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Raccordo anulare di Roma: un inaccettabile balzello

01 ottobre 2010

01 ottobre 2010

Chi lavora a Roma ma non risiede nella capitale, a partire da maggio 2011 dovrà pagare un pedaggio per raggiungere il posto di lavoro. A pagare sono sempre i pendolari.

A pagamento da maggio 2011

E i pendolari pagano. Dopo il via definitivo della Camera, adesso è ufficiale: a partire da maggio 2011, il Grande raccordo anulare di Roma e l’autostrada Roma-Fiumicino diventano a pagamento. Per percorrerli, sia in entrata che in uscita, occorrerà versare un pedaggio. Non si sa ancora a quanto ammonterà il balzello – manca il decreto attuativo –, ma qualunque sia la sua entità resta un’accettabile e iniqua tassa sul pendolarismo.  È invece già a portata di mano la soluzione sul metodo di pagamento: per non bloccare il flusso di traffico, già da incubo su queste arterie, non ci si servirà di caselli, ma di un sistema di telepass potenziato, il cosiddetto “free flow”, il quale prevede ponti di rilevamento per fotografare le targhe e che consente l’utilizzo di carte prepagate o addebiti diretti. Insomma gli ingredienti per il piatto avvelenato destinato a pendolari sono già pronti, restano da definire le dosi.

Il confronto con Milano

Il decreto legge non incide solo su 100 chilometri di percorso stradale capitolino, ma in tutta Italia su 1.200 chilometri di autostrade e di raccordi autostradali gestiti direttamente dall’Anas, fino a ieri gratis. In tutto 1.300 chilometri di nuove tasse. L’emendamento presentato dall’opposizione per escludere il Grande raccordo anulare è stato bocciato. “Perché il raccordo metropolitano di Milano è a pagamento e quello di Roma no?”: il dibattito politico è scivolato, come accade spesso, su questioni meramente ideologiche, che non tengono per nulla conto dei dati oggettivi. Il Grande raccordo anulare è ormai diventato di fatto un’arteria urbana fondamentale. Il reticolo stradale romano non consente alternative per chi deve raggiungere in macchina Roma, per andare al lavoro e a scuola. Prendere autobus e treni – perennemente in ritardo, sporchi, e sempre meno numerosi – e poi, una volta in città, ancora i mezzi pubblici – lenti, inaffidabili, affollati e rumorosi – non sono considerate dai pendolari delle valide alternative all’uso della macchina.  Come non comprenderli.

Una capitale lontana dall’Europa

Nella nostra recente inchiesta è emerso, infatti, che quella di prendere i mezzi pubblici non è una scelta ma una costrizione, perché non si hanno mezzi propri o mancano i parcheggi auto. Roma è risultata al quintultimo posto nella classifica sulla soddisfazione dei mezzi pubblici, meritando un misero 45 (su 100), lontanissima dalla sufficienza. Solo il 32% degli spostamenti cittadini avviene sui mezzi pubblici, contro il 67% di Barcellona e il 63% di Parigi. Inoltre, la rete metropolitana è lunga soltanto 36,6 chilometri, contro 233 di Madrid, 200 di Parigi e 408 di Londra.

La scure dei tagli alle Regioni decisa dall’ultima manovra economica si abbatte fortemente sulla voce trasporti pubblici: le cose sono destinate a peggiorare, e i cittadini a pagare. Siamo uomini o pendolari? È la campagna che ci vede impegnati in questi mesi sul tema della mobilità, in cui mettiamo al centro proprio la dignità delle persone e la qualità della vita dei pendolari. 


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