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I costi del non federalismo

22 marzo 2011

22 marzo 2011

Gian Angelo Bellati - Unioncamere e Eurosportello del Veneto

L'approvazione della legge sul federalismo fiscale (n. 42/2009) rappresenta il più importante intervento normativo dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Molti studi evidenziano che più l'entrata fiscale è vincolata e vicina al momento della spesa, quindi più federalismo fiscale c'è, tanto più aumenta il livello di efficienza della spesa pubblica. Inoltre, il federalismo fiscale valorizza fortemente il ruolo delle regioni e delle autonomie e stimola lo sviluppo economico e sociale a livello locale. Risulta quindi urgente procedere speditamente verso la sua piena attuazione.

Un sistema economico competitivo permette ai consumatori di godere di grandi benefici: prodotti a prezzi concorrenziali, maggiore qualità, minore dipendenza da prodotti di Paesi esteri e, soprattutto, non europei, prodotti più sicuri per la sicurezza e la salute, maggiore responsabilità sociale delle imprese, retribuzioni del lavoro più alte….in poche parole consumi maggiori e di migliore qualità.
La competitività non dipende però solo dalle imprese; tenuto conto che più del 50% del PIL italiano serve per far funzionare la Pubblica Amministrazione, il sistema può essere competitivo solo se anche il sistema pubblico lo è. Alla luce del processo di decentramento in atto oggi in Italia, vogliamo capire se esso possa portare una migliore gestione della Cosa pubblica, una finanza pubblica più controllata, efficiente ed efficace, una riduzione degli sprechi che, secondo i nostri dati, ma anche quelli delle Autorità preposte, ha raggiunto livelli inimmaginabili. Uno dei tasselli fondamentali di questo processo di decentramento è il c.d. federalismo fiscale.
L’approvazione della legge 42/2009 sul federalismo fiscale rappresenta oggi la base di partenza per introdurre rilevanti cambiamenti nella vita istituzionale ed economica dell’Italia e delle singole Regioni. L’attuazione della legge porterà al coordinamento dei centri di spesa con i centri di prelievo (con maggiore responsabilità da parte degli enti nel gestire le risorse), nonché alla sostituzione del criterio della spesa storica, basata sulla continuità dei livelli di spesa raggiunti l’anno precedente, con quello del costo standard (che finanzia il servizio ma non l’inefficienza). In sostanza, la maggiore responsabilizzazione dei governi locali dovuta ad un più stretto legame tra “cosa tassata e cosa amministrata” favorisce una migliore allocazione delle risorse pubbliche, con effetti benefici di contenimento della spesa complessiva. Gli Stati federali hanno infatti costi di funzionamento minori di quelli registrati dai Paesi unitari.
Il Centro Studi di Unioncamere del Veneto da anni sta lavorando sul tema del federalismo e delle sue possibili implicazioni a livello economico. Dalle analisi svolte emerge come l’Italia sia il Paese nel quale la pubblica amministrazione esercita la maggiore redistribuzione interna delle risorse per realizzare la coesione nazionale. Il totale delle risorse che ogni anno in Italia vengono trasferite dalle regioni più ricche a quelle più povere (residuo fiscale) ammonta a circa 80 miliardi di euro; a questi si aggiungono i circa 10 miliardi di euro dell’UE (coesione comunitaria). Nonostante ciò le aree più deboli non hanno conseguito quella crescita economica che si è invece realizzata in altre aree economicamente più arretrate nell’UE. Infatti, quanto più il residuo fiscale aumenta, tanto più cresce la povertà nelle regioni meridionali del Paese e tanto maggiore è il pericolo per le regioni settentrionali di non poter competere con le regioni europee economicamente più avanzate.
Il fattore umano rimane il principale strumento attraverso il quale la Pubblica amministrazione persegue le proprie finalità istituzionali. Nel 2008 vi erano 60,6 dipendenti pubblici ogni mille abitanti in Italia, 57 in Spagna e appena 54,8 in Germania. Mentre in Germania tra il 2000 e il 2008 si è assistito ad un costante calo del rapporto tra personale pubblico e abitanti, in Italia tale indicatore è aumentato fino al biennio 2002-2003 (raggiungendo quota 63,1) per poi flettere costantemente negli anni successivi. Nei Paesi analizzati si è registrata una riduzione dell’incidenza del personale pubblico sulla popolazione: tuttavia, tale miglioramento è stato meno sensibile in Italia (da 61,9 nel 2000 a 60,6 nel 2008) che in Spagna (da 58,8 a 57,0) e soprattutto in Germania (da 59,7 a 54,8). La situazione italiana, rispetto ai modelli federali di Spagna e Germania, conferma la sua particolarità, che sfocia talvolta nel paradosso: nonostante la riforma del Titolo V della Costituzione il numero del personale pubblico centrale tra il 2000 e il 2008 è aumentato del 2,6%, mentre i dipendenti delle amministrazioni regionali, provinciali e comunali fanno registrare una flessione del 6,8%.
Stante le prevedibili difficoltà di definire e quantificare i costi (fabbisogni di spesa) standard, che potrebbero ritardare l’emanazione dei decreti attuativi, abbiamo tentato di determinare un “livello ottimale di spesa”, tralasciando quindi la definizione dei costi delle singole prestazioni/servizi. I risultati raggiunti sono davvero rilevanti: alcune regioni italiane presentano situazioni in cui la spesa pubblica è gestita in modo particolarmente efficiente, anche nel confronto con Amministrazioni pubbliche di altri Paesi europei, mentre altre evidenziano parametri di spesa due o tre volte superiori alla media nazionale. Se queste ultime adottassero gli stessi parametri della regione più virtuosa in base al “livello ottimale di spesa”, potremmo ottenere da un lato risparmi di spesa pubblica fino a 28 miliardi di euro l’anno e dall’altro un elevato aumento della spesa per investimenti e dei servizi per le famiglie e le imprese.
Nel quadro delle riforme necessarie al nostro Paese e in aggiunta a quella del federalismo fiscale, quella del cosiddetto federalismo “differenziato” (o “asimmetrico”) rappresenta una grande opportunità e un’innovazione estremamente importante per le Regioni, che potrebbe aprire interessanti prospettive sul piano istituzionale e finanziario. Si tratta di un percorso in grado di ridurre la distanza esistente tra l’attuale ventaglio di poteri delle Regioni ordinarie e l’assetto istituzionale proprio delle Regioni a statuto autonomo. Il “federalismo differenziato” consentirebbe infatti alle Regioni che lo vogliano di gestire ulteriori competenze, senza intaccare la solidarietà verso le altre Regioni che naturalmente continueranno a garantire le prestazioni “tradizionali”.

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