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La terra trema la mente trema Analisi psicosociale del terremoto dellAquila

24 giugno 2010

24 giugno 2010

Marco Longo - Psicoanalista SPI

L'autore espone in prima persona quanto vissuto all'Aquila nei mesi successivi al sisma come volontario fra i sopravvissuti affetti da seri problemi da sindrome post traumatica da stress. Le ripercussioni della catastrofe sull'equilibrio psichico dei sopravvissuti sono aggravate dalla circostanza che l'evento era atteso: ciò comporta un senso di impotenza per la sottovalutazione dei segnali preliminari da parte delle istituzioni.

Il terremoto dell'Aquila ha presentato caratteristiche molto particolari, da un punto di vista sia sismologico sia psicosociologico. Il terremoto non è avvenuto "a freddo": in Abruzzo la terra tremava sensibilmente fin dal novembre 2008. Inoltre il momento della giornata in cui è avvenuto il terremoto ha certamente influito sulle conseguenze che questo ha avuto. Se il sisma fosse avvenuto a metà mattina di un qualunque giorno infrasettimanale le conseguenze sarebbero state ben diverse anche dal punto di vista psicologico.

Come hanno agito psichiatri e psicologi accorsi sul luogo del sisma?

Hanno cominciato a visitare a rotazione tutti i campi dei vari paesini riunendo prima gruppi assembleari poi gruppi più ridotti, ma anche organizzando colloqui familiari o individuali, fornendo il primo sostegno e le prime informazioni di aiuto mentale.

Nei grandi campi aquilani si è lavorato soprattutto per la riorganizzazione delle comunità, conducendo riunioni assembleari per facilitare la coesione e la collaborazione all'interno dei campi.

Si è iniziato con un rilevamento dei dati operando a livello di gruppi e psicosociale, prendendo contatto con tutte le persone che sono state esposte all'evento e alle sue conseguenze. Ciò per arrivare ad un censimento iniziale della popolazione condotto, in genere, in modo colloquiale visitando tutte le persone.

Ovviamente durante tutti questi brevi colloqui esplorativi, ripetuti poi nel tempo, si osserva attentamente una persona in modo da poter cogliere subito eventuali situazioni psicopatologiche. Gli psicologi continuano a essere presenti e visibili quotidianamente nei campi, soprattutto in mensa e negli altri momenti sociali o anche con passeggiate fra le tende, facendo in modo che la popolazione conosca bene gli operatori e percepisca la loro continua presenza e disponibilità.

Nel frattempo si attivano anche altre modalità di intervento specifico, per lo più di gruppo o collettivo, in modo da facilitare l'esternazione e la fluidificazione delle emozioni e aumentando la coesione.

Analoghi interventi di gruppo si attivano anche per i soccorritori allo scopo di mantenere alto il livello di efficienza del loro operato e facilitare l'emergere delle caratteristiche più collaborative di ciascuno.

Vengono quindi attivati gruppi di ascolto, di discussione libera o a tema, gruppi operativi e/o di autoaiuto per tutta la popolazione colpita, e analoghi gruppi per i soccorritori, cercando in entrambi i casi di mitigare gli aspetti di sovraccarico emozionale.

Passato il primo mese dal terremoto, la situazione psicologica generale nei campi si è gradualmente modificata e pian piano si è assistito al passaggio da una "fase acuta di primo impatto psicologico", caratterizzato dalle relative forme di immediata reazione emotiva alla situazione catastrofale a "una seconda fase di sempre maggiore e più amara consapevolezza", caratterizzata prevalentemente da un progressivo orientamento verso una dimesione depressiva.

Nelle prime settimane, alle emozioni luttuose si sono aggiunti anche forti e spontanei sentimenti di nuova fratellanza e di ritrovata solidarietà sociale, dovuti alla sensazione di "accomunamento".

Se dunque, le principali emozioni, come sempre in questi casi, sono state di paura, angoscia, dolore, le prime reazioni sono state molto spesso anche di iperattività, di forte slancio solidale, di ritrovato dialogo, mutuo sostegno.

Con il passare del tempo, però, a queste prime emozioni e reazioni psicologiche e comportamentali è subentrata una sempre più stabile, piatta e univoca dimensione psicologica di tipo depressivo, accompagnata da una progressiva, crescente e ineluttabile consapevolezza della situazione e di tutti i problemi a essa inerenti.

Lo si percepiva dalla sempre maggior reattività e animosità della gente, con improvvisi litigi anche per futuli motivi. Lo si capiva dalla trasformazione dei discorsi: prima incentrati sul lutto e sul terrore, che purtroppo si rinnovava ad ogni scossa di assestamento, ma anche sul che fare e/o sulla necessità di darsi da fare subito.

Tutto questo in una situazione di sempre più opprimente ammassamento e crescente sconforto, con pericolose sbandate nella disperazione, causate dal sempre più cosciente senso di perdita e anche dalle ripetute e tristissime visite alle case distrutte.

Con il passare del tempo si è cercato, faticosamente, una strada personale per sottrarsi, per quanto possibile, a una situazione di forzato accomunamento sociale, fisico ed emotivo per tentare di ritrovare al più presto i propri stili di vita, le individualità e le differenze.

Una prima vera svolta si è avuta intorno a ottobre/novembre 2009 con la consegna delle prime case di legno, anche se più della metà della popolazione ha trascorso l'inverno negli alberghi o in case in affitto.

La costruzione e la consegna delle case continua tutt'ora, ma non basta questo per dire che l'emergenza sia finita: quella sismica forse, ma l'emergenza psicologica non finisce con il rientro delle persone nelle case di legno.

Se non ci sarà una ricostruzione, almeno parziale, dei centri storici e se non si eviterà una stabilizzazione della dispersione degli abitanti nei nuovi insediamenti, non ci sarà di fatto una vera ricostruzione dell'identità culturale e sociale.


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