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Recensione

04 luglio 2011

A cura di Luisa Crisigiovanni

Recensione di "Regole" di Roger Abravanel e Luca D'Agnese.

La mano invisibile non è assenza di regole, al contrario, è la supremazia della “rule of law”, ricordano gli autori.
Sono le regole che consentono al libero mercato di funzionare, ovvero ai consumatori di scegliere i prodotti in concorrenza tra loro.

Il punto è che abbiamo bisogno delle regole giuste. Esempio emblematico di regole non adeguate è quello di esportare... “l’idraulico polacco”. In altre parole, l’obiettivo del regolatore europeo era la possibilità di creare un mercato europeo dei servizi (Direttiva Bolkestein) mettendoli in concorrenza con quelli di altri Paesi, al fine di combattere le sacche di inefficienza a spese dei consumatori. Ma non tutti i servizi circolano come le merci e se si cerca un idraulico probabilmente ci si limita a consultare le pagine gialle.

Se i servizi sono locali anche le regole devono essere locali. Non tutte le regole sono buone regole, anzi, alcune finiscono per penalizzare coloro che dovrebbero proteggere. Un esempio, in questo caso, è la disciplina normativa degli ordini professionali, che esiste da secoli con l’obiettivo ufficiale di imporre standard di qualità e con quello ufficioso di limitare la concorrenza. Altri esempi appartengono al mondo dell’editoria scolastica e del settore farmaceutico: in entrambi i casi chi decide cosa il consumatore debba acquistare non è colui che paga e, conseguentemente, ci sono pochi incentivi a imporre prezzi più bassi.

Incrociando i dati del Pil pro capite, a parità di potere d’acquisto, il nostro Paese prima, durante e dopo la crisi risulta essere quello che è cresciuto meno. Gli italiani lavorano di più per produrre lo stesso reddito di prima. Un settore per tutti è emblematico: quello del turismo, che rappresenta il 10% del Pil impiegando milioni di lavoratori e che, nonostante un patrimonio culturale straordinario da primo posto nella classifica del world heritage, ci vede precipitare al 28° per quella dei servizi, in particolare di trasporto. Perché?
Servono regole giuste in particolare in cinque settori che saranno determinanti per il futuro dell’umanità: finanza, ambiente, sanità, giustizia e media.
La tutela della salute ha a che fare con la vita delle persone ed è questa la differenza essenziale con il consumo di altri beni e servizi. Quando è in gioco la nostra salute pretendiamo il meglio.

In molti settori, il lusso è una prerogativa di pochi, chi non può permettersi una borsa di Prada ci rinuncia. Ma se un paziente sa di una terapia che può guarirlo da una malattia grave, non vi rinuncerà con la stesa facilità con cui rinuncia alla borsa di Prada. D’altra parte, i costi della sanità continuano a salire sia perché si è ridotta la capacità innovativa delle aziende farmaceutiche di produrre farmaci ad alto valore terapeutico, sia perché si sono alzati i prezzi delle prestazioni sanitarie diagnostiche e ospedaliere.
Se nelle società semplici era sufficiente il controllo del rispetto delle regole affidato alla polizia e alla magistratura, nelle società moderne e nei settori a rischio sistemico, come la finanza, si richiede un livello di specializzazione e di risorse notevole a disposizione del regolatore perché questo possa essere incisivo. D’altro canto, diceva Montesquieu: «Giustizia ritardata è giustizia negata» e i tempi della nostra giustizia sono simili a quelli del Gabon. A differenza di altri servizi che in Italia funzionano male ma almeno funzionano, la giustizia civile ha tempi così lunghi che l’impressione è che non funzioni affatto. I tempi lunghi si sono tradotti in un arretrato di 5 milioni di cause civili pendenti, il dato peggiore del mondo occidentale, visto che la Francia, considerata non troppo efficiente, ha un arretrato di un milione di cause. L’arretrato non è distribuito in modo uniforme e, quindi, il problema è ancor più grave: si è formato nel corso degli anni per l’affastellarsi nelle leggi, nella società e nell’organizzazione della giustizia e ha, quindi, ridotto produttività e risorse dei tribunali civili.

Eppure chi agisce secondo le regole ha un duplice ruolo: da un lato le deve rispettare e dall’altro deve farle rispettare con l’esempio, la pressione sociale, sino ad arrivare alla denuncia di chi le infrange, ma se poi non c’è sanzione...
Il primo elemento per creare cittadini e consumatori vigili è il processo educativo, che dovrebbe avere come obiettivo il trasferire le competenze della vita, ovvero insegnare come pensare e non cosa. Tuttavia, dopo aver vinto l’analfabetismo nel secolo scorso, siamo rimasti al palo: molte statistiche Ocse, in particolare i test Pisa (Programme for international student assessment) fotografano risultati di molto inferiori a quelli di altri Paesi europei. Le nostre scuole non insegnano il problem solving e l’interazione, mentre le università sono state rese autonome ma non responsabilizzate, poco attente ai risultati finali.

Non basta illuderci che servano politici migliori, perché questi sono solo una parte del problema. Il circolo virtuoso idealmente dovrebbe prevedere regole aggiornate, controlli severi, l’adeguamento a queste di cittadini e imprese e, in caso d’insuccesso, la necessità di cambiare regole. Un ingrediente essenziale di questa emancipazione politica sociale ed economica è l’indipendenza dei media: nata con l’illuminismo insieme ad altre libertà, questa garantisce un ruolo di controllo su chi riveste posizioni di potere, ma ciò presuppone lettori pronti a pagare per essere informati.

Per questo, secondo gli autori, ci vorrebbe una... blitzkrieg sulla Rai, non per privatizzarla, ma al contrario per rilanciarne il ruolo di canale pubblico di informazione indipendente e di qualità, cambiandone la governace e liberandola dall’invadenza della politica, e contribuendo così a diffondere la cultura delle regole, non tanto e non solo per ragioni morali, ma perché è un buon affare.