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La trasfigurazione delle grandi citta

04 luglio 2011

04 luglio 2011

Guido Martinotti - Università degli Studi di Milano Bicocca

La società in cui viviamo e vivremo è - e sarà - urbana, e le città saranno sempre più condivise, caratterizzate dalla loro grandezza, densità ed eterogeneità. Oggi la popolazione si concentra in sistemi urbani complessi e cooperanti. Nascono le meta-città, conglomerati di insediamenti che raggruppano decine di milioni di abitanti, al cui interno coesistono, separati, gli spazi programmati dagli archistar e gli slums.

Poco più di mezzo secolo fa il maggiore editore multinazionale di scienze sociali dichiarava morta la pubblicistica sui temi urbani, ma non sbagliava da solo perché a sua volta la pubblicistica, anche scientifica, dichiarava morte le città, basandosi su frettolose analisi degli effetti combinati della de-industrializzazione e dello sviluppo della comunicazione a distanza. Inutile dire che proprio in quegli anni stava prendendo corpo un’ondata di urbanizzazione senza precedenti.
Oggi la massa di scritti su questo tema incurva gli scaffali delle librerie mentre le città – come peraltro sapeva fin d’allora chi guardava le stime delle Nazioni Unite invece di leggere Alvin Toffler – hanno già assorbito la maggioranza della popolazione mondiale. E crescono ancora incessantemente. Di vero c’è che le tecnologie dell’informazione e della conoscenza (tecnicamente ICTs Information and Communication Technologies) sono al centro di questa trasformazione e hanno liberato, in parte, gli insediamenti umani dalla “tirannia dello spazio”. Non hanno però affatto eliminato lo spazio, offrendo piuttosto nuove forme di articolazione degli spazi pubblici e privati la cui configurazione dipenderà dall’uso che si farà di questi strumenti. Il modo in cui la muffa umana si insinuerà creativamente negli spazi che si aprono costituisce il più interessante terreno di sfida e di incertezza sulle anticipazioni della morfologia delle città a venire. Guardiamo, per esempio, come hanno imparato a fare i giovani per le loro raves, usando i luoghi vuoti della transizione urbana chiamandovisi l’un l’altro a raccolta con gli SMS. Oppure i grandi sommovimenti popolari che si avvalgono di un sistema di comunicazioni davvero alla portata di tutti o quasi, anche nei Paesi più poveri. 

Con la cautela imposta dalle fallaci profezie del passato, possiamo azzardare qualche ipotesi. La citta’ futura sarà sempre più una città condivisa, una “città per tutti”. Non solo da diversi ceti, ma anche da diverse culture. Le città del passato macinavano contadini per farne operai; oggi i nuovi venuti assorbono la cultura locale, ma si portano dietro la loro. Nelle corsie dei centri commerciali (“moderne cattedrali”, come dice la canzone) di Carugate o Treviso, si muovono i carrelli spinti da signore mediorientali fasciate nelle loro hijab colorate, esattamente come in un suq di Aleppo. Questa diversità tende tuttavia alla polarizzazione. La rete mondiale decentra alcune funzioni produttive, ma accentra nei centri urbani quelle di controllo, la cui economia offre molti lavori appetibili che costituiscono quelle che con una certa approssimazione sono state indicate le classi creative da Richard Florida. I cui membri si sottopongono a ritmi di vita altamente competitivi, sottraendo risorse, alla cura delle persone. Tra il 1996 e il 2003, nella nostra nevrotica città di Milano, i trenta minuti in più passati  giornalmente fuori di casa, sono stati interamente sottratti al sonno, non alle attività domestiche, tra cui  tele-lavoro e televisione (Fonte: Eurisko). A New York, come a Tokyo, Parigi o Singapore, si amplia quindi la richiesta di “badanti”. Ovvero di servizi alle persone che sono svolti sopratutto dai nuovi arrivati, non più dal contado rurale -oggi spopolato- ma dai margini del sistema planetario.
La popolazione urbana sarà grandemente mobile e gli abitanti dovranno sempre più condividere gli spazi urbani con le PNR, Popolazioni Non Residenti, di cui parla Giampaolo Nuvolati,  provocando una continua rimessa in discussione dei segni delle identità tradizionali, indeboliti dal diffondersi dei nuovi spazi, soprattutto suburbani. I luoghi per il nomadismo e il consumo sono disprezzati da quanti, in particolar modo gli intellettuali, si rifugiano nel sogno di una comunità che forse è esistita solo nel ricordo della loro gioventù.
Dobbiamo riappropriarci creativamente di questi nuovi spazi sociali in cui ci muoviamo, consumiamo, ci divertiamo, lavoriamo e comunichiamo, comprendendo una buona volta che non sono alieni “non–luoghi” (non-lieux), ma i “nostri-luoghi” (nos-lieux).


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