.

È evidente la complessità dei problemi indicati, che trova alimento nell'incertezza del domani e nelle resistenze al cambiamento. Riusciremo a trovare un percorso di uscita accettabile? Dipende da noi, sia il progettarlo sia il concretizzarlo.


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