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La rappresentanza degli interessi verso una lobby 20

01 novembre 2010

01 novembre 2010

Toni Muzi Falconi e Fabio Ventoruzzo -
Ferpi Federazione Relazioni Pubbliche Italiana


La parola "lobby", da sempre, suscita grande "imbarazzo". È invece un'attività che garantisce l'effettiva rappresentanza di interessi di organizzazioni pubbliche, private e sociali nei confronti del processo decisionale pubblico. Una relazione che - per quanto spesso opaca e clientelare - vede oggi nei media digitali un nuovo spazio dove orientare/influenzare le opinioni dei decisori.

La rappresentanza degli interessi di un'organizzazione presso il potere decisionale pubblico (la lobby, appunto) è sempre più funzione organizzativa che, se trasparente e responsabile, rende più agibile la democraticità di accesso alle istituzioni, intesa come meccanismo costituzionalmente garantito teso ad equilibrare la competizione tra interessi particolari.

La qualità delle relazioni attivate con gli attori del processo decisionale pubblico, oltre a quelle con tutti gli altri segmenti di stakeholder rilevanti rappresenta sempre più una delle principali voci del patrimonio intangibile delle organizzazioni, non solo private ma anche pubbliche e sociali. La loro sostenibilità nel tempo dipende, infatti, quasi interamente dalle cornici normative, definite da scelte e politiche pubbliche entro cui operano e che diventano così variabile irrinunciabile.

L'attività di lobby sta subendo oggi una profonda evoluzione rispetto ai tradizionali approcci e strumenti che l'hanno contraddistinta durante la Prima Repubblica. E, soprattutto, sta mettendo sempre più in luce un ruolo che occupa in Italia qualche migliaio di professionisti (tra 5 e 10 mila) chiamati ad assistere clienti e/o datori di lavoro nel governo consapevole, continuo e programmato delle loro relazioni con i decisori pubblici.

Una professione pervasivamente offuscata da opacità nei comportamenti e percezioni negative e degenerative: in tutto il mondo, la parola rimanda da più di un secolo a inciuci e complotti di corridoio (lobby, in inglese) per far prevalere un interesse piuttosto che un altro, oppure al favoritismo nella distribuzione di risorse pubbliche, oneri, onori ed incarichi.

Un numero crescente di analisti della società, dell'economia, delle organizzazioni e del sistema dei media argomenta che l'Italia è un Paese le cui dinamiche si focalizzano sulle relazioni che si sviluppano e si consolidano tra le élites economiche, politiche e dell'informazione e che primariamente ambiscono all'auto-conservazione. È quello che alcuni chiamano cronysmo, termine inglesizzato che descrive (oggi più che mai … e soprattutto in Italia) uno scenario dove il successo dipende da anomali, intensi e stretti intrecci fra operatori economici, istituzioni pubbliche e media a scapito del merito, della mobilità sociale e dell'equilibrio degli interessi reali.

Oggi il processo decisionale pubblico, infatti, appare più che mai come un grande "spazio" in cui l'influenzamento delle opinioni dei decisori è decisamente opaco, e incerto. Il fatto che ogni soggetto sociale (grazie anche alle potenzialità dei media digitali) possa diventare un medium, il fatto che non sia per nulla scontata una opinione precisa e che a queste opinioni non corrispondano automaticamente comportamenti agiti coerenti … porta l'analisi dei processi decisionali più vicina alla teoria del caos e delle probabilità che non alla scienza politica.

Un po' come la roulette (o il gioco del lotto): può andare come può non andare, indipendentemente dal contesto e dal soggetto che esercita il proprio diritto a orientare il processo decisionale pubblico. E come in ogni situazione di caos, quelli che vincono con maggiore frequenza sono i più forti, a prescindere dalle loro ragioni. Ma, in ogni caso, attirando critiche e dubbi sulla liceità del loro agire.

L'impossibilità (o, comunque, le notevoli difficoltà) di un'analisi razionale delle dinamiche oggettive del processo decisionale pubblico odierno - sia nella fase di formazione delle opinioni dei decisori che delle opinioni dei "pubblici" o degli "interessi" rappresentati - lascia, perciò, larghi spazi all'iniziativa individuale, all'ambiguità di comportamento e all'opacità di interpretazione/percezione della lobby.

Con questo testo ci proponiamo di stimolare attenzione e consapevolezza, invece, su un'attività professionale che assume sempre più rilevanza nell'agenda istituzionale, politica e comunicativa del nostro Paese e che contribuisce ad alimentare la discussione crescente sullo stato di salute della nostra democrazia rappresentativa … con tutte le conseguenze sul disorientamento dei cittadini rispetto alle pressioni esercitate da organizzazioni di ogni tipo sul processo decisionale pubblico


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