La settimana delle Borse: tra inflazione e crisi, listini in caduta
mercati in tensionel il balzo del petrolio riporta i timori di inflazione
mercati in tensionel il balzo del petrolio riporta i timori di inflazione
Il bilancio settimanale delle Borse rispecchia in pieno la preoccupazione dei listini per gli impatti economici del conflitto in Medio Oriente e del suo possibile allargamento, sia in termini geografici sia per durata. L’impatto sulle Borse è particolarmente evidente nell’eurozona, con un -6,8% a cui hanno sensibilmente contribuito un po’ tutti i principali Paesi, con il -6,9% di Madrid, il -6,8% di Parigi e il -6,7% di Francoforte, ma anche Milano è sulla stessa lunghezza d’onda, con un -6,5%. Meno sensibile agli effetti dei costi energetici, la Borsa statunitense riesce a limitare i danni con -2% per l’indice S&P500 e un -1,2% per il Nasdaq.
Le tensioni sulla produzione e sul trasporto nello stretto di Hormuz hanno portato il prezzo del brent a schizzare verso l’alto: in una settimana il balzo è del 27,7%, da 72,55 a 92,64 dollari al barile, ma nella giornata di lunedì 9 marzo, al momento in cui scriviamo, il prezzo è ulteriormente salito. Se questo ha portato le azioni del settore a crescere, in media, del 2,6%, per le Borse in generale questi dati sono fonte di preoccupazione per il possibile innestarsi di una nuova spirale inflazionistica, tanto più che i dati dell’eurozona pubblicati questa settimana mostrano un carovita superiore al previsto già nel periodo antecedente lo scoppio del conflitto.
Non solo: ad accompagnare i timori sui prezzi ci sono anche indicatori peggiori del previsto sul fronte della crescita (i dati sul Pil nell’eurozona, i dati sul mercato del lavoro negli Usa) e questo rende più difficile il compito delle Banche centrali, che come in un ritorno al passato si ritrovano di nuovo a dover bilanciare l’esigenza di una politica monetaria accomodante per rilanciare l’economia con la necessità di una politica più restrittiva per frenare la corsa dei prezzi. In altre parole: pochissima visibilità sulle prossime mosse dei tassi, e le Borse non amano l’incertezza.
In questo contesto, l’annuncio di conti 2025 in crescita o altre notizie positive non basta a evitare a diverse società di tracollare. Ne sono un esempio Adidas (142,7 euro; Isin DE000A1EWWW0) e Deutsche Post (46,17 euro; Isin DE0005552004). La prima ha aumentato le vendite 2025 del 10% e migliorato il rapporto tra utili industriali e fatturato, salito all’8,3% dal 5,6% del 2024. Tuttavia, complici anche prospettive 2026 più deludenti, l’azione segna un -9,8% settimanale malgrado sia stato anche annunciato un piano di riacquisto di azioni. È invece del 7,8% il calo settimanale di Deutsche Post, nonostante le previsioni di un utile operativo di almeno 6,2 miliardi di euro nel 2026, rispetto ai 6,1 miliardi del 2025. Uno scivolone di cui puoi approfittare per acquistare Deutsche Post, limitati a mantenere Adidas.
Il 2025 è stato un altro anno nero per la francese Euroapi (1,34 euro; Isin FR0014008VX5), specializzata nella produzione di principi attivi per farmaci, che ha subìto una perdita più grave delle attese (2,3 euro per azione) a causa di significative svalutazioni legate all'abbandono dei progetti sulla vitamina B12. Il 2026 dovrebbe essere leggermente migliore, ma il fatturato è comunque ancora previsto in calo del 10% (senza cessioni/acquisizioni ed effetti di cambio) a causa della sempre più forte concorrenza asiatica nel settore dei principi attivi. Con queste notizie, in un contesto già negativo, Euroapi è il peggior titolo della settimana con un -37,5%, ma anche se è ai minimi il consiglio non cambia. Vendi.